Rimini, salgono a 150 le denunce di molestie all’adunata degli Alpini: “Oscenità e aggressioni”

Un momento generico dell’adunata (ansa)
Il problema non è se erano pochi o tanti i  molestatori, o se erano degli infiltrati. Perché non porci la domanda: a che servono queste manifestazioni o parate di massa? Potrei aggiungere altro, ma non ne vale la pena.

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da La Repubblica
09 Maggio 2022

Rimini, salgono a 150 le denunce di molestie

all’adunata degli Alpini: “Oscenità e aggressioni”

di Ilaria Venturi
Non Una di meno: “Giustificare il cat calling è quello che permette l’escalation della violenza di genere”
RIMINI – Qualche penna nera ancora passeggia sul Lungomare, ma nulla a che vedere con i 400mila che hanno invaso Rimini per quattro giorni e con gli 80mila che hanno sfilato domenica alla chiusura della 93esima adunata nazionale degli alpini. La città tira le somme, anche dell’indotto, “sfida vinta” dice il sindaco Jamil Sadegholvaad. Ma nel bilancio rimangono anche le ombre: le accuse via social delle molestie subite dalle donne, denunciate via Instagram al collettivo femminista Non Una di Meno di Rimini. Erano una quarantina, solo salite in fretta a 150 le testimonianze di chi è stata presa di mira con insulti, frasi sessiste, mani addosso nei bar mentre serviva ai tavoli o in strada.
Racconti di questo tenore: “Mentre tornavo a casa mi hanno fermato e al mio categorico no al loro invito a ballare mi hanno detto: scopa di più. Mi hanno fischiato, hanno cercato di abbracciarmi e toccarmi ovunque, mi hanno detto che ero una “bella passerotta giovane”. Mi sono sentita male, malissimo, tanto da piangere per tutto il tragitto”. E ancora, via twitter: “Sono una barista riminese. Un alpino ha provato a leccarmi sulla bocca mentre prendevo un ordine al tavolo, uno ha mimato un atto sessuale mentre mi giravo per sparecchiare”.
Chi ha reagito e chi ha pianto, chi si è rivolta alle forze dell’ordine per sottrarsi alle aggressioni, anche se nessuna denuncia formale risulta al Comune. “Sono stata insultata per tutta la giornata, io rispondevo a tutti perché sono fatta così e mi faccio rispettare” racconta una ragazza. Sino a che uno di loro è stato particolarmente pesante, “io inizio a insultarlo, lui mi prende e mi dà uno schiaffo facendomi cadere”.
Volgarità e palpeggiamenti
Due amiche in giro sabato per Rimini, una di loro racconta: “Ero arrivata al punto che dovevo tenermi la borsa per proteggermi il sedere e mettermi il braccio davanti al seno. Successivamente siamo andate a Marina centro, in una stradina interna poco dopo il teatro Novelli siamo state seguite da tre signori sulla sessantina che ci urlavano quanto fosse possente il loro membro… un carabiniere li ha fatti allontanare. Al ritorno, ero da sola, benché al telefono con un amico: mi ha fermata uno di loro per chiedermi come raggiungere la ruota panoramica, si è presentato e quando ho dato la mano per salutare me l’ha presa e attirata contro il suo membro, io l’ho spintonato e mi sono messa a correre verso casa”.
Non Una di Meno ha deciso di aprire uno spazio in Instagram insieme a Pride Off e al centro sociale Casa Madiba sin dalla vigilia dell’adunata, “perchè avevamo ricevuto già denunce simili in precedenti adunate degli alpini” spiega Marta Lovato, 30 anni. “Siamo state inondate di messaggi. Ora vedremo come sostenere le persone per eventuali denunce alle forze dell’ordine”.
Sia chiaro, precisa l’attivista, “il problema non riguarda solo gli alpini e nessuno generalizza contro la loro categoria, è un problema di una cultura sessista e patriarcale diffusa e che persiste: questa situazione di adunata crea una dinamica di branco, la concentrazione di un fenomeno che accade nella vita normale delle donne”.
Cat calling, ovvero molestie perlopiù verbali in strada, apprezzamenti sessuali maschili sulle donne e sul loro corpo “che non possono essere archiviati come una goliardata – continua Marta Lovato – quelle esternazioni fanno sentire una donna, ma anche un transessuale o una persona nera, non sicura. Sono percepite come battute, ma sono la base di una piramide che porta, in cima, a stupri e femminicidi. Siamo ancora in una società che accetta comportamenti sessisti e machisti, noi diciamo basta: giustificare il cat calling è quello che permette l’escalation della violenza di genere”.
Donne insultate, palpate, a cui è stato impedito il passaggio, intimidite. E bigliettini distribuiti con numeri di telefono e la frase: “Se ti senti sola e annoiata chiama un alpino dell’adunata”. Ragazzine, anche minorenni, come la 14enne che ha denunciato di aver ricevuto una pacca sul sedere che l’ha paralizzata e fatta piangere; o quei video fatti a due studentesse che all’uscita da scuola si erano fermate a mangiare un kebab, “ci riprendevano col telefonino e commentavano: quanto siete puttane, se potessimo scoparvi”. E poi, aggiunge Non Una Di Meno, “ci sono anche messaggi pubblici come l’Ape car con la scritta: viva la gnocca. O la scritta: arrivano gli alpini, figa a nastro; e poi il motto scandito da un palco: stiamo sempre sulle cime, ma quando scendiamo a valle attente ragazzine”.
La vicesindaca: “Più controllo”
Si tratta di racconti che non coinvolgerebbero i militari, gli alpini in servizio, ma quei tantissimi ex che arrivano per le adunate e anche chi si prende il cappello e lo indossa senza sapere nulla degli alpini. Ma sono i comportamenti – denunciati già in precedenti adunate come quella a Trento – che rimangono inaccettabili e a finire sotto il riflettore, a suscitare sdegno e rabbia. “Ritengo che non si debba accusare mai un gruppo o una categoria di persone solo perché fanno parte di essi alcuni poco di buono, delinquenti o molestatori. Sarebbe come dire che tutti i tifosi di calcio siano degli ‘ultras violenti’ – commenta la vicesindaca di Rimini Chiara Bellini – Ciò che vanno condannati sono certi atteggiamenti sessisti, molestie verbali, commenti non voluti o graditi alle donne. Nessun uomo è autorizzato a farli, con o senza cappello con la piuma. È bene, tuttavia, che i rappresentanti dei gruppi alpini monitorino il comportamento dei loro appartenenti e che diano segnali chiari. Per questo ho chiamato l’organizzazione e fatto presente le segnalazioni di alcune donne”.
“Noi chiediamo che non vengano dati messaggi sessisti dai palchi o sui mezzi di trasporto e che gli alpini facciano rispettare le loro stesse regole che si sono dati”, insiste Non Una di Meno. Sul sito dell’Associazione nazionale alpini (Ana) si trova un decalogo dell’adunata dove viene definita “l’ubriachezza uno dei peggiori vizi dell’uomo” e dove si richiama al “rispetto per il gentil sesso” per non trasformare l’adunata in un baccanale. Appunto.
Il tam tam sui social costringe l’Associazione nazionale alpini a intervenire prendendo “ovviamente le distanze dai comportamenti incivili segnalati, che certo non appartengono a tradizioni e valori che da sempre custodisce e porta avanti”. Al tempo stesso l’Ana precisa che non risulta presentata alle forze dell’ordine alcuna denuncia. La grandissima maggioranza dei soci, a causa della sospensione della leva nel 2004, oggi ha almeno 38 anni – precisa l’associazione – “quindi persone molto più giovani difficilmente sono autentici alpini. Ci sono centinaia, se non migliaia, di giovani che pur non essendo alpini, approfittano della situazione: a costoro, per mescolarsi alla grande festa, basta infatti comperare un cappello alpino, per quanto non originale, su qualunque bancarella. Un occhio esperto riconosce subito un cappello “taroccato”, ma la tendenza è nella maggior parte dei casi a generalizzare”.
Ecco perché, conclude l’Ana, si ritiene “ingeneroso e ingiustificato veicolare un messaggio che associa la figura dell’alpino a quegli episodi di maleducazione.
Gli alpini in congedo sono quelli che hanno scritto e continuano a scrivere pagine intense di sacrificio, amore e solidarietà”.

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