Con Berlinguer

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10/06/2019

Con Berlinguer

Trentacinque anni fa moriva il leader del Pci. Da lui tre insegnamenti al Pd: il rigore morale, la battaglia per dare cittadinanza agli esclusi, l’importanza della qualità dello sviluppo. Per dare un futuro a chi oggi ha vent’ann
Nicola Zingaretti
Segretario del Partito democratico e presidente della Regione Lazio
Come tantissimi italiani, anche io ho ricordi nitidi della morte di Enrico Berlinguer. Ero con la folla che accompagnò il corteo funebre fino a San Giovanni, tra fiori e lacrime. Come militante della Fgci, portavo una delle tante corone…
Per ognuno di noi, come ha scritto Natalia Ginzburg, la morte di Berlinguer fu “una disgrazia personale, una perdita personale”. Quali sono le ragioni di un moto di affetto così vibrante, e per tanti di noi ancora così persistente, dopo trentacinque anni? Cercare risposte a questa domanda porta dalla memoria individuale in una dimensione collettiva e politica che riguarda il nostro tempo e tutti coloro che credono – ancora – nella forza e nella necessità della lotta democratica.
Per rispondere, prima di tutto, bisogna liberarsi dalla morsa tra apologia e dimenticanza. Ricordare Berlinguer è necessario, ma oggi non abbiamo bisogno di amuleti e santini per ritrovare un’età dell’innocenza perduta. Però, attingere alle riserve di energie democratiche che hanno animato la storia della nostra Repubblica e la vita della sinistra italiana, sì: ne abbiamo un bisogno enorme, urgente, direi vitale. Ne va della qualità della nostra democrazia, fragile e incerta come non mai. Fragile nella disgregazione del sistema dei partiti, e incerta sotto il soffio velenoso dei nuovi nazionalismi e nel montare di forme illusorie di rappresentanza. Fragile e incerta per la trasformazione del lavoro e l’affermazione dei nuovi poteri transnazionali, diversi ma non meno opprimenti dei blocchi geopolitici dei tempi di Berlinguer. Fragile e incerta di fronte alla forza dirompente di un capitalismo globale che ha indebolito gli stati nazionali e allontanato i centri decisionali dal controllo dei cittadini, facendoli sentire tutti più soli e meno protagonisti nelle scelte pubbliche.
Ecco, proprio qui vedo la vitalità di Enrico Berlinguer e anche la ragione del rapporto sentimentale che lo lega ancora al Paese.
Berlinguer riuscì a stringere un’alleanza con un intero popolo basata sulla fiducia, sulla speranza, sul rigore, ma soprattutto su un’ideale positivo e operoso di collettività. La sua è allora una traiettoria politica che può aprire uno spiraglio e aiutarci a trovare una vera e propria strada per una riscossa democratica e riformista.
Lo dico, convinto che nel patrimonio genetico del Partito Democratico ci sia ancora quella spinta propulsiva che deriva dall’aspirazione a cambiare l’ordine delle cose, di cui parlava Berlinguer. Un progetto “discusso fra la gente, con la gente”, come il segretario del Pci disse al Teatro Eliseo di Roma nel gennaio del 1977.
Perché questo processo s’inneschi dobbiamo impegnarci per realizzare alcune condizioni.
La prima è recuperare un patrimonio di serietà, di etica pubblica e privata e grandi obiettivi comuni su cui costruire un progetto politico aperto e plurale. Dobbiamo avere l’ossessione della partecipazione, dell’inclusione, di far contare soprattutto chi di potere e possibilità di rappresentanza ne ha meno, e per primi quindi i lavoratori e le masse escluse, proprio come indicava Berlinguer.
La seconda condizione è combattere con ogni nostra forza la battaglia del rigore e dell’intransigenza nella prassi della politica. È doloroso dirlo a trentotto anni dalla celebre intervista di Berlinguer a Scalfari sulla “questione morale”, ma la lotta senza quartiere alle bande, ai clan, agli egoismi e agli interessi particolari resta l’unico antidoto alla più resistente tra le malattie italiane, un virus che ha attaccato e infettato i nodi del potere e lo stesso campo della sinistra, impedendo decennio dopo decennio l’inverarsi di una forma veramente compiuta di democrazia.
Terza condizione: dobbiamo avere sempre in mente come stella polare l’obiettivo della qualità dello sviluppo, che è un grande tema che Berlinguer aveva intuito con incredibile lungimiranza. Oggi ci appare sempre più chiaro che occorre un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo, perché al progresso tecnologico non si è affatto accompagnato un miglioramento della condizione umana dei più. Al contrario, crisi democratica ed economica si sono avviluppate e alimentate a vicenda, producendo squilibri insostenibili nella società, nei rapporti tra le persone, tra territori, nell’ambiente in cui viviamo. L’esigenza di rifondare dalle fondamenta il modello socioeconomico per creare sviluppo di qualità non può che legarsi oggi al grande tema della difesa dell’ambiente e delle opportunità legate alla lotta all’emergenza climatica. Un’occasione fondamentale di crescita giusta, di nuovo lavoro, di ridistribuzione della ricchezza, di benefici tangibili in termini di salute e qualità della vita delle persone, oltre che una necessità inderogabile per salvare il pianeta.
Queste sono le battaglie che dovremo condurre “strada per strada”, attraverso una nuova alleanza nel Paese. È qui, tra le persone, nel contagio con le energie democratiche e progressiste che esistono in Italia, che possiamo trovare una risposta alternativa alla demagogia e alla retorica di coloro che lucrano sulle paure e sulle solitudini delle persone in questa difficile fase storica. Una via che impegna noi, che ai tempi di Berlinguer c’eravamo e che oggi abbiamo la responsabilità di dare una meta al più grande partito riformista italiano. Ma soprattutto, una via da aprire per chi oggi ha vent’anni e merita di vivere questo tempo incerto e confuso, trovando ideali capaci di dare un senso alla propria esistenza, vivere la pienezza del proprio impegno, seguire le proprie speranze e aspirazioni come studenti, donne e uomini, madri e padri, cittadini.

 

4 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Berlinguer è stato forse il solo, insieme a Moro, a capire che i tempi erano maturi per scrollarsi di dosso quel muro contro muro tra PCI e DC che dall’immediato dopoguerra aveva caratterizzato la politica italiana, dando inizio ad un dialogo costruttivo che, nel lungo periodo, avrebbe potuto portare ad una reale ed efficace collaborazione. Entrambi, però, ci hanno abbandonato troppo presto lasciando il lavoro incompiuto ed eredi non all’altezza della situazione. Anche se la mazzata definitiva è arrivata con tangentopoli che ha di fatto azzerato i partiti tradizionali, facendo ripiombare il paese in un pantano che ha favorito l’avvento dei lestofanti alla Berlusconi e soci, tirandosi appresso l’esercito degli opportunisti, dei demagoghi maestri nell’arte della disinformazione, dell’ignoranza e della frammentazione sociale, e dei populisti. I quali sono riusciti ad avere successo cavalcando l’onda del malcontento popolare e usando un linguaggio aggressivo e di facile presa sulla popolazione.Il tutto mentre portavano ai vertici personaggi controversi e inadeguati al punto da far apparire come giganti anche dei semplici praticanti del mondo politico “pre-tangentopoli”.

    • ottavio ha detto:

      Ma un ‘mini- compromesso storico’ c’é stato, ed é meglio dimenticarselo: si tratta dei governi di solidarietà nazionale, nati negli anni ’80 per contrastare il terrorismo, in cui il PCI era entrato di fatto nella stanza dei bottoni. I vecchi DC erano una massa di zombi, ma almeno si rendevano conto che finanziare il debito pubblico aumentando le tasse era un modo di andare allegramente verso il suicidio. Invece, il PCI dell’epoca pensava che l’aumento delle imposte fosse una forma di equità sociale. Ed é proprio da allora che il carico fiscale é via via aumentato dal 20 al 60%, passando dalla stagnazione alla recessione. Infatti io sostengo che, se l’obiettivo dei terroristi era quello di destabilizzare l’Italia, spingendola all’abbraccio tra DC e PCI in realtà hanno vinto!

  2. bartolomeo palumbo ha detto:

    Ottimo articolo.Da rileggere e assimilare prima e dopo aver baciato il rosario!!!!CIAO.

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