Omelie 2016 di don Giorgio: OTTAVA DOPO PENTECOSTE

10 luglio 2016: OTTAVA DOPO PENTECOSTE
1Sam 8,1-22a; 1Tm 2,1-8; Mt 22,15-22
I tre brani della Messa sono particolarmente impegnativi, sia nel campo socio-politico che religioso: siamo chiamati dalla Parola di Dio, che non è lettera ma Spirito, a verificare fino a che punto il nostro vivere nella società possa convivere con la fede nel primato di Dio, Spirito vivente.
In altre parole: come conciliare il fatto che siamo abitanti di questo mondo, cittadini o paesani, e che siamo, per chi lo è, religiosi? Lo stato e la religione in che rapporto stanno: due enti a se stanti, o l’uno contro l’altro, o che si annullano l’uno nell’altro, o conviventi concedendosi reciprocamente favori e prestazioni?
Da queste domande già capite che si tratta di argomenti complessi, anche se attuali, che escono dall’intento di un’omelia festiva, che al massimo può suggerire qualche indicazione e riflessione, senza però avere la pretesa di esaurire il grosso problema di come vivere in una società, che sembra fuori di quel mondo che i mistici chiamano “spirituale”.
Stato e religione: il “servizio” come è inteso e vissuto?
Ogni religione ha una sua struttura organizzativa, codificata in dogmi e leggi morali. Ma già dire struttura mette sul chi va là: anche la religione pone gli stessi problemi che si trovano in una struttura civile. Pensate alla parola “servizio”, che non è di competenza esclusivamente religiosa: anche nella società civile essa è ricorrente, talora di moda. Non l’ha inventata Gesù Cristo, anche se l’ha ripresa in riferimento al suo messaggio, facendone come la legge del cuore. Sì, perché per la religione ebraica contava ormai solo la lettera della legge, con la conseguenza che la dignità dell’essere umano era stata messa al servizio dell’ipocrisia della legge più dis-umana.
Dicevo che anche nella società civile il servire ha un peso di valore, soprattutto nelle democrazie, dove il potere è da intendere come un servizio in favore del bene comune.
Eppure, dovrebbe essere più facile per un credente fare propria la parola “servizio”, visto che la stessa liturgia lo richiede, in quanto di fronte alla Divinità il nostro primo dovere è riconoscere il suo primato e di onorarlo nella contemplazione e nella vita concreta.
La fede nella Divinità, anche se si esplica con riti esteriori, va ben oltre l’aspetto fisico: entra nel mondo dello Spirito, dove si annulla ogni nostra pretesa di farsi valere. Ma, fin dall’antichità – i profeti del Vecchio Testamento lo dimostrano – c’è stata una frattura tra l’esteriorità dei riti e la fede interiore: il credente prendeva la Divinità come un alibi per i propri interessi personali, anche facendone un idolo su misura delle proprie voglie. Il caso dei figli di Samuele è sintomatico. Scrive l’autore sacro: «I figli di lui però non camminavano sulle sue orme, perché deviavano dietro il guadagno, accettavano regali e stravolgevano il diritto». Non servivano Dio, ma si servivano di Dio per fare i loro affari.
L’ego interiore come fonte del male
Se deviare dietro il guadagno, accettare regali e stravolgere il diritto è già grave, quando succedono nella società civile, che dire quando ciò succede nel campo della fede? Il vero problema, però, è di fondo: è una malattia dell’essere umano servirsi di tutti e di tutto per servire se stesso.
Servire il proprio ego è all’origine di tutti i mali, indifferentemente se siamo religiosi o siamo semplicemente cittadini. Quando l’ego – come dicono i mistici, l’egoità, che è un modo d’essere di appropriazione o di avere, diciamo egocentrismo assoluto – prende il sopravvento, non c’è più alcuna remora. Non interessa, ripeto, se sono credente o no: il problema è di fondo: è dentro di noi, radicato nel nostro essere deviato. Dentro di noi, c’è la lotta tra l’ego che chiude e lo spirito che apre.
In quanto esseri umani, dobbiamo prendere coscienza del dovere di servire il nostro essere interiore nella sua realtà spirituale: servire significa cogliere lo spirito nella sua libertà d’essere, ovvero libertà da ogni condizionamento dell’ego, del proprio io.
È chiaro che lo spirito richiama il mondo divino. Possiamo dire che lo spirito è anche nostro, ma, nello stesso tempo, dobbiamo riconoscere che lo spirito è divino. Più ci allontaniamo da ciò che riteniamo nostro, più ci avviciniamo al mondo divino. Più ci avviciniamo allo spirito, più decade ogni nostro volere, ogni nostro sapere, ogni nostro agire.
È dalla purezza, ovvero nudità, del nostro spirito interiore che ha origine la purezza, ovvero onestà, del nostro vivere da credenti e da cittadini.
Anche i cittadini, senza alcuna distinzione tra credenti o no, sono esseri che hanno una vita interiore, hanno la loro essenza nel mondo dello spirito. Non dobbiamo, perciò, scandalizzarci di più, se in quanto cristiani tradiamo la nostra fede servendoci della religione o di idoli per fare i nostri interessi: il servirsi del bene comune in quanto cittadini non è meno grave. È sempre il nostro io interiore la fonte del male.
E allora chiediamoci perché succedono certi scandali: anche qui, non dobbiamo ritenerli tali, ovvero scandali, come se solo i casi estremi fossero da condannare. E poi succede che nel nostro piccolo ci comportiamo abitualmente da farabutti, in contraddizione con il nostro spirito interiore, giocando a trovare alibi o giustificazioni o facendo strane gerarchie di valori (questo sì questo no), il tutto per sentirsi a posto in coscienza.
È la nostra mentalità a fare i furbi che dovrebbe farci paura, e fare i furbi significa anche trovare tutte le scappatoie per evadere il fisco, per ottenere qualche raccomandazione, per avere qualche diritto più degli altri, per condonare i nostri peccati di omissione o di prepotenza sui più deboli, appena ci capita qualche provvidenziale occasione, come ad esempio l’anno giubilare.
A Cesare e a Dio
Non ho più tempo per commentare il brano del Vangelo. Ma penso di avere dato qualche spunto, inerente anche al discusso e discutibile rapporto tra Cesare e Dio, ovvero tra la società civile e il regno dello Spirito. Non voglio restare in superficie e perciò dibattere il tema della distinzione dei campi e dei ruoli tra lo stato e la religione. Quando dico che tutto si unifica nel nostro essere non è un modo sbrigativo per dribblare l’annoso problema. Dico solo che non c’è distinzione tra cittadino e credente, semplicemente perché nella nostra interiorità lo Spirito è per natura Uno. Sono forse ragionamenti troppo profondi? Certo, per chi è abituato a vivere fuori del proprio essere, diviso e conteso tra due mondi sempre in competizione tra loro.

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