Per sconfiggere il razzismo serve un lavoro partigiano

da L’Espresso

Per sconfiggere il razzismo serve

un lavoro partigiano

Chi ci tiene a non finire sommerso deve svegliarsi adesso. C’è un lavoro da fare: duro, scomodo e perfino intollerante
di  GIANFRANCESCO TURANO
08 agosto 2018
Nel viaggio dell’essere umano attraverso i suoi luoghi comuni, nessun paese è bello come la Tolleranza, nessun altro è così ricco di civiltà e monumenti, di cultura e buona educazione. È così bello attraversare la Tolleranza che molti si illudono di potercisi stabilire per sempre. Ma l’uomo non sta fermo se non quando è troppo tardi per tornare a muoversi, come accade nel luogo comune più frequentato, dove tutti finiscono per trasferirsi.
Chi pensa di risiedere nella Tolleranza, in realtà, continua il suo viaggio. Senza accorgersi, attraversa confini. Prima o poi, inevitabilmente, si sposta in luoghi altrettanto comodi e tranquilli che si chiamano Quieto Vivere, poi Ignavia e infine Viltà.
È successo infinite volte nella Storia, quando si inizia a sentire un certo discorso, sempre uguale, rivolto a gente sempre diversa, siano gli armeni, gli ebrei, i tutsi del Ruanda o, prima ancora, i catari e gli ugonotti.
I bersagli di questo discorso vengono allontanati dagli altri e spinti verso il paese della Paura. Gli altri pensano: alla fine, è soltanto un discorso, è un parere personale e ognuno ha il diritto di esprimere un parere poiché ci troviamo nel paese della Tolleranza. È stato detto: non condivido la tua opinione ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di esprimerla.
Ecco, in breve, il paese della Tolleranza e i suoi visitatori così abituali da sentirsene cittadini.
Questa tolleranza, oggi e qui, è sbagliata. È il travestimento del quieto vivere, della codardia, del menefreghismo, della frammentazione dolosa del corpo sociale illustrata dall’apologo del pastore luterano Martin Niemöller, spedito da Hitler a Dachau. È quello che si chiude con la frase: e quando vennero a prendere me, non c’era più nessuno con cui protestare.
Non esiste un modo tollerante di affrontare l’intolleranza. C’è solo un modo vile per farlo. Oppure, un modo intollerante.
* * *
Si è visto con Hitler e Mussolini, tollerati finché hanno raso al suolo l’Europa. Il loro esempio è così recente e vivo nella memoria che prima delle elezioni del 4 marzo 2018 si è additato come rischio supremo della civiltà il neofascismo di Casa Pound e Forza Nuova, che sono state votate dallo 0,8 per cento dei cittadini.
È stato facile prendersela con loro. Sono brutti, rasati, tatuati, spesso urlanti, minacciosi, violenti per Dna politico. Più di ogni altra cosa, sono pochi.
Mentre spezzavamo le reni ai pronipoti delle Ss, la Lega ex Nord si avviava a diventare il partito più seguito in Italia. In trent’anni di vita, alla Lega è stato consentito tutto. È stato tollerato il suo discorso esplicitamente razzista, l’insulto sistematico a stranieri e meridionali, la diffamazione dell’Italia e dell’Europa.
* * *
La Lega ha potuto seminare per decenni le opinioni alle quali, nel paese della Tolleranza, aveva diritto. La Lega ha convinto una massa crescente di italiani a non vergognarsi della sua intolleranza. Ha spiegato che il razzismo è un’opinione come un’altra e che si può esprimerla lanciando uova a una ragazza torinese, Daisy Osakue, di cui si disapprova il colore.
L’unico motivo per cui la Lega ci ha messo così tanto a sfondare è che il suo fondatore Umberto Bossi, reputato uno straordinario “animale politico” anche a sinistra, dove il razzismo si pratica con vergogna, si è comportato da imbecille politico.
Per un quarto di secolo, il presunto medico e presunto genio di Cassano Magnago ha rifiutato i consensi a sud del Po. Mentre il Fn della famiglia Le Pen dilagava nel paese europeo più ostile al fascismo per il semplice motivo che non discriminava nizzardi e marsigliesi, la Lega Nord si sparava in un piede giorno dopo giorno.
Poi è arrivato Matteo Salvini. Via la parola Nord, una mano di vernice allo statuto, qualche selfie davanti a una Napoli o con un cannolo in mano, e il gioco è stato fatto in pochi mesi.
* * *
Il risultato di decenni di tolleranza è che la mala pianta del razzismo è diventata una quercia. Oggi è la colonna portante del governo e promette di esserlo a lungo. Appena giunto al potere, il capo dei razzisti programma già di superare il suo modello, il democratore russo Vladimir Putin, e prevede di governare trent’anni contro i venti del Duce mentre afferma con sprezzo del diritto: noi leghisti non siamo ladri perché i soldi rubati li abbiamo già spesi.
Questo risultato è frutto di un viaggio collettivo nella Tolleranza che ha trasformato l’Italia non in un paese libero ma in un paese di gente libera di fare quello che vuole, un paese di condoni e patteggiamenti. La Tolleranza ha permesso la distruzione dei doveri dei cittadini italiani, in primis, e degli stranieri di riflesso. La Tolleranza ha distrutto i diritti. Oggi, mentre l’intolleranza neofascista si concentra sui migranti, nessuno si stupisce se un’azienda taglia affinché il top management intaschi la paga dei licenziati sotto forma di bonus variabile dovuto “alla creazione di valore”. Il consenso dei lavoratori vessati è alla base del Fascismo (Canale Mussolini di Antonio Pennacchi) e del Nazionalsocialismo (Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin).
Era chiaro già due anni fa che l’Italia della Tolleranza era pronta a cadere in braccio al primo democratore vagamente credibile. Adesso l’intolleranza è lì. Deve solo smontare quanto resta del M5S, abbandonato al suo destino dall’infantilismo democrat (dirigenti e militanti insieme).
Non servirà molto tempo. Quando un leader mostruoso entra in fase con la massa che lo ha eletto, è il maremoto. Chi ci tiene a non finire sommerso deve svegliarsi adesso. Deve capire che il viaggio nel paese della Tolleranza è un periodo di ferie meraviglioso ma è durato troppo a lungo. C’è del lavoro e al lavoro bisogna tornare sapendo che sarà duro, scomodo e spesso intollerante.
* * *
Sarà un lavoro partigiano. Forse non servirà prendere il fucile e andare in montagna. Basterà applicare la prima forma di intolleranza, il rifiuto, alle cose minime. Per esempio, disdire l’abbonamento a quei bagni di Alassio dove, come ha raccontato l’Espresso, esiste un cane da bagnasciuga addestrato al razzismo verso i neri poco abbienti. Miracoli dell’istruzione.
È giusto praticare il razzismo verso i razzisti. Anche loro vanno istruiti sul fatto che l’uomo tende sempre al diverso. Non lo si può punire meglio che lasciandolo in mezzo a gente uguale a lui.

 

1 Commento

  1. Diego Martines ha detto:

    Condivido e diffondo con convenzione il contenuto del testo sopra riportato

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