Angelo Scola e Mario Delpini: tra pochi rimpianti e… poche speranze

di don Giorgio De Capitani
Non mi lascio certamente incantare dai congedi di forma, quando tutti – più o meno costretti o da qualche carica istituzionale/ecclesiale o da quel senso “buonista a tutti i costi” che vuol vedere sempre qualche lato buono in una persona che muore – tessono qualche elogio, forse dimenticando di far più male che bene alla persona interessata, la quale, se è cosciente di se stessa e del suo operato, preferirebbe meno incenso e più essenzialità nelle parole e nei gesti di quanti vorrebbero invece, trasgredendo la cruda essenzialità, forse coprire cinque anni di fallimento pastorale.
Così sono stati, un fallimento, i cinque anni in cui Angelo Scola ha guidato la Diocesi milanese, e, se questa non è sprofondata nell’abisso, ciò è dovuto ai suoi anticorpi che ancora possiede. Forse più per grazia di Dio che per grazia dei suoi pastori e del suo gregge.
Cinque anni in cui non ho mai capito dove consistesse il “pensiero profondo e originale” di Angelo Scola. Un pensiero, certo, c’era, ma di un colto “senza intelligenza propria”.
Non si rubano pensieri altrui, per farne un collage, tanto più se i pensieri altrui rubati sono intuizioni già abortite in partenza.
A parte il linguaggio tipicamente ciellino, tale da irritare il buon senso della nostra gente, che, proprio per la sua naturale accondiscendenza per un linguaggio più immediato e popolare, si è fatta in questi ultimi anni infinocchiare da imbonitori panceschi, ciò che veramente mi ha irritato di Angelo Scola è il fatto di essere rimasto vittima di una deformazione mentale/culturale/ecclesiale e umana. Sì, deformazione anche “mentale”, dando alla parola “mente” il suo significato più intellettivo.
Angelo Scola, da vescovo di Milano (il “prima” mi interessa relativamente), non è riuscito a svincolarsi dalle “chiusure mentali”, e di conseguenze dalla sua incapacità di “vedere”, o per lo meno anche solo di “intravedere”, quella “nuova” pastorale che avrebbe potuto dare una svolta radicale alla nostra Diocesi milanese, rimasta invece schiava di un immobilismo pauroso che ha paralizzato non tanto le mani e i piedi (questi non sono mai fermi in una Diocesi fortemente pragmatistica), ma il cuore o l’anima della città e dei paesi che compongono la Diocesi.
Quando, qualche anno fa, in un Discorso di Sant’Ambrogio, Angelo Scola disse, suscitando anche qualche polemica, che a Milano mancava l’anima, ecco mi chiedo a quale anima il cardinale pensasse in quel momento. E, allargando il panorama, ancora mi chiedo quale sia l’anima per la Chiesa gerarchica. Non lo chiedo al popolo di Dio, perché avrei risposte allucinanti.
A parte l’anima come motore dell’economia (forse Milano ce l’ha, eccome!), credo anch’io che Milano, come città, sia rimasta senz’anima interiore, intesa nella parte più profonda dell’essere umano.
Certo, le mani e i piedi sono sempre pronti ai muoversi anche agitatamente per questo o quest’altro, soprattutto nel campo assistenziale (talora più fumo che arrosto!), ma dov’è quello “spirito vitale e interiore”, l’unico a poter reggere di fronte all’imponenza di problematiche che avanzano prepotentemente, sconvolgendo la nostra logica di cristiani benpensanti?
E chi è il responsabile di questa paurosa frattura tra l’essere interiore e l’io di una società allo sbando totale, tanto più che noi credenti siamo stati spiazzati, non più da una orda di comunisti anticlericali (che allora avevano tante buone ragioni per combattere una Chiesa istituzionale borghese e capitalista), ma da un’orda barbarica e razzista che sta mietendo stragi anche nelle nostre comunità parrocchiali? 
E poi, Lei eminenza, si chiedeva dove era andata a finire l’anima? È andata a finire integralmente nella pancia della gente, la quale ha disimparato a usare la testa o, meglio, a usare quell’«intelletto attivo» di cui parlava Aristotele.
La nostra gente usa solo l’intelletto “passivo”, ovvero quello condizionato dalle cose da consumare, e le cose consumate consumano a poco a poco l’anima e la riducono in una tale poltiglia da sciogliersi inevitabilmente nella pancia per poi uscire dal culo. L’ha detto Gesù Cristo!
Mi rivolgo anche al neo vescovo di Milano, Mario Delpini, ma con poche speranze, visto che ciecamente ha servito in questi ultimi sei anni il suo padre-padrone Angelo Scola.
Caro Marietto, non puoi scherzare con battutine, o con qualche gesto popolare. Devi partire daccapo, ovvero dalla dimensione contemplativa della vita, ovvero dalla interiorità dell’essere umano. In gioco c’è la vita di ognuno, e non basta più tamponare qualche falla.
La nostra Diocesi non ha bisogno di spinte pragmatistiche o del tipo organizzativo: tutti sanno che in questo noi milanesi siamo imbattibili. Ma l’anima dov’è?
Il problema è di fondo. Il popolo ha perso l’anima perché la Chiesa istituzionale ha perso l’anima, nei suoi vescovi e nel suo clero. Il clero milanese fa paura, perché da tempo ha perso l’anima.
E tu che farai? Andrai in giro in bicicletta a raccogliere qualche frammento d’anima delle poche pecore rimaste e dei tuoi preti così bravi a parlare di anima e così furbi da starsene zitti e tranquilli senza fare più di tanto nella scoperta di quell’essere, dove forse si potrebbe ancora scoprire quel qualcosa che possa attivare la ricerca dello Spirito di libertà?
E dài, caro Marietto, invèntati qualcosa di nuovo, stupisci veramente la Diocesi, ma per prima cosa devi stupisci te stesso, perché mi sembra che il ruolo che hai finora coperto nei vari campi educativi e burocratici precedenti ti hanno mortificato, e temo che il nuovo compito, essere a capo di una Diocesi, completerà l’annullamento della tua personalità, oppure, se riuscirai a dimostrare di essere te stesso, salterà fuori qualcosa di spaventosamente irrimediabile per una Diocesi già in continuo declino.
 
         

 

5 Commenti

  1. coscienza critica ha detto:

    don Giorgio, chiara la valutazione dei due vescovi.
    Ma se lei fosse stato nominato al loro posto, cosa avrebbe fatto nei primi 6 mesi?
    E cosa avrebbe voluto fare nel medio termine?
    In altre parole, in concreto, cosa dovrebbe fare o non fare il nuovo vescovo di MIlano, per ottenere il suo gradimento?

    • Don Giorgio ha detto:

      Ho scritto precedentemente diversi articoli, che non sto qui a ripetere. Andare a rileggerli. Si trovano su questo sito.

      • coscienza critica ha detto:

        sì, li avevo letti, ma…
        ok il riferimento ad una sorta di invito ad una maggior interiorizzazione, se così vogliamo definirlo, alla scoperta di quel Dio che dovrebbe essere dentro di noi (uso il condizionale per rispettare le opinioni di tutti), ma in quegli articoli, a parte questo, non sono mai riuscito a cogliere (sarà un limite mio) come dire..un programma concreto….
        Cioè posso concordare, ed infatti concordo, sul fatto di evitare un’esteriorizzazione della religione in vuoti formalismi, ma penso (forse sbaglio..) che un vescovo, a parte invitare a una maggior interiorizzazione, debba anche fare altro, proporre un programma…diciamo pastorale?, e in tal senso non ho mai letto nulla o forse mi è sfuggito tale aspetto. Mi spiego meglio.
        Chiaro cosa non dovrebbero fare i vescovi, sopratutto come invito, ad esempio, a non nascondere responsabilità per fatti gravi come certi reati eventualmente commessi da preti della diocesi.
        Chiaro il riferimento ad evitare esternalizzazioni ingombranti e financo parossistiche (vedasi Scola), ma poi, a parte questo, ripeto sarà un limite mio, in concreto cosa dovrebbe fare un vescovo da quegli articoli a me non è chiaro.
        Intendiamoci, dico a me, poi magari ad altri più acuti del sottoscritto o più esperti…..
        a scanso di equivoci, concordo sul giudizio su Scola, vuoto formalismo ed omelie spesso incomprensibili.
        Anche da quel poco che ho ascoltato anche al duomo…
        Delpini non lo conosco…..
        Sul resto ho detto sopra….

        • Don Giorgio ha detto:

          Prima cosa che farei da parte del neo vescovo? Riallacciare i rapporti con i preti “defenestrati” da Scola. Intendiamoci: parlo di preti scomodi per le idee, non per altro. Occorre partire da qui. La Diocesi non ha bisogno tanto di preti super-ortodossi, ma di sentire voci anche dissonanti. Ma come può il “piccolino” Delpini, se anche lui ha contribuito a “defenestrare” i preti dissidenti? Ho letto che Delpini avrebbe detto che le due priorità saranno i giovani e le famiglie. Parole fatte! Slogan populisti che non dicono nulla. Bisogna invece partire non da frasi fatte, ma da un dialogo con le voci più aperte, ed aprire un discorso nuovo.

          • coscienza critica ha detto:

            bene, grazie della risposta.
            Un po’ come fece Martini, che invitava e consentiva occasioni di dialogo con tutti, anche con chi non credente.
            Invece di molti, a partire dalla curia, che si chiudono solo tra coloro che già la pensano allo stesso modo.
            Ed infatti, se tutti si chiudono solo tra coloro che già la pensano ugualmente, quale crescita potrà mai esserci?
            Speriamo, quindi, che delpini sia solo….timido? e ancora nell’ombra del predecessore, ma che poi….
            ma io non ci credo, perchè se il buon giorno si vede dal mattino.
            Forse ricordo male, ma mi pare che Martini abbia subito messo in chiaro alcune cose…

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