Derrick de Kerckhove: “Dopo la post verità, la verità condivisa”

da www.democratica.com
9 settembre 2017
Derrick de Kerckhove: “Dopo la post verità, la verità condivisa”
Intervista di Carla Attianese
In principio fu il caso di Singapore, la città-Stato che per prima ha iniziato a costruire una società basata sulla raccolta dei dati e dove il governo ha usato la tecnologia per mettere sotto sorveglianza permanente i suoi cittadini. Poi arrivò Putin, che a proposito di intelligenza artificiale giusto qualche giorno fa ha affermato: “Chi sviluppa la migliore, governa il mondo”. Improbabili scenari futuristici o un pezzo di realtà con cui è bene cominciare a fare i conti?
Ne parliamo con Derrick de Kerckhove, il sociologo canadese considerato l’erede intellettuale di Marshall McLuhan, il visionario sociologo della comunicazione che tanto ha predetto, in tempi non sospetti, lo sviluppo della società dei media. Professore di Antropologia della comunicazione al Politecnico di Milano de Kerckhove ha coniato il termine “datacrazia” per definire la società del futuro fondata sul controllo e l’analisi dei dati. “Programmare il mondo” è il titolo che ha scelto con Maria Pia Rossignaud (direttrice di Media Duemila) per la IX edizione del premio Nostalgia di Futuro.
Professore, come lei ha affermato di recente, davvero andiamo verso un mondo governato dagli algoritmi?
«Ci troviamo in un momento di transizione complesso in cui dopo il momento della post-verità ci aspetta quello della verità condivisa. È il passaggio verso un metodo del tutto nuovo di fare coesione sociale, che in passato è dipesa da un patto non scritto per cui la verità era ciò che la scienza certificava come vero. Oggi è diverso: al tempo di Trump e della Brexit navighiamo in un mondo senza riferimenti. Se i processi di verifica non funzionano, la datacrazia, l’intelligenza artificiale, i Big Data prendono il posto della scienza e della verifica».
Dunque i nostri dati serviranno a questa specie di “Grande Fratello” produttore di verità credibili?
«In parte già adesso è così. A Milano ad esempio il professor Luigi Curini parlerà di Sentimeter, un software capace di analizzare i sentimenti delle persone. Oggi attraverso i data analytics dei social network, soprattutto twitter, questo software scopre in tempo reale quali sono gli stati d’animo di chi li frequenta».
Lei ha parlato di nuovo Medioevo.
«Esempi di stupidità come quello prodotto da Trump produrranno sempre più sete di verità a livello tecnologico e sociologico, e dunque la datacrazia. Ma prima ci aspetta un periodo di buio e sì, un nuovo Medioevo. Le previsioni sociologiche ci dicono che con il ritmo di raffinamento dell’intelligenza artificiale il nuovo scenario potrebbe presentarsi nel giro di 25 anni. Dopo il Medioevo c’è sempre un Rinascimento».
Se la tendenza è questa, la politica sarà sempre più guidata dal “sentimento”, o dalla pancia delle persone, più che dalle idee?
«Nel nuovo scenario in cui ci si affiderà sempre più alle macchine per avere risposte affidabili, i politici assumeranno sempre più il ruolo di controllore e di monitor delle varie decisioni. La datacrazia non è sostenuta da ideologie o opinioni. Vediamo il caso di Singapore, un ragazzo che va a scuola è ‘seguito’ dai data analytics e di lui si potrà predire dove vivrà, che lavoro farà, e via dicendo».
Putin ha detto che chi governa l’intelligenza artificiale governa il mondo. Ha ragione?
«Putin fa una predizione sulla programmazione del mondo perché ha avuto successo nel programmare gli Stati Uniti, ma confonde i tempi. Quello che dice potrà accadere, ma non adesso e comunque per un periodo limitato. Con la datacrazia il nuovo Stato sarà la maturazione della società globale, che farà del mondo una grande città smart in cui il ruolo dei politici sarà marginale. In questo senso le smart city sono un primo passo verso la datacrazia».
Come si concilia questo scenario con i rigurgiti xenofobi e razzisti che attraversano le nostre società?
«L’emozione limbica, quella che si espande in rete, cresce alla velocità della luce ed anche decresce allo stesso ritmo. Con la raccolta di dati, anche ambientali, si possono evitare pandemie e guerriglie urbane. Il futuro oggi non si predice più, si anticipa».
Il mondo resta spaccato in due e il gap riguarda anche la tecnologia. Nello scenario che prevede queste differenza persistono?
«Le differenze esisteranno sempre, in parte la colpa è da addebitare alla politica che deve essere più attenta alla scuola, è lì che si formano le prime differenze. La tecnologia può essere a disposizione, ma se poi non c’è chi ne sa trarre profitto, è inutile. Azzerare le differenze significa puntare su scuola e formazione prendendo esempio dalle eccellenze che esistono anche in Europa. L’ultimo numero di Media Duemila è dedicato all’Industria 4.0, significato e storia. Forse dovrebbe essere distribuito in tutto il sud del Paese».

Derrick de Kerckhove, classe 1944, nato in Belgio e naturalizzato canadese, è unanimemente considerato l’erede intellettuale di Marshall McLuhan, con il quale ha lavorato per oltre 10 anni come traduttore, assistente e coautore. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell’Università di Toronto ed è autore di La pelle della cultura e dell’intelligenza connessa (titolo originale: The Skin of Culture and Connected Intelligence). Direttore scientifico di Media Duemila e dell’Osservatorio TuttiMedia e già docente di “Sociologia della cultura digitale” e di “Marketing e nuovi media” presso l’Università Federico II di Napoli, attualmente insegna “Antropologia della comunicazione” al Politecnico di Milano.

 

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