Un sistema dinastico chiamato scuola: ecco i numeri di un fallimento sociale

da L’Espresso

Un sistema dinastico chiamato scuola:

ecco i numeri di un fallimento sociale

A oggi i figli dei laureati si laureano. E tutti gli altri restano indietro. Se vengono da famiglie senza un diploma, Il 30 per cento dei ragazzi che hanno preso dal 90 al 100 alla maturità  non proseguono gli studi. I dati del consorzio AlmaDiploma elaborati per l’Espresso
di FRANCESCA SIRONI
09 settembre 2019
Un tarlo costante. Una debolezza che rosicchi lentamente, con¬tinuamente, l’impegno che la Costituzione impone (o meglio imporrebbe) allo Stato nel «rimuovere tutti gli ostacoli» per lo sviluppo e la partecipazione alla vita comune. Che indebolisce la possibilità della scuola di farsi ponte verso il futuro. Ai bambini e ai ragazzi che stanno prendendo posto sui banchi in questi giorni l’Italia si presenta come un paese saldamente fondato sull’eredità più che sull’attenzione e sul merito. I figli di laureati saranno laureati, dicono loro le statistiche, gli altri faticheranno sempre più a cambiare le premesse familiari: dagli anni ’90 a oggi la possibilità di emergere dai redditi più bassi non ha fatto che diminuire. La nazione che studieranno nelle nuove ore obbligatorie di “educazione civica” sembrerà loro ancora più feudale se guardata attraverso la lente della mobilità nell’istruzione: solo il sei per cento dei giovani i cui genitori non hanno il diploma ottiene una laurea.
Sei ragazzi su 100. È meno della metà della media Ocse. È il sintomo di un sistema bloccato. Dove l’istruzione non ha i mezzi per ribaltare il cognome che gli alunni portano all’appello il primo giorno: due terzi dei figli di non diplomati non si diplomano. La rivista specializzata Tuttoscuola, lanciando un anno di consultazioni, confronti e dibattiti con insegnanti e operatori, propone di ripartire dall’idea di comunità. «Cerchiamo di condividere modelli», invita il direttore Giovanni Vinciguerra: «capaci di rendere la scuola una comunità costruttrice della più ampia comunità sociale».
Tesa a valorizzare i talenti diversi e le diverse intelligenze. Partendo da quelle che oggi il sistema perde sistematicamente solo per la provenienza. Il trenta per cento dei ragazzi che hanno preso voti eccellenti alla maturità, fra 90 e 100 lode, e che hanno genitori che avevano la terza media, non si iscrive all’università, mostrano dati del consorzio AlmaDiploma elaborati per L’Espresso partendo dal rapporto sui risultati a un anno del diploma del 2019. Sono ragazzi arrivati alla maturità grazie ai propri sforzi, senza ripetizioni gratis il pomeriggio, senza dinastie di successi alle spalle. Sono i migliori. Ma si fermano.
«Noi abbiamo il dovere, in qualità di istituzione universitaria pubblica, di fare tutto quello che possiamo per trovare e offrire un’occasione ai meritevoli, ovunque si trovino. Dobbiamo essere certi di averci almeno provato». Sabina Nuti è rettrice della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa da pochi mesi. «La mia prima iniziativa, quest’estate, è stata una misura per rimborsare, in base all’Isee, il biglietto del treno a chi partecipa alle prove di ammissione. Per molte famiglie può essere una spesa determinante, soprattutto perché la selezione è dura e l’esito incerto. È uno dei tanti ostacoli che abbiamo il dovere di rimuovere, perché non possiamo farci sfuggire alcun talento». Tiziano Terzani, che aveva frequentato la Sant’Anna, era figlio di un panettiere. Nell’irrigidirsi a caste del paese anche il collegio di Pisa rischiava di diventare un luogo chiuso, destinato alle élite culturali. Per evitarlo, ha avviato un primo progetto nel 2013, coinvolgendo scuole di confine dalla Toscana a Scampia: allievi del Sant’Anna, studenti universitari eccellenti, affiancavano ragazzi per aiutarli a riconoscere le proprie aspirazioni e scegliere, magari, l’università. Da quest’anno Nuti ha voluto estendere l’invito a tutte le superiori: i presidi di istituti tecnici e licei riceveranno presto una lettera per suggerire agli alunni eccellenti, provenienti da contesti familiari fragili, la possibilità di un orientamento specifico dopo il diploma; verranno selezionati 120 diciottenni.
«Per noi è fondamentale che quanti più ragazzi possano conoscere intanto le opportunità che esistono, qui e negli altri atenei: i collegi di merito, il diritto allo studio», spiega la rettrice: «La disuguaglianza è legata ai soldi, certo, ma in larga parte anche alle conoscenze. L’informazione arriva sempre a chi ce l’ha già. È un’asimmetria che colpisce chi ha meno mezzi. Non possiamo limitarci a subirla».
Magari con la stessa rassegnazione indignata con cui vengono accolti ogni estate i risultati dei test Invalsi. Alla pubblicazione del rapporto segue il trasversale necessario sconforto per i divari che le prove standard mostrano: fra Nord e Sud, fra centro e periferia, fra singole strutture e classi in alcuni quartieri. Come notava il magazine di accademici Roars a luglio, però, è difficile usare quei dati come grimaldello per cambiare le cose. Se non si ricorda intanto, ad esempio, quanto la spesa pubblica nell’Istruzione sia crollata ancora negli ultimi dieci anni (passando da 72,7 a 66,1 miliardi, secondo le uscite monitorate dall’Istat). E quanto sia importante la strada compiuta, al di là della risposta momentanea. È proprio sulla capacità di far compiere un salto da situazioni fragili, o marginali, a strumenti di conoscenza, così come da basi solide a prospettive nuove, che si misura invece la capacità di una scuola.
Rosa Luciano è maestra alla elementare Suor Celestina Donati di Roma, un istituto dove si mescolano provenienze sociali e orizzonti diversi, con equilibri sempre da trovare, parenti che devono comprare la carta igienica perché mancano fondi per i materiali didattici ma anche corsi che hanno successo. «In una terza elementare due anni fa è arrivato un bambino Rom; è entrato con lo sguardo triste e spavaldo che gli avevano insegnato i fratelli, un sacco di parolacce da dire, e un panino perché non si fidava della mensa. È partita subito un’insurrezione: gli altri genitori furiosi. Non volevano saperne, dicevano che avrebbe dovuto andarsene», racconta: «Ma io e la collega abbiamo fatto quadrato. Abbiamo spiegato che se la scuola gli avesse chiuso la porta, per lui era già finita. Il compito nostro e di tutti era al contrario convincerlo a restare».
È stato difficile, ma ci sono riuscite. «Abbiamo dovuto inventare nuove regole, cercando di premiare la classe, dando la possibilità di fare spesso lezione all’aperto. E poi scoprendo delle capacità che fossero sue da cui partire», continua la maestra: «Lui era proprio fissato con il cellulare, che ovviamente non poteva usare in aula. Allora abbiamo iniziato a fare più uscite didattiche rispetto al previsto, nominandolo fotografo ufficiale del gruppo. Aveva il compito di scattare il reportage. Il giorno dopo, a gruppi, i bambini, lui compreso, ci lavoravano sopra, approfondendo temi, osservando le immagini. Ha frequentato oltre il 70 per cento delle ore. Ma il successo maggiore è stato con i genitori del quartiere. Quando il bambino ha dovuto abbandonare la quinta per motivi legati all’età ci sono venuti a chiedere se potevano fare qualcosa per aiutarlo».
Difficile che un test standardizzato possa valutare, e valorizzare, un’esperienza del genere. Che eppure racconta, nel piccolo, il ruolo e le risposte che la scuola deve trovare nei territori dove l’istruzione si presenta come l’unica e più capillare frontiera dello Stato per la coesione sociale. Flavio Makovec insegna italiano e storia alle medie Calderini Tuccimei di Acilia, ai margini di Roma. Anche la sua scuola, come quella di Rosa, partecipa a “Stelle di periferia”, una rete di associazioni nata per rafforzare gli istituti di confine, dove porta interventi, laboratori, attività. Alla Calderini gli studenti hanno realizzato un cortometraggio, di successo, pare, fra i coetanei. La scuola ha organizzato anche un corso di “muralismo” con Groove, uno street artist, corsi di inglese o teatro. E un docente di tecnologia ha aperto uno spazio con stampanti 3D vicino all’aula digitale. «Siamo una bella realtà, insomma, c’è la lavagna luminosa per ogni cattedra, molti progetti. Eppure restiamo “famigerati” per la frequentazione delle classi; perché ci sono ragazzi che arrivano da contesti di disagio profondo, spesso di delinquenza», racconta il prof: «I metodi didattici che usavo prima non servivano a molto, qui. Ho dovuto trovare un nuovo modo per insegnare, per costruire una connessione emotiva. A volte riesco a coinvolgere anche i più ostili e refrattari in discussioni accese. Sui testi di Sferaebbasta, ad esempio, un idolo la cui musica i ragazzi sembrano subire più che scegliere, e che eppure è intoccabile. Oppure sui social network, sulla violenza, sul razzismo. La costante che sento è soprattutto la richiesta di un sistema di regole certo, sicuro, magari da abbattere, ma di una giustizia che valga per tutti, individualmente, le cui scelte vengano sempre motivata». Chiedono cioè le basi di una fiducia che possa scalfire la certezza trasversale che l’Italia sia un paese di raccomandati e corrotti. E che per loro non ci sia spazio. Studiare, per cui, tanto vale. Non è facile convincerli del contrario in un Paese dove la disoccupazione giovanile è al 32 per cento. E il rendimento degli investimenti nell’istruzione superiore è fra i più bassi del confronto internazionale: i laureati italiani guadagnano in media il 40 per cento in più rispetto ai soli diplomati, al contrario del 60 della media Ocse.
Il titolo porta possibilità maggiori comunque, sia in Italia che all’estero, dove fuggono all’anno 30mila giovani, in cerca di una mossa dall’immobilismo che incontrano a casa. Oltre alle culture, agli incontri e alle porte che gli studi possono aprire. Ancora una volta «per chi può permetterselo: perché la scuola è pubblica, ma non gratuita. Già alle elementari si inizia con i materiali extra, gli album, gli astucci pieni di colori che tutti i compagni hanno, oltre all’anticipo per i libri. Dalle superiori in poi l’ostacolo diventa spesso praticamente insuperabile, fra libri, dizionari, attività, pranzi fuori casa», ricorda Mariangela di Gangi, presidente di Laboratorio Zen Insieme, associazione storica del quartiere Zen di Palermo: «Con Save The Children abbiamo aperto qui un “Punto luce” contro la povertà educativa. Aiutiamo le famiglie a orientarsi fra le possibilità che esistono, a fare pressione per ottenere quello di cui hanno diritto, organizziamo corsi proposti dai ragazzi stessi. Dal calcio alla cucina a basso costo». Sono strumenti utili. Anche solo a far capire ai ragazzi che c’è qualcuno a cui importa di loro, che riconosce le loro capacità. Il Comune di Palermo ha investito i fondi per il disagio minorile in un programma che affianca giovani laureati a adolescenti che stanno abbandonando gli studi prima della terza media. I “fratelli” acquisiti li seguono sia a casa che a scuola, dando consigli e supporto. «È una doppia vittoria: per gli adolescenti, che si confrontano con dei pari, e per i laureati, che vengono retribuiti per una missione sociale», spiega Vito Pecoraro.
Dal settembre scorso Pecoraro guida l’alberghiero “Pietro Piazza” di Palermo, un istituto professionale da record: duemila e 800 studenti, 350 docenti, tutti in capo a un singolo preside. Il primato viene segnalato da “Tuttoscuola” in un dossier che L’Espresso anticipa in esclusiva in queste pagine. Il rapporto è dedicato alla «scuola che soffre», allo stress e alle patologie relative in aumento fra operatori, docenti e dirigenti. «Star bene a scuola non è “una questione”, ma è la questione fondamentale di un microcosmo con il quale hanno a che fare ogni giorno il 44 per cento degli italiani, se includiamo i genitori. Paradossalmente la scuola, che proprio per la delicatezza dell’utenza dovrebbe essere uno dei territori più liberi da patologie e da stress cronico, è invece uno dei settori maggiormente a rischio», ricorda Giovanni Vinciguerra, il direttore della rivista. La girandola dei 170mila supplenti precari che dovranno essere chiamati a coprire cattedre e materie altrimenti vuote nelle prossime settimane; le incertezze sul nuovo concorsola vergogna del sostegno che non viene garantito  agli studenti con disabilità; la responsabilità sulla sicurezza degli edifici e delle persone che li frequentano; il controllo di più di sei sedi scolastiche in media contemporaneamente (erano 4 nel 2000), a volte a chilometri di distanza, «sedi che il dirigente deve “presidiare” fisicamente con frequenza», come spiega il dossier: «Oltre all’onere a breve anche del “controllo biometrico” delle presenze», voluto dall’ex ministro Giulia Buongiorno. Per i presidi saranno mesi intensi. Soprattutto considerando che uno su tre ha più di 60 anni. E deve occuparsi in media di 1.194 studenti e relative famiglie: il 55 per cento in più rispetto ai 769 di 19 anni fa.
«In Finlandia per legge un dirigente non può seguire più di 500 studenti. Ci sarà un motivo?», domandano gli autori di Tuttoscuola nella ricerca. Vito Pecoraro resta positivo. Ascolta musica francese, Rita Mitsouko e Calogero in testa alla classifica. Domattina prenderà la metro alle sette e 07, come tutti i giorni. Arrivato in classe farà un giro per i corridoi, «perché non sono un burocrate, e voglio essere presente. Alcuni dei nostri studenti si alzano alle quattro del mattino per arrivare in tempo. È uno sforzo che va premiato con un’attenzione concreta. Per gli insegnanti è lo stesso». Il mega-alberghiero è un istituto forte, racconta, ci sono progetti europei avviati da tempo– con i fondi di Bruxelles hanno rifatto due cucine –, programmi con il Comune. Ma la struttura è di un privato, a cui l’amministrazione paga l’affitto, e per le assemblee o la palestra devono prendere a noleggio spazi dalle suore. «Nonostante le difficoltà, miglioriamo: in un anno il tasso di abbandono si è dimezzato, ad esempio. Ho introdotto la pratica di intervenire dopo soli cinque giorni d’assenza, contattando la famiglia, parlando allo studente. Abbiamo adottato i trimestri, al posto dei quadrimestri: ci permette di incontrare i parenti più spesso. È servito. Poi facciamo molti scambi, con alunni di Carpi, Parigi, del Trentino. Cercando di prenotare i voli il prima possibile per risparmiare. Gli altri fondi li troviamo». Per il vero obiettivo: che la scuola resti una possibilità. Per tutti.

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