«Chi minaccia il lavoro sono le macchine, non gli immigrati. Serve un nuovo Capitalismo»

da L’Espresso
Intervista

«Chi minaccia il lavoro sono le macchine,

non gli immigrati.

Serve un nuovo Capitalismo»

Automazione. Welfare. Job sharing. Il grande sociologo Richard Sennett riflette su quel che resta della teoria economica, dell’idea di progresso. E dice: «Non mi aspetto niente dai politici, la mia speranza è nella società civile»
di WLODEK GOLDKORN
10 ottobre 2018
Qual è il futuro del capitalismo? Come cambia la natura del lavoro e quindi l’idea che abbiamo di noi stessi? E il progresso ha un avvenire o fa parte delle categorie obsolete del passato? Sono temi che in questa conversazione affronta Richard Sennett. Sennett è uno dei pensatori più originali e più influenti oggi nel mondo. Sociologo, autore di saggi fondamentali (il più recente: “Costruire e abitare. Etica per la città”; indispensabile: “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”; bellissimo: “Lo straniero. Due saggi sull’esilio”), a settantacinque anni continua a insegnare e a spostarsi tra Londra e New York. L’occasione del colloquio è la sua partecipazione al ciclo delle conferenze della Fondazione Feltrinelli, “Stagione Capitale”.
Nei decenni dominati dal pensiero e da politiche socialdemocratiche abbiamo creduto che il capitalismo fosse legato al progresso, al benessere, alle regole condivise anche tra gli avversari. Oggi, il benessere viene meno, idem il progresso e le regole non sono condivise. Cosa è successo al capitalismo?
«Sono questioni diverse. Alcune riguardano la redistribuzione del reddito. Ma a me interessa il tema strutturale: l’automazione e le sue conseguenze sulla forza lavoro. Parto da una constatazione elementare: la sostituzione dell’uomo con le macchine, una volta, era un processo parziale. E sa perché? Perché spesso il lavoro umano costava meno dell’acquisto di una macchina. Oggi, costruire una macchina che funziona a base di un algoritmo costa meno che impiegare un uomo o una donna. Abbiamo a che fare con macchine che non sono più replicanti delle nostre funzioni ma sono molto più potenti della nostra mente. È un cambiamento radicale che non riguarda più solo il lavoro manuale, ma pure quello dei colletti bianchi. La loro percentuale scenderà del venti per cento. Ci sono politici che parlano della minaccia che gli immigrati rappresentano per chi ha un lavoro, ma quella presunta minaccia è poco o niente rispetto alla minaccia costituita dalle “macchine immigrate” ».
Sta dicendo che la classe media non ha futuro?
«Ci sarà un futuro, ma differente. Niente più carriera intesa come lavoro stabile a tempo pieno. La sfida è quindi ridefinire il lavoro e la borghesia. La borghesia era un elemento di stabilità, ma non è più così. I miei studenti, una volta laureati, non hanno davanti una carriera e non l’avrebbero avuta neanche in un’ipotetica società socialista e non più capitalista. Certo, non possiamo abolire le macchine. Ma dobbiamo ripensare tutto, introdurre quello che io chiamo “job sharing”, la condivisione dei posti di lavoro; ridefinire il welfare in modo che la gente abbia reddito e diritti sociali anche quando non lavora; riflettere su un concetto come introito base. I soldi per farlo ci sono, perfino in Italia».
Il reddito di cittadinanza, come vogliono i Cinque stelle?
«È un’idea non nuova e che trae le sue origini nel pensiero di Rudi Supek (sociologo jugoslavo, legato a Praxis, una rivista e un gruppo di studiosi marxisti eterodossi negli anni Sessanta e Settanta, ndr). Però non lo si può introdurre aumentando il debito pubblico. Si tratta invece di riconfigurare il capitalismo e il suo sistema di lavoro. Comunque è interessante il modello delle piccole-medie aziende in Italia del Nord: ditte familiari, dove i posti di lavoro sono in pratica condivisi, così come viene erogato un reddito nei periodi in cui non c’è lavoro. Il problema è che non si sa come applicare un simile modello alle gradi aziende, alle multinazionali. Ecco perché dico che dobbiamo ripensare tutto alla luce dell’automazione».
Resta un fatto, oggi con un numero limitato di click sul computer si può guadagnare in una giornata più denaro di quanto accumulavano tre generazioni di capitalisti come li descriveva Max Weber. Questo significa però che esiste solo il presente, che tutto è istantaneo. L’astrazione, il computer e la Borsa hanno pure abolito il tempo degli umani?
«È vero che la finanza è un’astrazione, si occupa solo del presente, dell’istantaneo e non possiamo farci niente. Ma la finanza non è economia reale. E neanche loro, gli uomini e le donne della finanza, possono farci molto. Mettiamo che lei ha guadagnato decine di miliardi in pochi giorni. Poi che ci fa, con quei soldi? Quel denaro sta in banca e basta».
Può generare altro denaro.
«Appunto. Si cerca di convincere la gente che le transazioni finanziarie siano la stessa cosa dell’economia reale. C’è una specie di egemonia esercitata dai banchieri, loro davvero vivono solo nel presente, nell’istantaneo. Ma l’economia reale significa azione, per cui il tempo non è stato abolito».
A proposito dell’avvenire, parlava prima dei giovani…
«Sottoposti al regime di flessibilità, la loro esperienza è quella di un’oppressione seriale e che si rinnova ogni trimestre, quando sono costretti a cambiare lavoro. Così, la loro visione di se stessi ne subisce danno; il lavoro non significa più crescita personale. Ecco perché negli States e in Gran Bretagna i giovani si orientano sempre di più verso la sinistra radicale».
Però aumentano anche razzismo e xenofobia e si è perso il senso del pudore, nel linguaggio.
«Non sono le vittime del capitalismo a diventare razziste. Storicamente il proletariato ha sempre resistito ai razzisti e xenofobi. Sono razziste invece molte persone che non hanno avuto alcuna esperienza, alcun incontro con l’Altro, con lo straniero. Sono loro a pronunciare le frasi xenofobe. Guardi Donald Trump. Si diceva che la sua base erano i perdenti. Ma non è vero. I lavoratori resistono a Trump. Chi lo appoggia sono invece coloro che vivono di fantasie. Ma anche in Germania e in Europa è così. Per esempio, l’islamofobia non nasce dal fatto che il mio vicino di casa era un terrorista musulmano ma perché non ho mai visto un musulmano».
Lei è esperto delle città, da 35 anni consulente dell’Onu in materia. Le metropoli, le città erano luoghi di flâneur, come le raccontavano Baudelaire o Benjamin, spazi di incontri imprevisti, di passeggiate senza scopo, di stupore e creatività. Oggi, sono invece costituite di spazi ben delimitati, ognuno dedicato ad attività specifiche e separate. E le misure antiterrorismo rendono tutto più controllato e segregato.
«È così. Ma io nel mio libro (“Costruire e abitare. Etica per la città”) mi chiedo come creare ambienti complessi attraverso interventi urbanistici e architettonici. In questo può esserci d’aiuto l’automazione. Le racconto una cosa. Spesso vado a Milano alla Bicocca, all’Università. È un ambiente sterile, senza vita. Ecco, questa è una delle cose che non dobbiamo fare più. Dobbiamo cercare soluzioni pratiche perché la gente si abitui che in un solo luogo possano svolgersi molte funzioni differenti, cambiare i modi di vita delle persone, costruendo spazi concreti. Mi rendo conto che la mia è solo una risposta a metà, ma una mezza risposta è spesso meglio di un’intera risposta».
Una intera risposta porta al totalitarismo. Una volta la bellezza delle città d’Italia non erano solo e non tanto i musei e le chiese, ma il tessuto urbano; gli artigiani, le botteghe, i piccoli negozi. Non ci sono più. E allora che fare?
«Non si può far risorgere gli artigiani di una volta. Ma si può aiutare a creare un nuovo tipo di artigianato. Conosco gli artigiani del vetro nel Veneto. È gente che ha un tale know how che potrebbe creare ricchezza non solo vendendo gli oggetti ai turisti, ma su una scala molto più ampia. Quella gente va sostenuta. Dobbiamo capire che l’artigianato non è più quello tradizionale, ma è un lavoro che sta cambiando natura. C’è artigianato legato alle tecnologie avveniristiche. Ma per strani motivi persiste l’idea sbagliatissima, di stampo romantico, per cui bellezza vuol dire tradizione, mentre modernità uguale funzionalità ».
Conclusione?
«Dobbiamo stare nel presente pensando al futuro. La sinistra non può sprecare il suo tempo a parlare del passato e questo riguarda anche il tema dei migranti discusso ancora in termini del Novecento. Aggiungo, non mi aspetto niente dai politici. È la società civile, la sfera pubblica di cui parlava Hannah Arendt, la mia speranza».

 

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