Segre: «Sono stata clandestina, so com’è essere respinti»

La senatrice a vita Liliana Segre nella sua ultima testimonianza pubblica alla Cittadella della pace di Rondine, Arezzo, 9 ottobre 2020. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

da AVVENIRE
9 ottobre 2020
La testimonianza.

Segre:

«Sono stata clandestina,

so com’è essere respinti»

Lucia Bellaspiga
Alla Cittadella della pace di Rondine (Arezzo) l’ultimo incontro pubblico con gli studenti della senatrice a vita sopravvissuta a Auschwitz
“Da domani non potrai più andare a scuola”. Aveva 8 anni e sedeva a tavola con il papà e i nonni, la bambina Liliana Segre, quando le leggi razziali irruppero nella sua “piccola vita” e lei diventò “l’altra”. Un destino che la insegue ancora oggi, “perché tuttora sono l’ebrea, non più detto con disprezzo, certo”, ma resta quella distinzione che continua a fare di lei “l’altra”… “Chiesi subito: perché?”. E’ solo il primo di tanti perché, tutti senza risposta. “Ricordo gli sguardi mentre cercavano di spiegarmi che eravamo ebrei e per gli ebrei c’erano nuove leggi”.
Di fronte alla platea sterminata di ragazzi venuti alla Cittadella della Pace di Arezzo per ascoltare la sua ultima testimonianza pubblica, Liliana Segre è “altra” pure a se stessa, sdoppiata nel suo ruolo di vittima e testimone: “Nel mio racconto – dice ai ragazzi e alle alte istituzioni presenti – c’è la pena, l’amore, la pietà, il ricordo struggente di quella che ero allora, e di cui oggi sono la nonna. Una nonna incredula, senza lacrime ormai, vicina a quella ragazzina che ero io”. In platea siedono le massime autorità dello Stato, ma lei è qui per i giovani, “i miei nipoti ideali”, vuole chiudere trent’anni di testimonianze sulla Shoah passando a loro la responsabilità di un futuro senza odio.
“Leggetevi quelle leggi razziali, la cosa più crudele è far sentire i bambini invisibili”. Il suo banco resta vuoto, ma i compagni non si accorgono della sua assenza, salvo chiederle – decenni dopo – “dov’eri finita, Segre?”.
Il silenzio dei sopravvissuti alla Shoah è la risposta più frequente, come trovare le parole? La paura si insinua nelle famiglie come la sua, parenti e conoscenti iniziano a partire per l’estero e si salvano, “noi, più semplici, pensavamo che in Italia non ci sarebbe successo niente e restammo”.
L’8 settembre del ’43 l’Italia firma l’armistizio e la Germania invade il Paese. “Fino ad allora le leggi razziali ci avevano umiliati ma nessuno aveva mai parlato di deportazione – continua Liliana Segre – invece ora vigevano le leggi naziste, e noi con due nonni vecchi e malati potevamo scappare? Siamo italiani – dicevamo – non ci faranno del male”.
In un silenzio denso di emozioni, i ragazzi ascoltano visibilmente impressionati. Tra di loro siedono il primo ministro Conte, la presidente del Senato Casellati, il presidente della Camera Fico, il presidente della Cei cardinale Bassetti, ministri e autorità, eppure, sarà la mascherina, ma si confondono tra i ragazzi, tutti hanno la stessa espressione. Il suo racconto è un crescendo che lascia senza fiato, a partire dalla fuga verso la Svizzera – Liliana e suo padre per mano – a piedi tra le montagne fino a passare la rete di confine: “Eravamo salvi. Ma lì incontrammo l’uomo che obbediva agli ordini”.
Non c’è niente di più pericoloso di un uomo che obbedisce alla legge iniqua. Inutile supplicare, “con le armi ci ricondusse a quella rete che tra tanto pericolo avevamo raggiunto. Io sono stata clandestina, sono stata richiedente asilo, sono stata respinta. Io so cosa significa”. Ripassata quella rete, padre e figlia vengono arrestati da finanzieri italiani in camicia nera, “disperati di doverlo fare” ma anche loro obbedienti. Così a 13 anni Liliana entra nel carcere di Varese, dove le prendono le impronte. “Perché?”.
Poi l’arrivo al carcere di San Vittore a Milano, 40 giorni nella cella 202 con il padre, e qui l’appello ai giovani si fa accorato, “ragazzi, non pensiate che i genitori siano sempre fortissimi, non siate avari di abbracci, a volte siete voi i più forti, io desideravo proteggere mio papà”. Vedovo da tempo, a 43 anni vive la tragedia di un padre che non sa salvare la sua bambina. “Quando lo interrogavano, aspettavo ore in cella e diventavo vecchia: lui tornava ed era mio figlio, io lo abbracciavo”.
Binario 21, partenza verso “destinazione sconosciuta”. Partono in 605, torneranno in 22. Passa il lento corteo muto e Liliana vede per l’ultima volta la pietà degli uomini con un cuore: “Erano i detenuti comuni, ci benedivano. Poi avrei dovuto attendere due anni per rivedere la compassione, in mezzo solo mostri”.
Difficile immaginare lo straniamento dell’arrivo, il 6 febbraio 1944, ad Auschwitz, “la spianata di neve, una babele di lingue che non capivo, donne scheletro rasate che scavavano buche e portavano sassi sulle spalle… Non avevo ancora studiato Dante, ma poi in futuro ho capito che eravamo i dannati. Pensai di essere impazzita, che luogo era quello? Non era l’effetto di un momento di rabbia, era un luogo pensato a tavolino, ingegneri, muratori, artigiani lo avevano organizzato così…”.
Da lontano un saluto al padre da cui l’hanno separata, l’ultimo.
Sono le ragazzine francesi, arrivate da settimane, a indicarle la ciminiera, “la vedi? Quelli che avete lasciato alla stazione sono nel fumo”… Di nuovo il dubbio della pazzia, “non capivo, ero ancora calda del suo abbraccio, non era credibile quello che mi raccontavano. Per una mente normale non lo era”.
Ha perso tutto nel lager, Liliana, soprattutto l’umanità, “diventavo l’orrore che volevano loro”. C’è un oscuro senso di colpa nei suoi occhi, ma è una colpa non sua. “Volevano che fossi disumana e io non mi voltavo a guardare i mucchi di cadaveri, né le bambine ungheresi arrivate dopo di me e andate direttamente al gas. Ero lì col mio corpo sempre più orribile, non più donna, senza mestruazioni, senza più seno, e allora se si vuol vivere bisogna astrarsi”.
Tre volte supera l’esame di Mengele, il “medico” criminale, e tre volte è scelta tra chi può ancora vivere. C’è del mostruoso anche nella gioia grata di quel momento, “che meraviglia, io ce l’ho fatta”, e non ti importa più se l’amica invece è mandata a morire perché ha due falangi ferite. E’ quella Janine che Liliana non si volta nemmeno a salutare e cui oggi, nella Cittadella della Pace, dedica la futura Arena…
Seguono le marce della morte, centinaia di chilometri a piedi perché russi e americani si avvicinano e gli aguzzini scappano.
“Ci buttavamo sopra i letamai a frugare con le bocche sporche”, e allora ecco un altro appello ai ragazzi di oggi, “non buttate il cibo, non scegliete nei vostri frigoriferi stracolmi ciò che vi piace ma ciò che scade… perché oggi sul cibo c’è persino la data, potete avere anche le fragole in inverno”.
Alla fine i criminali hanno paura. Uno dei più crudeli si mette in borghese, butta la divisa e la pistola… “Io, che lasciando la mano sacra di mio padre mi ero nutrita di vendetta, pensai di prenderla e ucciderlo. Fu un attimo decisivo nella mia vita…”. La platea trattiene il respiro. Liliana è al traguardo, si coglie che non ce la fa più. “Capii che mai, per nessun motivo, sarei stata come il mio assassino. Da quel momento sono diventata quella donna libera e di pace con cui ho convissuto fino adesso”.

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    Testimonianza agghiacciante. Come è assurda l’umanità! Fa nascere creature eccezionali come San Francesco e abominevoli rifiuti come i criminali nazisti. E ancora oggi, nonostante le durissime pagine di storia che ha vissuto la crudeltà ancora esiste e a volte prospera.
    “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

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