Omelie 2013 di don Giorgio: Festività di Gesù Cristo re dell’Universo

10 novembre 2013: Festa di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo

Dn 7,9-10.13-14; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46

Anzitutto, un po’ di storia. Come è nata la festa in onore di Cristo re dell’Universo? Non è antichissima. Anche questa festa, come quella di tante altre, è nata in modo polemico: per contrastare errori o ideologie contrarie alla fede cattolica. Ecco la motivazione, con la quale numerosi cardinali e vescovi avevano chiesto a Papa Pio XI di istituire una festa per celebrare la regalità di Cristo sul mondo: «Per riparare gli oltraggi fatti a Gesù Cristo dall’ateismo ufficiale, la Santa Chiesa si degni stabilire una festa liturgica che, sotto un titolo da essa definito, proclami solennemente i sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo, che vive nell’Eucaristia e regna, col Suo Sacro Cuore, nella società». Nel 1925, esattamente l’11 dicembre, Pio XI emanava l’enciclica “Quas primas”, nella quale accettava la richiesta dei vescovi, istituendo la festa in onore di Cristo re, fissandone anche la data: l’ultima domenica di ottobre, che precede la festa di tutti i Santi. Successivamente, venne spostata a conclusione dell’anno liturgico, durante la domenica che precede l’Avvento.

A lasciare un po’ perplesso l’uomo moderno sono le parole: re e regno. D’altronde, le troviamo nella Bibbia. Anche Gesù Cristo ha parlato di un regno, dandone però un significato nuovo: del tutto originale. Lui è venuto per regnare dalla croce: morendo ha salvato l’intera umanità. Il regno di Cristo è paradossale, in contrasto con tutte le logiche legate ai regni terreni. Ha sostituito la parola potere con la parola servizio.

Da che mondo è mondo è sempre esistita una gerarchia: c’è uno che presiede, uno che comanda, uno che guida. La democrazia allo stato puro è illusione, un’utopia irrealizzabile. Invece che uno, a comandare sono due o tre, che cosa cambia? Il problema, dunque, non sta nel potere o nella gerarchia in sé, ma nell’idea stessa di potere. Come va inteso il potere? Come lo si vive? Come lo si usa?

Tra parentesi, il termine potere di per sé è positivo, se lo intendiamo nel suo significato etimologico: saper ricavare il massimo da una realtà, da una situazione, da un evento, dal proprio essere, dal bene comune, da tutto ciò che ci circonda, dall’universo. La parola possibilità deriva da potere. Se pensiamo che ciascuno di noi, nel proprio essere, è un mondo quasi infinito di possibilità, allora possiamo renderci conto di quanto siamo potenti, capaci cioè di sfruttare al meglio le migliori energie che abbiamo dentro di noi.

Usiamo pure la parola potere, ma come intenderlo? Il potere è anzitutto responsabilità. Responsabile deriva da rispondere: sono responsabile di una cosa o di una persona nel senso che devo rispondere di quella cosa o di quella persona, devo garantire la sua sicurezza, il suo bene. Di più: devo far sì che quella cosa sia migliorata o che quella persona sia aiutata a sviluppare il meglio di sé.

Ogni parola, come vedete, ha un suo significato specifico, originale, tutto suo, che con il tempo è andato perso, è stato addirittura contaminato, ha assunto un altro senso. Se c’è una parola che ha assunto, nel tempo, un significato totalmente opposto, è proprio la parola potere. È stata subito tradotta così: io posso, dunque comando sugli altri, dunque mi faccio valere dominando, prevalendo, mortificando, soggiogando. Pensate anche alla parola libertà: anch’essa è stata subito tradotta male, nel senso di libertinaggio, di fare ciò che si vuole a danno anche della libertà degli altri. È stato giustamente detto che la mia libertà finisce là dove inizia la libertà dell’altro. Ma il potere-regime che cosa fa? Mette paletti alla libertà in sé, in un modo indiscriminato. La toglie addirittura. Non parliamo poi della libertà di coscienza, che non rientra nel rispetto della struttura. Prima la struttura, o la coscienza? E la coscienza ha vita dura sotto ogni regime. In fondo, ogni struttura, sia civile che religiosa, teme la coscienza, la mette al servizio della stessa struttura. Pensate anche alla parola giustizia: giustizia di per sé non è legalità. È la giustizia che stabilisce i criteri per la legalità, e non viceversa. La giustizia comprende la legalità, ma è al di sopra della legalità. Legalità corrisponde alla legge, e la legge non è di per sé giusta. Torna comodo far coincidere legalità e giustizia. Il potere che cosa fa? Stabilisce a modo suo ciò che è giusto o sbagliato. E anche le cose più assurde diventano legali. Ma non per questo rientrano nella giustizia. Parafrasando le parole di san Pietro, potremmo dire: Bisogna obbedire alla coscienza invece che agli uomini! Pensate infine alla parola verità: non sono io a dover stabilire ciò che è vero o falso, e neppure devo mettere i paletti alla ricerca della verità. Il potere, anche qui, che cosa fa? È lui che stabilisce ciò che è vero, impedendo l’accesso alla verità. Anche dire che la verità è questa o quella, senza permettere di approfondirla, di discuterla, non per negarla, ma per andare oltre, questo è dogmatismo di potere.

Vedete, Gesù Cristo non ha fatto il filosofo o il teologo. Annunciava la parola di Dio, con esempi, con parole, con fatti. Parlava con il linguaggio del popolo, che era l’aramaico. La gente non è provocata dai filosofi o dai teologi: se ne frega di loro. Anche se, bisogna ammetterlo, con il tempo si lascia indirettamente condizionare dalla cultura dominante. Ci sono stati filosofi che hanno influenzato intere generazioni di giovani. Cristo ha scelto un’altra strada, e non è a dire che questa non abbia influenzato intere generazioni. Anzi, dobbiamo ammettere che Cristo ha superato tutti i filosofi e i teologi finora vissuti. I Vangeli, diciamo pure quattro libretti per la loro piccola mole, sono stati e sono ancora oggi i libri più letti, suscitando l’ammirazione anche degli atei e delle altre religioni.

Eppure, leggendoli, Cristo non ha fatto altro che dire le cose più difficili in un modo semplice, tanto semplice che ha scatenato l’ira dei capi, che lo hanno fin troppo capito, mandandolo sulla croce. Anche numerosi discepoli lo hanno abbandonato, giustificandosi: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Dura da accettare!

Cristo, allora, come ha risolto il problema del potere, e dell’autorità? Facendo conferenze, scrivendo articoli o libri? No, ma semplicemente rimproverando gli apostoli che, durante un trasferimento da un paese all’altro, discutevano su chi fosse tra loro il più importante. Gesù se ne accorge, li riprende duramente:  «Chi vuole essere il più grande deve essere l’ultimo, il servo di tutti!». In un’altra occasione, gli apostoli se la prendono con Giacomo e Giovanni, la cui madre aveva chiesto al Maestro che i due figli potessero, nel regno di Dio, sedersi al suo fianco. Gesù li rimprovera, dicendo: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servitore, ma per servire e dare la propria vita…».

«Questa è la chiave: fra noi non deve essere così» ha affermato Papa Francesco, il 21 maggio scorso, commentando il passo del Vangelo. Dunque nell’ottica del Vangelo, continua il papa, «la lotta per il potere nella Chiesa non deve esistere. O, se vogliamo, che sia la lotta per il vero potere, cioè quello che lui, con il suo esempio, ci ha insegnato: il potere del servizio. Il vero potere è il servizio. Come ha fatto lui, che è venuto non a farsi servire, ma a servire. E il suo servizio è stato proprio un servizio di croce: lui si è abbassato, fino alla morte, morte di croce, per noi; per servire noi, per salvare noi».

Nella Chiesa non c’è nessun’altra strada per andare avanti. «Per il cristiano – ha puntualizzato il Pontefice – andare avanti, progredire, significa abbassarsi. Se noi non impariamo questa regola cristiana, mai potremo capire il vero messaggio cristiano sul potere». Progredire pertanto vuol dire essere sempre al servizio. E «nella Chiesa il più grande è quello che più serve, che più è al servizio degli altri. Questa è la regola. Ma da quel tempo fino ad adesso le lotte per il potere» non mancano nella Chiesa.

Silvano Fausti, gesuita, biblista e scrittore, non certo un prete dissidente, parlando del rapporto tra potere e servizio, così ha scritto: «La comunità dopo l’ascensione resta unita. I primi 120 membri (ovvero, le 12 tribù x 10 = la comunità) sono aggregati non dalla «differenza» di un capo che domina, ma dall’adesione al Figlio che li fa tutti fratelli. Riuniti nel Cenacolo preparano il cuore perseverando nella preghiera. Ma preparano anche il corpo. Giuda ha tradito: manca un apostolo. Bisogna integrare il numero dei patriarchi, le 12 colonne del nuovo tempio, che saranno “testimoni della risurrezione”. E questo sarà fatto democraticamente da tutti, su proposta di Pietro. Il testo tocca due punti fondamentali, sempre attuali: l’esercizio dell’autorità e la comprensione del mistero del male. Pietro, autorità riconosciuta, non è come i potenti di questo mondo. Non sta solo, fuori dal gregge dei comuni mortali. Sta “in mezzo ai fratelli”: loro con dignità pari alla sua e lui con responsabilità di fratello maggiore. Suo unico potere è un dovere. Quello del suo Maestro e Signore, il cui comando è: “Lavatevi i piedi gli uni gli altri come io li lavai a voi”. È traduzione “pedestre” della nuova legge: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,14.34). “Chi vuol essere il primo tra voi, sarà il servo di tutti”, come il Figlio dell’uomo (Mc 10,44), che sta in mezzo a noi come colui che serve (Lc 22,27).

Altra autorità nella Chiesa è causa di idolatrie, defezioni e divisioni. Niente vesti pompose o posti d’onore. Nessuno si chiami Padre, Maestro o Guida. Noi siamo tutti fratelli, discepoli del Figlio. Discepolo è chi da lui “impara” (discere) a essere figlio e fratello di tutti. Il proliferare di colorati titoli e rispettive bardature sono buffe storpiature. Si obietterà che sono simboli. Ma l’uomo vive dei simboli che ha in testa. La favola del Re nudo ci aiuti a ridere delle nostre stravaganze con un po’ di buon senso. L’incenso del potere dà vertigini e confonde fantasia con realtà. Fin qui poco male: è solo un po’ di carnevale. Il brutto è che il potere violenta la realtà per imporsi come verità. Se contempliamo il nostro Re coronato di spine, forse cessa il nostro stupido gioco, di cui Lui e i poveri cristi pagano il conto salato. L’uomo non agisce male per cattiveria, ma per incoscienza (Lc 23,34). Crede che le sue smanie di potere lo rendano come Dio. La falsa immagine di lui, di sé e degli altri – quella suggerita da satana in Genesi 3,1ss. – fa usare ogni mezzo per dominare invece che per servire. Questa è la radice dei nostri mali!».

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