Omelie 2019 di don Giorgio: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

10 novembre 2019: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
Dn 7,9-10.13-14; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46
Regno, una parola da interpretare
Sinceramente una celebrazione liturgica per festeggiare Cristo re dell’universo mette un certo imbarazzo, per non parlare di un brivido di fobia per qualcosa che, conferito al Cristo che ci piace, ce lo renderebbe subito quasi disgustoso.
Eppure Cristo stesso, nelle parabole, parla del regno di Dio (o dei cieli, espressione tipica di Matteo). La parola “regno” ricorre nel Nuovo Testamento più di cento volte, utilizzata soprattutto nei Vangeli sinottici (Marco, Matteo e Luca).
Ma è stato lo stesso Cristo a chiarire il senso dell’espressione “regno di Dio”. E lo ha fatto davanti all’autorità romana, rappresentata da Ponzio Pilato: «Sono re, disse, ma il mio regno non è di questo mondo».
Ma l’obiezione resta: non poteva Gesù trovare un’altra parola per definire la realtà divina o il disegno divino sul mondo?
Ma credo che una spiegazione la possiamo anche trovare, e sta in quel voler contrapporre al regno umano un altro regno di tutt’altro genere. Come a dire: voi umani avete una concezione tutta vostra del regno, io ne ho un’altra. Sì, usiamo la stessa parola, ma con significati completamente diversi.
Primo brano: la visione di Daniele
Il primo brano è tratto dal libro di Daniele, precisamente fa parte del capitolo settimo, un capitolo che apre un mondo di visioni, ovvero di rivelazioni divine interpretate da un angelo e spesso popolate di mostri e di figure misteriose, simbolo del potere oppressivo schiacciato da Dio. Dio assume la figura di un Anziano, e c’è anche la figura del ”Figlio d’uomo” che la tradizione giudaica e cristiana ha interpretato come figura del Messia, e Gesù si è arditamente applicato tale titolo.
Col capitolo settimo entrano subito in scena quattro bestie simboliche che incarnano quattro epoche storiche e quattro regni o imperi orientali nella loro successione: quello babilonese, quello dei Medi e dei Persiani e, ultimo, l’impero di Alessandro Magno.
Il potere, perciò, rivela un aspetto bestiale. L’invito di Daniele sembra evidente: prendere coscienza della “bestialità che troppo spesso può segnare un potere e di conseguenza una società. Sì, una bestialità al posto di una umanità, essere belve anziché umani” (don Angelo Casati).
E c’è un altro invito del profeta, che ci dice che “il futuro è di coloro che credono non nella bestialità, nella volgarità, nella corruzione, ma nell’umano; il futuro è di coloro che danno spazio e vitalità a quanto di profondamente umano, di nobile e di conseguenza di divino, vive nella storia” (don Angelo Casati). I rampanti, i vincenti non avranno dalla loro l’eternità, ma solo l’illusione di essere immortali. La bestialità dura poco, il tempo in cui dura l’illusione di un popolo che si fa stregare dai populisti bestioni.
Secondo brano: la profezia di Paolo
Nella lettera ai cristiani di Corinto, l’apostolo Paolo invita a riflettere sulla risurrezione di Cristo. Bisogna credere nella realtà della Risurrezione che è già in atto e che man mano distrugge i poteri umani. Poteri che anch’essi risorgono sotto forme diverse, apparentemente democratiche, ma che distruggono i veri valori della democrazia. Certo, qui non stiamo facendo un discorso strettamente politico, ma anche sulla società civile ricade quel vuoto di realtà divina che le forze del male, da qualsiasi parte provengano, tentano di bloccare.
Dire Risurrezione è dire vita, vita piena, e non dimezzata o addirittura frantumata sotto il peso di opere di morte o di violenza, sotto quel bombardamento di inviti al consumismo più spietato.
Dire risurrezione è dire invito a lottare per una vita che è l’essenza del nostro essere interiore, in cui la vita è lo Spirito vivente.
Una vera Democrazia, usiamo pure questa parola così maltrattata da continui colpi bassi di un partitismo vuoto d’essere, è la prova se crediamo o no nella realtà dell’essere umano.
Risurrezione è già qui, ora, quando il credente ripone fiducia non nelle istituzioni religiose, non nel tradizionalismo becero e già defunto, ma in quel Cristo della fede che è puro, solo quando trova spazio per seminare semi di vita e non di morte.
Terzo brano: una parabola tanto chiara quanto sconvolgente
Il brano del vangelo di oggi riporta una parabola di Cristo che è stata definita tanto cristiana quanto laica, ma che, sia nell’uno che nell’altro aspetto, è rimasta ancora del tutto inapplicata, magari citata in certe occasioni in cui il barbarismo si appropria di un cristianesimo reso a brandelli.
È la parabola di un re, il Figlio dell’uomo, Gesù stesso trionfante, che dividerà nel suo ultimo giudizio, quello finale, i sudditi in due parti: da una parte coloro che “hanno visto” e dall’altra coloro che “non hanno visto”. Hanno visto o non hanno visto chi? Dio stesso nel povero concreto, e non nel povero lontano da noi, o nelle chiacchiere di un buonismo aleatorio.
Coloro che saranno giudicati per la dannazione risponderanno in coro: “Quando mai ti abbiamo visto, Signore?”. Cristo risponderà: “Bastava aprire gli occhi, e avreste visto la mia presenza nel povero accanto a te”.
C’è gente che vede il Cristo, o la Madonna o i Santi sempre o ovunque, eppure non sa vedere la presenza misteriosa ma reale di Dio nella realtà umana. Il nostro è il Deus absconditus, un Dio che è presente in incognito. È il Dio mistico, nascosto in noi. Ma i credenti vedono manifestazioni di Dio negli oggetti, nelle parole, nei documenti, nelle norme ecclesiastiche, nell’obbedienza all’autorità costituita, e poi, accanto a un povero, lo giudicano e lo trattano come un essere disumano.
Commenta don Angelo Casati: «La parabola è giocata sulla concretezza: bando alle fumoserie, alle astrazioni, alle affabulazioni. Incroci volti di carne, non chiacchiere. Rispondi con gesti di carne, che hanno la stessa concretezza della carne dell’altro. È il messaggio ultimo, ultima parabola, o, se volete, è il comandamento, spogliato di tante cose marginali, ricondotto all’essenziale. Tanto essenziale che il gesto: “Ho dato da mangiare, da bere, ecc.” decide una vita, se la mia è una vita. O se è una morte».

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