Omelie 2018 di don Giorgio: QUARTA DI QUARESIMA

11 marzo 2018: QUARTA DI QUARESIMA
Es 33,7-11a; 1Ts 4,1b-12; Gv 9,1-38b
Un miracolo, “segno” pasquale
Ancora una volta Giovanni, tra i quattro l’evangelista che ha saputo più degli altri tre rileggere i detti e i fatti di Gesù alla luce della Mistica, ha preso un miracolo e ne ha fatto un capolavoro non solo letterario, ma soprattutto del cammino interiore di fede, al di là del dato di cronaca, che poteva richiedere solo qualche riga.
Dunque, il racconto dell’uomo, cieco dalla nascita, assume nel quarto vangelo un significato mistico, alla luce del Cristo della fede.
Possiamo dire quello del cieco nato è un racconto pasquale o, in altre parole, di passione, morte e risurrezione.
Anche il cieco nato, come Cristo, soffre, muore e risorge: subisce un processo, viene buttato fuori dalla sinagoga e risorge nella fede.
Prima ottiene il dono della vista, già meraviglioso, poi viene sottoposto a un continuo serrato processo e condannato, e alla fine incontra Cristo che gli dona un dono ancor più meraviglioso, quello della riscoperta del suo mondo interiore.
Ecco perché il racconto del cieco nato va letto in senso pasquale, ed è per questo che la Liturgia lo sottopone ogni anno alla nostra meditazione, nel periodo quaresimale.
Tutto è una questione di vista
Solitamente diciamo: “dal punto di vista di…», oppure: “quella certa visuale…». Sì, è vero, è tutta una questione di vista. Questo per dire quanto gli occhi siano importanti. Non solo gli occhi fisici, ma soprattutto gli occhi della mente, o gli occhi del cuore. Ma c’è soprattutto  la vista dell’essere, i cui occhi sono quelli dello Spirito.
Leggendo e meditando il brano odierno di Giovanni viene spontaneo dire: “Tutto dipende dal nostro modo di vedere”.
Gesù, a differenza di tanti altri passanti, “vede”, cioè nota, osserva un cieco mendicare ai bordi della strada: a quei tempi, chi aveva qualche difetto fisico era emarginato dalla società, per cui per sopravvivere doveva chiedere l’elemosina.
Il verbo “vedere” è presente nei Vangeli a indicare l’attenzione di Gesù, cui non sfugge nulla. Anche il samaritano “vede” il malcapitato vittima dei briganti, a differenza del levita e del sacerdote che non “vedono”, e oltrepassano.
Qualcuno giustamente fa osservare la differenza tra “vedere” e “guardare”. Vedere implica un atteggiamento più profondo del semplice guardare. Vedere è partecipare dal di dentro, guardare è solo osservare freddamente o per abitudine una cosa. Vedere mette in moto l’essere, guardare mette in moto i sensi.
Ecco perché è tutta una questione di vista, ma di vista interiore.
Gli sguardi sono momentanei, fugaci, se ne vanno, talora offendono, feriscono, fanno male. La vista, che è “pathos”, ovvero cuore che vede, partecipa al soffrire dell’altro.
Gesù, dunque, “vede” il cieco. C’è un primo dialogo con i discepoli, i quali gli chiedono se quella cecità sia dovuta ad una colpa dei genitori, secondo la concezione di quei tempi. Gesù dà una risposta secca, ponendo il problema su un altro punto “di vista”.
Ed ecco: la vista comincia a schiarirsi. I genitori non c’entrano nulla, quando hanno concepito il figlio cieco. C’entreranno dopo la sua nascita, perché lo scarteranno. Faranno di tutto per “non vederlo”.
Poi Gesù compie un gesto del tutto strano per noi moderni: sputa per terra, fa del fango, lo spalma sugli occhi di quel cieco e gli ordina di andare a lavarsi alla piscina di Siloe. Forse c’è dell’ironia: Gesù osserva il rituale giudaico, ma nello stesso tempo non osserva il sabato. Il cieco obbedisce e ci vede, fisicamente. E da qui inizia un doloroso cammino per un’altra “vista”: quella interiore. Un cammino progressivo, direttamente proporzionale al cammino a ritroso dei capi giudei, mentre la folla, i parenti e gli amici fingono di “non vedere”, per non essere scomunicati.
La vista del cieco si perfeziona, mentre la vista dei capi si annebbia. In realtà era già stata annebbiata da secoli di una religione ottusa. Ma quando l’ottusità diventa ideologia, presunzione, orgoglio, potere, non c’è più scampo per nessuno e nemmeno per la religione. Allora, per salvarsi bisogna uscire, un’altra volta emarginati, ma stavolta non si è più in balia di un mondo cieco per pregiudizi. Cristo ci aspetta: la salvezza ci aspetta. E Cristo non ci rimetterà in una società di ciechi, ma ci porterà nel mondo della normalità dell’essere.
Chi è il vero vedente?
Ci si chiede da millenni: chi è in realtà il vedente o il non vedente? Chi è il normale o l’anormale? Forse dovremmo renderci conto che, se qualcosa non funziona, è perché abbiamo perso la conoscenza della realtà. La realtà è al di là della nostra visuale che, più che corta, è indirizzata altrove, completamente sfasata, fuori rotta.
Sì, è tutta questione di vista. Se andassimo dall’oculista e umilmente ci facessimo curare, forse qualche speranza ci resterebbe ancora. Dico forse. Qualche dubbio ce l’avrei.
La massa sarà sempre alla mercé di leader ciechi e ottusi. I profeti, coloro che vedono la realtà, tanto lucidamente da essere giudicati folli, saranno sempre pochi, isolati, condannati dal potere e dalla massa.
Eppure basterebbe poco: imparare a “vedere” ogni giorno qualcosa del mondo che ci sta attorno; un mondo di cose e di persone, ferito da sguardi indiscreti, talora sciocchi, talora criminali.
Ma dobbiamo scendere dentro di noi, là dove gli occhi dei sensi lasciano il posto agli occhi dell’essere più puro. Ma forse ci piace restare in un altro mondo, a noi estraneo, estranei come siamo a noi stessi.
Siamo anche noi come quei farisei che chiedono a Gesù: «Siamo ciechi anche noi?”. E Gesù risponde: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”».

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