Donatella Di Cesare all’Huffpost: “L’Italia va de-salvinizzata”

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Donatella Di Cesare all’Huffpost:

“L’Italia va de-salvinizzata”

Intervista alla docente di Filosofia teoretica a Roma. “Italiani sono sonnambuli nell’incubo feroce del leghismo a 5 stelle, incantati dalla musica dolce del pifferaio magico”
By Nicola Mirenzi
La diagnosi è chiara: “Molti italiani sono dentro un sogno che si trasformerà, prima o poi, in un incubo feroce. Non stanno dormendo, né sono davvero svegli: sono dei sonnambuli che marciano incantati dalla musica dolce del pifferaio magico, che li sta portando dentro un universo fatato, dove anche gli enigmi più complessi del mondo contemporaneo sembrano avere una soluzione istantanea. Peccato che, quando si sveglieranno, scopriranno che non è così”. La cura, per il sonnambulismo dell’Italia stregata dal leghismo a 5 stelle è più difficile da individuare: “Non ho ricette facili da offrire”, dice Donatella Di Cesare, una delle filosofe più impegnate nella dimensione pubblica italiana, ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma.
“L’Italia – spiega all’HuffPost – è stata salvinizzata grazie al contributo del Movimento 5 stelle. L’alleanza di governo con la Lega di Salvini, che nemmeno il risultato delle ultime elezioni europee ha spezzato, ha portato al governo una destra molto diversa da quella a cui eravamo abituati fino a qualche anno fa. È un’ultra-destra, che si è innestata nel discorso pubblico nazionale con slogan identitari, propaganda anti-migranti, una risposta reazionaria e, addirittura, anti-storica ai grandi interrogativi del nostro tempo, dalla globalizzazione allo smarrimento esistenziale. Per questo, dico che occorre de-salvinizzare l’Italia”. Gli ultimi tre libri di Di Cesare − Stranieri residenti, La vocazione politica della filosofia (Bollati Boringhieri) e Marrani (Einaudi) − hanno al centro il tema dell’estraneità, che non riguarda solo gli immigrati, ma tutti noi: “I filosofi sono i migranti del pensiero. Perché quando qualcuno pensa intensamente, è assorto, dà l’impressione che sia altrove. Pensare estranea, rende stranieri”.
E il migrante, a sua volta, è un filosofo?
Certo che no! Migrante non è che il participio presente del verbo migrare. Sembrerebbe un termine neutro. Invece, ha assunto un significato spregiativo. Non è né un cittadino, né uno straniero, parola che comunque si porta con sé un’aura epica e sacra. Il migrante è di troppo ovunque. È un intruso. Suscita imbarazzo.
Il filosofo, invece?
Socrate era un estraneo nella sua città, Atene. Sollevava continuamente domande. Metteva in discussione ogni cosa. Era inopportuno. Irritava. La sua estraneità, però, era ciò che gli consentiva di vedere al di là della città, ciò che c’era oltre. Finì per essere condannato a morte.
Perché l’estraneità dovrebbe riguardarci tanto?
Perché, se non sbaglio, il suo accento mi dice che lei non è romano. Anche lei è estraneo a questa città. Chi di noi, oggi, vive esattamente nel posto in cui è nato? L’esilio è la condizione esistenziale del nostro tempo.
Il sovranismo è una reazione a questo sentimento?
È un modo per affermare: “Io non voglio vivere questa condizione dolorosa”.
E non è legittimo?
È irreale, è la pretesa di liberarsi delle condizioni oggettive del nostro tempo, un desiderio di uscire fuori dalla storia, negandola.
È falso dire: “Siamo italiani”?
Ma che cos’è l’Italia? L’Italia è tutto fuorché un’identità monolitica. La storia dell’Italia è la storia delle repubbliche marinare, dei comuni, dei principati, delle casate, di una costante conflittualità interna. Come si fa a riassumere tutto questo innalzando un unico vessillo? Il salvinismo è profondamente anti italiano. Nega la nostra storia.
Eppure, Salvini riconosce le tante ‘piccole patrie’, tanto è vero che ogni volta indossa una felpa con il nome della città che visita.
Ma quello di Salvini è un richiamo brutale. Afferma: “Io sono tutt’uno con il luogo in cui abito, mi identifico con esso e rivendico il diritto di essere sovrano su questo spazio, cioè di escludere chi non è identico a me”. È un discorso pericolosissimo. Non è il razzismo del sangue. È il razzismo del suolo.
È diventato un sentimento maggioritario?
Per fortuna, gli italiani che votano Salvini sono poco più del trenta per cento e non credo che siano tutti razzisti. La maggior parte di essi nemmeno si rende conto delle estreme conseguenze a cui conduce l’idea salviniana del primato degli italiani. È questo il sonnambulismo di cui le parlavo prima. Non sono abbastanza svegli per rendersene conto, né sono abbastanza addormentati per poter dire: “Non c’ero”.
Non sottovaluta le capacità di giudizio di una buona fetta di italiani?
Non mi permetto di giudicare l’intelligenza di chi vota per Salvini. Mi permetto di giudicare l’ignoranza. In Italia, c’è un alto livello di analfabetismo di ritorno. Sempre più persone non leggono i giornali. Hanno informazioni lacunose. È ovvio che l’assenza di strumenti culturali porti a reazioni viscerali.
Però ci sono anche degli intellettuali che hanno teorizzato il sovranismo e il populismo?
A chi pensa?
Alla destra francese, ai De Benoist, ai Camus.
Queste figure hanno sviluppato una critica della globalizzazione che io ritengo schematica, e faccio anche fatica ad attribuirgli la dignità di una vera e propria critica.
Ma perché, scusi?
Perché il loro mantra è piuttosto rozzo. Dicono: “Siccome il capitale è diventato globale, per opporsi a esso occorre ripristinare i confini, restaurare la sovranità nazionale”. Inoltre, c’è sempre, nelle loro analisi, un sottotesto complottistico, come se l’evoluzione capitalistica sia stata decisa a tavolino, da Soros e da qualche lobby di banchieri.
Invece, lei perché critica il capitalismo?
Io critico il fatto che, dopo la caduta del muro di Berlino, tutti i possibili sistemi politici ed economici alternativi al capitalismo siano stati bollati come totalitari, nonostante sia chiaro che questo sistema economico produca grandi disuguaglianze e ingiustizie. Essere svegli, significa anche cercare di guardare oltre.
Bisognerebbe guardare anche oltre la democrazia?
Negli ultimi trent’anni, la filosofia è stata al servizio della democrazia liberale, rinunciando al suo ruolo, che è la critica.
Considerando le minacce che incombono su di essa, non pensa che la democrazia vada più protetta che criticata?
No, penso che la cosa migliore da fare sia criticarla costruttivamente.

 

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    I complimenti più sinceri alla professoressa Di Cesare per la sua analisi puntigliosa, che condivido pienamente. Come lei infatti sostengo che le espressioni patria e patriottismo, oggi rispolverate con tanta enfasi dai neonazionalisti e sovranisti, di cui l’ex padano Salvini è il punto di riferimento, sono una forzatura antistorica per quel che riguarda il nostro paese, che non è mai stato una vera nazione se non sotto il dominio del regime fascista. Non solo, ma anche nei sogni e nelle ambizioni degli intellettuali e di coloro che hanno combattuto nelle guerre e nei moti risorgimentali del XIX secolo, la parola ITALIA era usata più che altro per descrivere una sogno, un ideale, un’aspirazione necessaria per potersi sottrarre alle monarchie dei vari stati in cui il territorio era frammentato (ivi compreso il papato) quasi tutti, del resto, di estrazione estera, e perciò nessuno identificabile come patria.
    «L’Italia non è altro che un’espressione geografica». La famosissima frase attribuita all’arrogante diplomatico austriaco principe Klemens von Metternich, che tanta rabbia e indignazione ha sempre suscitato, tutto sommato non è poi così campata per aria, considerato che la nostra è una storia di conflitti perenni che volta a volta hanno coinvolto famiglie, clan, villaggi, comuni, signorie e principati e il termine campanilismo che sta ad indicare l’attaccamento viscerale al proprio nucleo di appartenenza, nasce proprio da questo. Non per niente solo con l’avvento delle competizioni sportive a carattere nazionale si è riusciti a suscitare una sorta di patriottismo di genere, ma talmente superficiale ed effimero da durare giusto il tempo dell’evento agonistico.
    Per di più, la sciagurata compagine che da un anno ci governa, è servita solo a confermare l’inconsistenza del M5S, utile come aggregazione di protesta e di contrasto alle istituzioni, ma incapace di gestire un successo di grande portata, al punto da lasciarsi circuire e disarmare da un partito che, pur di andare al governo, ha rinnegato un’alleanza ultradecennale che l’aveva visto in prima linea durante la campagna elettorale. E se questo non è sufficiente a dare un’idea di quanto sia affidabile, cos’altro ci dovremmo aspettare?

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