Omelie 2016 di don Giorgio: SECONDA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

11 settembre 2016: SECONDA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 5,1-7; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32
Tre linguaggi efficaci per una parola provocatoria
Nei tre brani della Messa troviamo tre linguaggi o modi di esprimersi diversi tra loro, ma complementari. Ciascuno ha una sua efficacia comunicativa.
Nel primo brano, troviamo un linguaggio poetico: è il cosiddetto “canto della vigna” di Isaia. Nel secondo, troviamo un linguaggio teologico, tipico dell’apostolo Paolo: è la distinzione tra fede e legge. Infine, nel Vangelo, troviamo un linguaggio in parabole: è la parabola dei due figli. Tre linguaggi, dunque, apparentemente diversi, ma contenenti ciascuno una provocazione. Quando leggo la parola di Dio, nei suoi diversi messaggi, dovrei sempre partire dal presupposto che, proprio in quanto Parola di Dio, è già una provocazione. È come una lama affilata: taglia, ovvero toglie via le formalità, le consuetudini, la scorza, gli involucri per farci cogliere la verità di Dio che, in quanto essenziale, è Verità senza rivestimenti, senza superfluo.
La vigna che fa arrabbiare il Signore
Partiamo dal primo brano: è la pagina poetica del “Canto della vigna”. Sì, il linguaggio è poetico, ma parla di un dramma, ovvero del fatto tragico di una vigna improduttiva, sterile, senza frutti. La vigna naturalmente simboleggia il popolo ebraico, il prediletto del Signore. Il vignaiolo rappresenta il Signore. Il dramma consiste in una struggente constatazione, che è espressa con una domanda che in realtà non  è una domanda: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?”. Dunque, il vignaiolo-Dio confessa di aver fatto il possibile, e noi sappiamo che il possibile per il Signore va al di là di ogni possibilità umana. Qui sorge spontanea una riflessione. A differenza del Signore che può dire di avere fatto tutto il possibile, invece i genitori, gli educatori e i responsabili anche politici non possono dire la stessa cosa. Siamo sottoposti ad un continuo esame di coscienza: forse potevamo fare di più! O, meglio, forse potevamo fare di meglio. Sì, è proprio qui il vero problema: non è la quantità, ma la qualità del nostro agire educativo. Non è che non facciamo, o che ce ne stiamo del tutto indifferenti. È che facciamo troppo e male. Facciamo troppe cose esteriori, e così crediamo di esprimere tutto il nostro amore. Oggi, soprattutto, in una società dello strafare, manca la qualità del fare. E poi ci lamentiamo perché non si vedono i frutti.
Dio passa al giudizio
Di fronte alla vigna improduttiva, Dio interviene con un giudizio implacabile, e si giustifica.  La vigna viene cancellata totalmente, diventerà deserto, spontaneamente cresceranno rovi e pruni. Poi viene superata la parabola e si entra nel merito dell’accusa, espressa con chiarezza: «Egli (il vignaiolo) aspettava diritto (mishpat) ed ecco delitto (mishpach), attendeva giustizia (tsedaqa) ed ecco lamento (séaqa)”. Il gioco di parole, in ebraico, suggerisce quanto sia facile equivocare e passare dal rispetto alla prevaricazione, dalla giustizia allo sfruttamento che provoca pianti e angosce. Nella storia i popoli della terra hanno creduto di poter raggiungere grandezza, benessere e potenza attraverso l’oppressione, l’ingiustizia, la guerra.
E purtroppo lo si può dire anche dei popoli che hanno accettato la fede in Gesù. E poi ci lamentiamo che il mondo sia diventato come un deserto?
La nuova legge o la fede nel Risorto
Passiamo al brano di San Paolo. Non è di facile lettura: andrebbe contestualizzato, ma ciò richiederebbe troppo tempo. In sintesi: i primi evangelizzatori hanno avuto a che fare con situazioni culturali e religiose molto diverse, ma i primi a creare problemi al Cristianesimo sono stati i cristiani provenienti dal mondo ebraico, i quali non riuscivano a staccarsi dalle loro antiche tradizioni. San Paolo, soprattutto, cerca di far capire che Cristo è venuto a inaugurare una nuova legge, che supera la legge mosaica. Una Novità così sconvolgente che non sarà mai compresa, neppure dalla Chiesa, tentata continuamente di cadere nelle braccia di un legalismo anti-evangelico. Siamo ancora qui a chiederci che cosa sia in realtà la Novità evangelica. Pensate alle numerose discussioni tra legge e fede, tra fede e opere. C’è una parola che dovrebbe indicarci la strada giusta, ed è Grazia. Ma parlare di Grazia divina ci porta lontano, o, meglio, ci porta così dentro di noi da sembrare di entrare in un mondo del tutto misterioso. Una cosa è certa: finché resteremo vittime di una religione che parla solo di legge o di opere, non potremo mai avvinarci al mondo divino, che è grazia o realtà dello Spirito che è per sua natura interiore.
I due figli
Il brano del Vangelo riporta una delle parabole più realistiche. Sì, perché, in fondo, l’atteggiamento dei due figli ci rappresenta molto bene; anzi, direi che in ciascuno di noi c’è una parte di entrambi: talora diciamo sì e poi non facciamo, talora diciamo no e poi facciamo. Questo riguarda anche le istituzioni civili e religiose. Purtroppo, in queste prevale l’atteggiamento del secondo figlio, che apparentemente obbedisce e poi se ne frega: le formalità anzitutto, salvare la faccia, impegnandosi il meno possibile. Commenta don Raffaello Ciccone: «Gesù mette in luce un pericolo diffusissimo in ogni religione: quello del formalismo, per cui si garantisce ogni rispetto, non ci si schiera mai contro Dio, non lo si rifiuta assolutamente, né lo si rinnega. Magari il Signore è sempre al vertice dei nostri pensieri. Ma poi avvengono segni e fatti nuovi, imprevedibili: e noi ci rendiamo conto che si stanno aggiungendo messaggi diversi da quelli a cui siamo abituati eppure sufficientemente chiari. Restiamo disorientati ma non ci decidiamo a pensare e scegliere. Facilmente ritorniamo ai nostri “si” formali e dimentichiamo i richiami nuovi».
Ma rimaniamo nel contesto della parabola evangelica. Gesù si riferiva al popolo ebraico, condannandolo per essersi comportato come il secondo figlio. Ma c’è di più. La provocazione di Gesù sta anzitutto nell’introdurre due figli, e nel proporre a ciascuno di loro di andare a lavorare nella vigna. Commenta ancora don Ciccone: «La proposta è fatta a tutti e due. E già questo è strano poiché nella riflessione d’Israele si parla di un unico figlio che è Israele stesso: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Osea 11,1) e al faraone viene dichiarato: “Israele è il mio figlio primogenito” (Esodo 4,22)». Adesso possiamo capire il motivo per cui i caporioni religiosi del popolo ebraico odiassero Gesù e lo condannassero poi a morte. Gesù ha sconvolto le fondamenta della religione ebraica, allargando la visuale al mondo intero. Poi succederà che la Chiesa richiuderà gli orizzonti, prendendo il posto del secondo figlio.

 

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