Omelie 2020 di don Giorgio: VII DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

11 ottobre 2020: VII DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 65,8-12; 1Cor 9,7-12; Mc 13,3b-23
Le parabole di Gesù
Nei quattro Vangeli, letti nel loro insieme, troviamo una quarantina di parabole, ovvero di racconti, più o meno lunghi, narrati da Gesù che prendeva solitamente lo spunto da fatti reali della vita quotidiana, con l’intento di trasmettere un messaggio riguardante il regno di Dio, da intendere come quel mondo dello Spirito, perciò il mondo del Divino che è dentro di noi.
Potremmo anche dire che, senza le parabole, il Vangelo sarebbe incomprensibile, proprio perché la Buona Novella, che Gesù è venuto ad annunciare, riguardando il Regno dello Spirito, richiedeva un linguaggio comunicativo al di fuori del comune linguaggio diciamo letterale.
La parabola è una parola che deriva da un verbo greco che significa “mettere di fianco, accanto”, ovvero confrontare, paragonare.
Numerose parabole iniziano così: “il regno di Dio è come, è simile a…”. Quindi Gesù non dice: il regno di Dio è, ma “è come…”. «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come…». Il racconto ci dà una certa idea di ciò che è il mondo del Divino o dello Spirito.
Già questo fa capire quanto profondo sia il contenuto di un messaggio che, toccando il Mistero del Divino, è costretto a ricorrere a un linguaggio, appunto quello parabolico, che dice e non dice, fa capire e non troppo, facendo intuire più che definire.
“Il regno di Dio è come…”, e Gesù si aggancia a un fatto o a un gesto che però va al di là della realtà del fatto o del gesto in sé.
Ognuna delle quaranta parabole fa intuire qualcosa di un Mistero, di cui una parabola sola non sarebbe sufficiente nemmeno a dirci qualcosa. Più parabole, e più possibilità di aprire un tesoro che in ogni caso sarebbe sempre da scoprire, senza mai arrivare al fondo.
Potremmo anche dire che tutto è parabola, purché prendiamo ogni minima cosa come una immagine divina, senza perciò fermarsi alla sua carnalità o esteriorità. Perciò l’Universo nelle sue più invisibili particelle è una parabola parlante.
Ma per vedere in ogni cosa una parabola, ovvero qualcosa che può parlarci del Mistero divino occorre avere occhi particolari, che sono quelli interiori.
Gesù parlava in parabole, e la gente capiva e non capiva, e i caporioni ebrei fraintendevano il messaggio arrivando a duri scontri. Come dice il Vangelo: la parabola poteva addirittura diventare un ostacolo, uno scandalo, ovvero una pietra d’inciampo, come se Gesù si divertisse a irritare la gente, soprattutto i caporioni del suo tempo, con delle provocazioni, anche con giudizi di condanna.
Ma il vero unico intento di Gesù era di aiutare la gente ad aprire gli occhi, e la gente li chiudeva ancor più ostinatamente come chi, davanti a un raggio di sole, si mette la mano davanti agli occhi.
In realtà, le parabole anche per l’uomo moderno non possono non essere provocazioni e scandali, se è vero che la parola di Dio per la sua stessa natura è provocazione e scandalo.
Se la Parola di Dio non provoca e non scandalizza più, sarebbe da mettere sullo stesso piano delle altre parole umane: senza senso, senza valore, senza mordente.
La Parola di Dio provoca e scandalizza quella normalità che è omologazione, appiattimento, conformazione allo standard di una società morta nello spirito.
Se la parabola è una rivelazione del Mistero di Dio, ovvero del mondo del Divino nel nostro essere interiore, non può non provocare e scandalizzare, quando la realtà ci dice che siamo talmente alieni da essere completamente fuori da noi stessi.
E le parabole di Gesù vorrebbero pungolarci proprio nella nostra carnalità di individui, vittime della alienazione. Cioè, siamo altro dal nostro mondo interiore, il quale è come seppellito sotto un mucchio di cose, che alla fine riescono a spegnere la voce dello spirito.
La parabola del seme
Il brano del Vangelo di oggi presenta la parabola del seminatore, una tra le più note, interpretata variamente. Ognuno vi scopre significati diversi, prendendo come spunto di partenza le diverse tipologie del terreno: sassoso, poco profondo, pieno di rovi oppure buono e ottimo per la seminagione. E da qui i parroci solitamente traggono spunti per una morale comportamentale, dimenticando il cuore del messaggio di Gesù.
Perché non tener presente l’atteggiamento del contadino, che rappresenta nella parabola Dio stesso, il quale sparge la semente con un gesto ampio, così abbondante da rischiare lo spreco? La semente, prima del terreno dove essa possa attecchire, richiede un gesto di estrema generosità. Meglio lo spreco che troppa prudenza di chi teme che qualche seme possa finire tra i rovi o su terreno sassoso.
Il contadino compie un gesto ampio, così Dio che non misura i suoi gesti con cui semina il suo Bene nell’universo. Il Bene Assoluto è così sovrabbondante che non vi è angolo della terra che non sia investito dai semi divini. In ogni realtà vi è un seme di Dio, e il seme divino è il Bene che si riflette nella sua creatura. Un Bene, quello divino, che non teme chiusure o rifiuti da parte dell’essere umano: il seme divino è in ogni essere umano come una scintilla, pronta a riattivarsi, a farsi fiamma, luce, vita. Dove c’è luce, c’è vita.
Dunque, ogni realtà creata è un seme divino, è una scintilla che origina dalla Sorgente di luce, che è Dio, il Bene Sommo.
Non ci sono privilegi religiosi, non ci sono religioni più privilegiate. Dio è al di sopra della religione, è al di là della religione. Il campo dove Dio semina è ovunque vi è un alito di essere, e ogni cosa è essere, altrimenti non ci sarebbe.
Il contadino “uscì” a seminare. Dio è necessariamente l’uscita dal triangolo trinitario, quasi una realtà chiusa nel Mistero più intimo che possa essere. Così noi, se vogliamo seminare la Bontà di Dio, ovvero il Bene Sommo, dobbiamo uscire dal nostro io, ovvero dal fatto che siamo singoli chiusi nel nostro mondo magari anche del tutto spirituale.
Dio è uscito a seminare, così anche noi usciamo dal nostro mondo interiore per seminare ciò che è stata ed è tuttora la scoperta del mondo divino. Seminare per noi è comunicare a tutti che in ogni essere umano vi è un seme di Dio, vi è una scintilla del fuoco divino, che è luce prima che calore, è intelletto prima che amore.

1 Commento

  1. Simone ha detto:

    “il seme divino è in ogni essere umano come una scintilla, pronta a riattivarsi, a farsi fiamma, luce, vita. Dove c’è luce, c’è vita.”

    Grazie don!

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