Omelie 2018 di don Giorgio: FESTA DI CRISTO RE DELL’UNIVERSO

11 novembre 2018: Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo
Is 49,1-7; Fil 2,5-11; Lc 23,36-43
Regno di Dio: senso “rovesciato”
Ci sono termini e titoli che, presi in senso stretto, nel loro significato più comune, ovvero secondo il senso popolare, se vengono applicati all’Essere supremo potrebbero apparire come bestemmie o, per lo meno, qualcosa di irriverente o di dissacrante, ma, in certi casi, lo stesso temine e lo stesso titolo, applicati sempre a Dio, possono assumere un senso “rovesciato”, ovvero all’opposto di quello comunemente inteso, e in tal caso diventano provocatori proprio nei riguardi del significato popolare.
Pensiamo al titolo di re. Secondo l’accezione popolare il re è colui che domina sopra una nazione, ha un potere solitamente assoluto, facendosi obbedire dai sudditi anche in modo del tutto autoritario e talora violento. Così è stato per lo meno nel passato: oggi re e regine sono solo apparati decorativi o folcloristici o fonte di pettegolezzi, che riempiono pagine e pagine dei rotocalchi anche italiani.
Se diciamo che Gesù Cristo è il re dell’Universo, allora il senso cambia, e provoca la realtà di ogni regno umano, ribaltando o rovesciando quel rapporto di dominio o di prepotenza che fa parte di ogni potere terreno.
Ecco perché, anche se, soprattutto oggi, parlare di una festa di Cristo come re dell’universo potrebbe irritare la nostra sensibilità insofferente per ogni potere autoritario, proclamare invece la regalità divina potrebbe e dovrebbe contestare ogni concetto di regno umano.
I potenti, e i discepoli
Se è vero che, come ha affermato Gesù Cristo dando una bella lezione di umiltà ai suoi discepoli, “quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni; i potenti fanno sentire con la forza il peso della loro autorità” (Mc 10,42), è altrettanto vero che Cristo aggiunge: “Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuol essere il primo, si faccia servitore di tutti. Infatti anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita per tutti» (Mc 10, 43-45).
Ecco il rovesciamento! Un rovesciamento che, man mano scomparirà anche nella storia della Chiesa gerarchica, anch’essa tentata di farsi padrona o sovrana.
Il potere, come si dice, fa perdere la testa, e chi ce l’ha si sente quasi autorizzato a comandare sugli altri, sui sudditi (suddito in latino significato “sottomesso”), giustificandosi in nome di una quasi sacra rappresentanza del volere divino.
Ancora oggi c’è questa perversa idea, inculcata tra i credenti, che coloro che hanno una certa responsabilità anche semplicemente nel campo pastorale, per non parlare poi dei vescovi, siano i rappresentanti di Dio, a cui dover obbedire ciecamente. Talora mi chiedo: se dovessi scegliere se tra l’obbedienza all’autorità costituita e il bene comune che cosa sceglierei in coscienza? Sceglierei il bene comune, proprio in forza delle parole di Cristo che ha detto chiaramente ai suoi discepoli, e ai futuri capi della Chiesa, di farsi servi, ovvero servitori del bene del singolo e dell’umanità.
Sudditi e sovrani
Alla parola “sudditanza” si contrappone “sovranità”. Se suddito significa “sottomesso”, sovrano significa “uno che sta sopra, più in alto di un altro”. Da qui la parola “gerarchia” che comporta una serie di gradini dal più alto al più basso, come in una scala.
Anche qui Cristo ha ribaltato questa scala, questa serie di gradini, ovvero la gerarchia. Ha detto: chi sta più in alto deve farsi ultimo, perché gli ultimi devono essere i primi ad essere considerati ed amati, ovvero serviti.
Ciò che mi fa paura è che, nel campo politico, la parola “sovranità” sia tornata di moda, nel senso peggiorativo del termine. Di per sé il termine sovrano potrebbe avere un suo significato positivo. Anche don Lorenzo Milani ha detto che soprattutto i giovani devono essere sovrani, ovvero responsabili del loro essere interiore, che non è soggetto a nessun potere esteriore. Ma oggi si sente parlare di sovranismo e di sovranista, quasi una nazione fosse padrone di se stessa, uscendo non tanto dal gioco delle nazioni più potenti, ma da quel sentirsi parte, tutti quanti, della stessa umanità. Credo che anche nel campo politico la parola servizio non debba stonare, anzi dovrebbe essere l’anima del bene comune.
Servizio come svuotamento di se stesso
Ecco la parola-chiave del Vangelo: servizio. Qui, nel Vangelo, la parola “servizio” è da intendere nel senso più radicale del termine: mettersi in totale disponibilità verso gli ultimi, di cui ha parlato Gesù Cristo, con quel gesto reale e altamente simbolico di lavare i piedi dei suoi discepoli, qualche giorno prima della sua morte sulla croce, quasi a indicarne la vera ragione mistica.
San Paolo, proprio riferendosi alla sua morte in croce, ha usato un verbo che, inteso nella sua radicalità, dovrebbe sconvolgere la nostra fede in quel Cristo che non solo si è fatto uomo, ma si è “svuotato” di ogni privilegio divino per denudare ciò che è, in quanto Dio: amore infinito. La legge del servizio evangelico si fonda proprio sulla radicalità dell’amore, che è svuotamento di tutto ciò che non è amore.
Il servizio evangelico è donazione radicale in quanto siamo “spirito” che impregna ogni nostro agire di quell’amore universale che abbraccia tutti i figli dello Spirito divino.
Mi colpisce sempre ciò che don Primo Mazzolari ha scritto dell’amore totale di Cristo. Noi fatichiamo a capire la legge della essenzialità intesa come spogliamento di tutto ciò che è secondario, inutile, inessenziale, provvisorio, superfluo, ecc. Ciò che i grandi Mistici intendevano per distacco.
Provate a dire all’uomo moderno che bisogna spogliarsi di tutto il superfluo, se vuole cogliere l’essenziale. Certo, si parla dei bisogni, ma i bisogni sono anche quelli che fanno parte dell’inutile.
Don Mazzolari continua: Cristo non solo si è spogliato di ciò che è superfluo, ma del necessario, tanto da mettere al servizio dell’umanità la sua stessa esistenza. La legge dell’amore/servizio è così esigente, così radicale che scompare perfino la differenza tra ciò che è superfluo e ciò che necessario.
Anche il necessario va messo in gioco, quando c’è di mezzo il bene dell’umanità.

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