Omelie 2016 di don Giorgio: QUINTA DI AVVENTO

11 dicembre 2016: QUINTA DI AVVENTO
Mi 5,1; Ml 3,1-5a.6-7b; Gal 3,23-28; Gv 1,6-8.15-18
Michea e Malachia
La prima lettura è costituita da due frammenti uniti insieme: il primo è tolto dal profeta Michea, ed è di un solo versetto; il secondo frammento è tratto dal profeta Malachia.
Anzitutto, diciamo che i due profeti Michea e Malachia sono vissuti in epoche diverse e in contesti storici differenti. Vediamo brevemente.
Il versetto di Michea
Michea è stato contemporaneo e forse discepolo di Isaia: siamo dunque nell’VIII secolo a.C., e operò nel regno meridionale di Giuda, dove era nato, precisamente in un piccolo villaggio a 35 chilometri da Gerusalemme. Il suo libretto di profezie può essere diviso in tre parti. La prima parte (i primi tre capitoli) è un vigoroso messaggio di denuncia nei confronti dei politici di Giuda, dei profeti di professione e dei sacerdoti infedeli, responsabili di ingiustizie vergognose, causate da latifondisti che si arricchivano a danno dei piccoli contadini. Si passa poi, coi capitoli quarto e quinto (è la seconda parte del libretto), a una raccolta di oracoli protesi verso il futuro con la speranza di una nazione nuova e santa, guidata da un nuovo Davide. È qui che appare, capitolo 5 versetto 1 (è l’inizio del brano della Messa) quell’annuncio che Matteo citerà nel racconto dei Magi. Infine, nella terza parte (capitoli 6 e 7) troviamo un appassionato dialogo tra Dio e Israele infedele: un dialogo che si trasforma in una requisitoria processuale, in cui si contesta al popolo una religiosità puramente rituale, non alimentata dalla vita e dalla giustizia. Ma l’ultima parola è riservata alla speranza e al perdono.
Tornando al primo versetto del capitolo quinto, che, ripeto, è l’inizio della prima lettura, non possiamo non notare il contrasto tra la città della grande e maestosa Gerusalemme, sede della monarchia politica e del potere religioso, e Betlemme, un sobborgo della capitale. La città simbolo, la metropoli, Gerusalemme, il cui nome significa pace, sarà scartata proprio per la sua corruzione, sede dell’ingiustizia, per lasciare il posto a Betlemme, un borgo insignificante, senza poi dimenticare che Davide era nato proprio a Betlemme. Ma anche Davide aveva tradito le attese e le speranze divine. Ma Dio è così: mantiene sempre lo stile delle sue scelte, ovvero dell’apparentemente insignificante, e, quando le persone che ha scelto diventano poi famose e prepotenti, è subito pronto a scartarle. L’origine magari è la stessa, ad esempio Betlemme nel caso di Davide e del futuro Messia.
I versetti di Malachia
Passiamo ai versetti di Malachia. Se Michea è vissuto e ha operato come profeta nell’VIII secolo a.C., Malachia è vissuto probabilmente nel V secolo a.C. e riflette nei suoi scritti il clima della comunità ebraica al tempo di Esdra e Neemia, quindi il periodo postesilico babilonese. Ma il suo sguardo è più ampio: si spinge lontano, verso un futuro messianico. È per questo che Malachia è stato citato ben dodici volte dal Nuovo Testamento e addirittura un suo passo di sapore universalistico (1,11) è stato applicato, dai primi commentatori cristiani e dal Concilio di Trento, all’eucaristia.
Eccolo: “Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le nazioni e in ogni luogo si brucia incenso al mio nome e si fanno offerte pure, perché grande è il mio nome fra le nazioni”. Non si deve dimenticare che nell’Antico Testamento erano condannate sia le celebrazioni cultuali al di fuori del Tempio di Gerusalemme sia qualsiasi rito pagano. È perciò sorprendente l’affermazione di Malachia che parla di un rito universale al Signore: “dall’oriente all’occidente… fra le nazioni…”.
All’inizio del capitolo terzo, di cui fa parte il brano della Messa, Malachia parla del “giorno del Signore”, quando cioè Dio interverrà per punire i malvagi, e parla dei tempi nuovi, quando Dio restaurerà il nuovo regno, annunciando l’ingresso nel mondo di un “messaggero” divino, destinato a “preparare la via” al Signore. Questo “messaggero” verrà identificato prima con il profeta Elia, e poi, nel Nuovo Testamento, con Giovanni Battista, mentre la tradizione giustamente leggerà il brano in chiave messianica. Il vero messaggero sarà il Messia, il cui compito principale consisterà in un’opera di radicale purificazione, in particolare del sacerdozio, perché possa offrire sacrifici puri e graditi a Dio, e di conseguenza in un’opera di purificazione del tempio. Le immagini del crogiolo e della soda dei lavandai ben illustrano questa trasformazione, esplicitamente con l’elenco delle materie oggetto di purificazione-giudizio, che la liturgia di oggi tralascia: “Sarò un testimone pronto contro gli incantatori (magia idolatrica), contro gli adùlteri (anche nel campo della fede: per la Bibbia il vero adulterio è tradire l’alleanza di Dio), contro gli spergiuri (pensate alle menzogne blasfeme, ovvero chiamando in causa Dio stesso), contro chi froda il salario all’operaio (ricordate i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio? il quarto è: frode nella mercede agli operai: sembra sparito dall’elenco, più nessuno ne parla!), contro gli oppressori della vedova e dell’orfano (la categoria sociale dei più deboli), infine contro chi fa torto al forestiero (che attualità!).
Una considerazione un po’ provocatoria
Ho letto il programma della giornata “intensissima” della visita del Papa a Milano per il 25 marzo 2017. Ho notato la mancanza di un incontro con il mondo operaio. Mi ricordo quando era venuto Giovanni Paolo II a Milano (era il 20 maggio 1983): erano gli ultimi mesi in cui mi trovavo ancora a Sesto San Giovanni, e proprio a Sesto si era incontrato con il mondo operaio. Certo, l’attuale mondo operaio non è più quello di una volta, quando aveva creato gravi problemi di convivenza con le istituzioni della Chiesa. Ma forse oggi gli operai avrebbero ancor più bisogno di una parola interiore, visto che si sono persi nella nebbia di un egoismo individualistico veramente disarmante. In ogni caso, vorrei conoscere se si tratta di una dimenticanza da parte della Curia milanese, oppure se è stata una scelta ponderata quella di escludere un incontro con gli operai, forse per una mancanza di sensibilità del Papa verso il mondo operaio?
Infine, c’è un’altra cosa che vorrei dire. Avrei eliminato dal programma alcuni incontri, come ad esempio quello di San Siro con i cresimandi, ma avrei fatto incontrare il Papa con tutti i sindaci lombardi sul problema dell’immigrazione. Papa Francesco avrebbe così potuto avere così l’occasione di ribadire ciò che dice il Vangelo a proposito dell’accoglienza, contrariamente a quanto sostiene l’ideologia razzista, presente non solo tra diversi sindaci lombardi, ma soprattutto tra la nostra brava gente cattolica.

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