Omelie 2013 di don Giorgio: il Battesimo di Gesù

13 gennaio 2013: Battesimo del Signore

Is 55,4-7; Ef 2,13-22; Lc 3,15-16.21-22

La liturgia della Chiesa celebra oggi il Battesimo del Signore, e dal Battesimo del Signore è spontaneo passare a parlare del battesimo sacramento. Nelle parrocchie si usa in questa domenica amministrare un battesimo durante la Messa. Niente di più sbagliato. Penso che ben pochi abbiano capito il senso del racconto, tanto più che sulle narrazioni degli evangelisti si era già fatto sentire l’influsso della primitiva comunità cristiana, la quale aveva visto nel battesimo di Gesù l’istituzione del sacramento cristiano.  Che Gesù, a un certo momento della sua vita – non sappiamo esattamente quando – sia andato nel deserto e abbia anche lui ricevuto il battesimo da Giovanni Battista, è un dato certo. Gli studiosi sono concordi nel riconoscerne la storicità. E nello stesso tempo ci aiutano a capirne il senso profondo, originario, anche perché si tratta di un momento veramente importante della vita di Cristo.
È chiaro che, se noi insistiamo nel dire che Giovanni battezzava per ottenere da Dio il perdono dei peccati, ciò non aiuta a capire il motivo per cui anche Gesù, esente da ogni peccato, si sia fatto battezzare. Solo per dare buon esempio? Mi sembra veramente poco.
Non basta neppure dire che Gesù si è fatto così solidale con noi peccatori da confondersi tra la folla che era in fila in attesa di ricevere il battesimo di Giovanni. A Gesù interessava in particolare l’annuncio profetico del Battista. Un annuncio che, come ho spiegato nella quinta domenica di Avvento, non era solo un pressante invito al pentimento dei peccati individuali, ma ad una conversione radicale che coinvolgeva anzitutto il cuore della stessa religione ebraica, oramai in via di disfacimento totale. Israele aveva tradito il suo Dio, a iniziare dal culto nel Tempio e dalla osservanza della Legge. Il Tempio e la Legge non esprimevano più la purezza dell’Alleanza.
Certo, Giovanni Battista non è stato l’unico profeta a condannare l’ipocrisia di una religione, ridotta ad essere un insieme sempre più caotico e farraginoso di formalità al limite della stessa Umanità, tanto da mettere in primo piano il tempio e la legge prima della dignità umana. Gesù ribalterà tutto con le sue proverbiali parole: “Il sabato è al servizio dell’uomo, e non l’uomo al servizio del sabato!”. Ma Giovanni è stato l’ultimo grande profeta nel dare il colpo fatale, preparando, benché non del tutto consapevole, l’avvento del Salvatore.
Ed ecco, il Messia era lì, pronto a raccogliere la sfida di Giovanni. Era venuto presso il Giordano proprio per questo. Sì, anche lui si è fatto battezzare come tutti i presenti, ma è stato l’unico, tra tutti, a cogliere il senso pieno della predicazione radicale del Battista.
Se è così, capite allora perché oggi non è la festa del battesimo come rito penitenziale e neppure la festa del nostro battesimo cristiano, casomai è la festa dell’inizio o della inaugurazione ufficiale di una nuova era, quella appunto cristiana.
Gli evangelisti nel loro racconto, usando immagini molto espressive, evidenziano ciò che è avvenuto dopo il battesimo di Gesù presso il Giordano. Luca, nel brano della Messa, sottolinea la differenza tra il battesimo di Giovanni, con l’acqua, e il battesimo di Gesù, in Spirito Santo e fuoco.
Tutti e tre i sinottici poi – Matteo, Marco e Luca – narrano: di cieli che si sono aperti, del dono dello Spirito Santo sotto forma di colomba e delle parole di affetto del Padre celeste nei riguardi del Figlio.
Anzitutto, “si aprirono i cieli”. A me piace moltissimo sentir dire che i cieli si aprono. È successo anche per il diacono Stefano che, poco prima di essere lapidato dalla folla inferocita, esclama forte: “Ecco, contemplo i cieli aperti…”.
Dopo giornate di pioggia, appena uno squarcio di nubi lascia intravedere un po’ di azzurro, ci si apre anche il cuore. Ma qui nel caso di Gesù avviene qualcosa di più: più che le nubi, sono i cieli che si aprono. In realtà, i cieli si erano già aperti quando il Figlio di Dio è disceso sulla terra. Nell’Antico Testamento erano insistenti le invocazioni perché dal cielo discendesse la salvezza. Nella terza parte del libro di Isaia, l’anonimo profeta esclama: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”.
Commenta padre Ermes Ronchi: «Al centro del brano non è posto il battesimo di Gesù, raccontato quasi come un inciso, ma l’aprirsi del cielo: “Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì”. Come si apre una breccia nelle mura, come quando si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’impazienza di Adamo, sotto l’assedio dei poveri e nessuno lo rinchiuderà più. Guardo spesso il cielo chiuso sopra la mia città, lo guardo con le sue stelle appassite, e cerco un pertugio come quello sul Giordano, un graffio d’azzurro, uno strappo nel grigio, per leggere, da là, dalla luce, dalla mia parte alta, tutto ciò che è accaduto e accade nella mia vita…».
Occorre, dunque, che i cieli si aprano sopra la nostra testa. Forse talora non ce ne accorgiamo, perché abbiamo gli occhi troppo rivolti alla terra, forse perché non crediamo in qualcosa di elevato che proviene dall’alto. Viviamo di misere speranze, poniamo credito a cose troppo basse. I cieli si aprono con i desideri che hanno il potere di squarciare le nubi, lo stesso firmamento celeste.
Le utopie che cosa sono? La stessa parola “utopia” vuol dire “non luogo”, sì perché l’utopista vive su questa terra, ma non ha dimora, non pone le radici in un determinato posto, vive altrove, sempre altrove. L’espressione “vivere tra le nuvole” è fuorviante: l’utopista non vive tra le nuvole, ma oltre le nuvole, per squarciare i cieli troppo chiusi, e far discendere sulla terra qualcosa di nuovo, perché qui sulla terra è il suo impegno. Un impegno che è concreto, fatto di realtà, ma non con gli occhi bendati. Il vero realista è colui che vive di cieli aperti, non colui che crede di toccare la realtà solo perché non alza mai gli occhi dalla propria terra. Negli occhi degli utopisti brillano le stelle di cieli nuovi.
Certo, è chiaro che non basta che i cieli si aprano, se poi non ci offrono nulla di buono. I cieli si sono aperti, ed è venuto il dono più bello, Gesù Cristo. Ora, presso il fiume Giordano, di nuovo i cieli si aprono, e viene il dono dello Spirito Santo. L’immagine della colomba è interessante perché richiama ciò che è avvenuto all’inizio dell’universo. I primi versetti della Genesì parlano dello “Spirito di Dio” che “aleggiava sulle acque”. Spirito di Dio: di per sé andrebbe tradotto letteralmente “soffio di Dio”, e il soffio può indicare il vento che agita le acque. Ma il verbo “aleggiare” richiama l’azione di un grande uccello che vola sul suo nido, covando l’origine della vita.
Da qui l’immagine della colomba, tanto più che, dopo il diluvio, è proprio la colomba che porta un ramoscello d’ulivo a Noé, a indicare la nascita di un mondo nuovo. Dunque, lo Spirito Santo, dono dei cieli aperti, sotto l’immagine di una colomba sta a indicare la nascita di qualcosa di nuovo.
Altro che semplice rito di un battesimo di acqua. Basterebbe già pensare all’acqua per andare oltre un semplice rito. Qui il discorso si farebbe lungo. «L’origine del mondo è scritto sull’acqua. Allo stesso modo anche la vita di ognuno di noi ha inizio nelle acque di un grembo materno» (Ermes Ronchi). La salvezza del popolo d’Israele è legata all’acqua: pensate al Giordano, al Mar Rosso. Vento, acqua, colomba: tutte immagini fortemente legate ad una tradizione secolare del popolo eletto. Ma possiamo dire che esse riguardano anche la nostra vita. Ma l’azione dello Spirito Santo va ben oltre le immagini. Ci vuole l’acqua che nutre il corpo, ma l’anima ha sete di qualcosa di divino. Le acque vanno agitate dal soffio di Dio.
Oggi lottiamo anche per cose giuste, per dei valori universali, difendendoli dal mercato più schifoso (pensate all’acqua: che tu cittadino lo voglia o no, è sempre facile preda di interessi di parte!), ma ci vuole ben altro per una democrazia, che non è solo una questione puramente economica, ma vive di beni purtroppo non comuni, quali ad esempio i Valori che appartengono all’Umanità. Sì non comuni, nel senso che non sono ancora del tutto entrati nella cultura della massa, che magari lotta per un verso ma per l’altro cade nei tranelli di un potere che conosce molto bene le debolezze del popolo. Se parlassimo di più di Umanità e di Coscienza universale, non subiremmo continuamente quei tradimenti che ci rubano perfino il diritto alla propria dignità di esseri umani.
Si aprono i cieli, scende su Gesù il dono dello Spirito Santo, e infine le parole di affetto del Padre celeste: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.
Commenta Padre Ermes Ronchi: «Tu sei mio Figlio. Voce che è anche per me; voce in cui brucia il cuore ardente del cristianesimo: io sono figlio; il mio nome è: amato per sempre. Io ho una sorgente nel cielo, che si prende cura di me come nessun altro al mondo. E nasco della specie di Dio, perché Dio genera figli secondo la propria specie. In te ho posto il mio compiacimento. Una parola inusuale, la cui radice porta una dichiarazione d’amore gioioso verso ciascuno: «mio compiacimento» significa: tu mi piaci!
Una definizione della grazia di Dio: prima che tu faccia qualsiasi cosa, come sei, per quello sei, tu mi dai gioia. Prima che io risponda, prima che io sia buono o no, senz’altro motivo che la gratuità di Dio, perché la grazia è grazia e non calcolo o merito o guadagno, la Voce ripete ad ognuno: io ti amo». Tu mi piaci!

 

 

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