25 anni fa l’ordine: uccidete il piccolo Giuseppe Di Matteo

Giuseppe Di Matteo – Archivio Ansa
da AVVENIRE
11 gennaio 2021
Mafia.

25 anni fa l’ordine:

uccidete il piccolo Giuseppe Di Matteo

Antonio Maria Mira
La giornata del ricordo tra San Giuseppe Jato e Altofonte, nel casolare in cui fu rinchiuso il bambino, rapito nel 1993 e assassinato nel 1996
“Alliberateve de lu cagnuleddu”. Così 25 anni fa Giovanni Brusca diede l’ordine di uccidere il piccolo Giuseppe Di Matteo, neanche 15 anni. Era l’11 dicembre 1996 quando Giuseppe Monticciolo, Enzo Brusca e Vincenzo Chiodo prima strangolarono e poi sciolsero nell’acido il ragazzino.
Erano passati 779 giorni da quando era stato rapito dal maneggio di Piana degli Albanesi, il 23 novembre 1993, da un commando di Brancaccio su ordine dei capimafia Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca.
L’obiettivo era convincere il padre Santino, diventato collaboratore di giustizia, a ritrattare le rivelazioni su “cosa nostra”. Giuseppe durante la prigionia venne spostato in diverse “celle” nei paesi del Palermitano, il Trapanese e l’Agrigentino, fino al casolare in contrada Giambascio, nel territorio di San Giuseppe Jato, il paese di Brusca. Il casolare è ancora lì, confiscato al clan, e trasformato nel “Giardino della memoria”, che ricorda Giuseppe e le tante altre piccole vittime delle mafie.
Perché non è vero che i sedicenti “uomini d’onore” rispettassero bambini e donne. La drammatica e lunga agonia del piccolo Di Matteo ne è l’esempio più chiaro. Una crudeltà che si respira ancora nel casolare. C’è ancora le rete del letto sul quale Giuseppe era incatenato, nella stanza interrata raggiungibile solo attraverso un passaggio mobile.
E proprio qui si è svolta parte della giornata del ricordo tra i comuni di Altofonte, dove il piccolo era nato, e San Giuseppe Jato. “Oggi Giuseppe avrebbe quarant’anni – è la riflessione del sindaco di Altofonte, Angelina De Luca – per noi, allora ragazzini del paese, la sua scomparsa e poi la morte è sempre stato un trauma incancellabile. Ma è solo andando sul luogo del suo martirio, che ci si rende conto della brutalità e della desolazione di questa immane tragedia”.
Tra i partecipanti anche Nicola Di Matteo, il fratello trentottenne del piccolo Giuseppe. “È la prima volta – ha spiegato – che partecipo a iniziative che ricordano la memoria di mio fratello perché ancora oggi provo un dolore enorme per quanto è accaduto. Mio fratello è vivo nella memoria di tutti, ma avrei preferito morire io al suo posto”.
“La mafia non è cambiata, c’era e c’è ancora – ha sottolineato Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia dell’Assemblea regionale siciliana e figlio del giornalista Pippo Fava, ucciso da “cosa nostra” -. Ha solo cambiato strategia, ma è presente come e più di prima. Tutti vanno ad Auschwitz per vedere i forni crematori, provando inevitabile orrore. Eviteremmo di vendere chiacchiere, se andassimo nei luoghi in cui la mafia ha seminato orrore, come il Giardino della Memoria, accorgendoci delle atrocità di quanto è accaduto”.
Ha preso la parola anche Monica Genovese avvocato della famiglia Di Matteo. “Due sono gli aspetti che è giusto sottolineare in questo giorno: il primo è che da parte degli assassini non sono arrivate mai le scuse alla famiglia per l’orrendo delitto. Il secondo è che accanto agli uomini hanno commesso questo delitto c’erano tantissimi testimoni, mogli, figlie e figli. Nessuno di loro ha avuto il coraggio e la forza di denunciare quanto di orribile stava avvenendo nelle campagna siciliane in oltre 779 giorni di prigionia”.
Lo conferma l’arresto il 18 dicembre di Giuseppe Costa che mise a disposizione il casolare. Malgrado la lunga detenzione dal 1997 al 2007, nel corso della quale ha ricevuto il sostegno economico del clan mafioso, Costa, mai pentito, è tornato ad operare nell’ambiente criminale, gestendo appalti e i rapporti con la politica. Una mafia ben viva, come sottolinea anche il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, che ha partecipato alla giornata del ricordo. “Tanti, ancora oggi, si rivolgono ai mafiosi per ottenere giustizia, lavoro, riconoscimento di diritti negati, perchè la mafia è stata capace di costruire intorno a sè un ampio consenso sociale, diffondendo falsi miti, come quello che essa sia nata a difesa della “famiglia”, avendo un sacro rispetto di donne e bambini. Che lo si vada a dire ai familiari di Giuseppe Di Matteo, soffocato e poi sciolto nell’acido affinchè non rimanesse traccia del suo cadavere”.
“Un delitto che ha ricordato al mondo tutta la bestialità di “cosa nostra” – scrive su twitter il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano – Giuseppe era nato nel 1981, come la generazione che in Sicilia e in tutta Italia ha urlato il suo no alla mafia. Non dimentichiamo”.
E non vogliono dimenticare i giovani studenti che la scorsa estate hanno preso parte al campo di impegno e formazione sui beni confiscati E!state Liberi! nella Valle Jato, promosso dal Presidio di Libera e dalle scuole del territorio. Studenti che per raccontare l’esperienza svolta ai loro coetanei, hanno realizzato un elaborato denso di immagini significative che ripercorrono le tappe del loro percorso di impegno e formazione. Nella speranza di stimolare sempre più l’impegno delle nuove generazioni nel contrastare le mafie. Come la mattonella commemorativa scoperta nella piazza Falcone e Borsellino di San Giuseppe Jato, alla presenza proprio degli studenti e dei loro insegnanti.

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