Omelie 2015 di don Giorgio: Seconda di Pasqua

12 aprile 2015: Seconda di Pasqua
At 4,8-24a; Col 2,8-15; Gv 20,19-31
Il primo brano della Messa ripropone il discorso che l’apostolo Pietro ha tenuto davanti ai capi del popolo e agli anziani, per difendersi dalle accuse che erano state rivolte a lui e all’altro apostolo Giovanni, dopo la guarigione dello storpio mendicante. Che era successo?
I due Apostoli si stanno recando al Tempio per la preghiera pomeridiana delle ore 15. Incontrano uno storpio dalla nascita, che ogni giorno veniva portato nelle vicinanze del luogo sacro a chiedere l’elemosina. A quei tempi, chi aveva difetti fisici era tagliato fuori dalla società: considerato socialmente improduttivo, inutile, di peso. E questi poveracci affluivano nelle vicinanze del Tempio, o anche lungo le strade. Anche oggi, sotto i portici dei santuari o davanti alle chiese, puoi vedere gente d’ogni colore che chiede elemosina o vende qualcosa per tirare a campare.
Davanti a quello storpio, che chiede qualche spicciolo, Pietro, anche a nome di Giovanni, prima lo guarda negli occhi, poi gli chiede di fare altrettanto, dicendo: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!». Fermiamoci per un momento.
Notate il comportamento di Pietro: fissa negli occhi lo storpio e gli chiede di fare altrettanto. E noi? L’altro resta sempre altro da noi, soprattutto lo sconosciuto o il forestiero che ci chiedono un’offerta. Non li guardiamo negli occhi, anche quando diamo loro qualcosa. In tutta fretta. Quasi infastiditi. Per non averli più tra i piedi. Guardarsi negli occhi è la prima carità, il primo gesto di solidarietà.
Pietro non ha nulla di materiale da dare, ma ha qualcosa che supera qualsiasi bene, fosse anche un miliardo. In nome di Gesù Risorto, gli dà la possibilità di camminare da solo. “Alzati e cammina!”. L’autonomia! Qual è la cosa peggiore che ci potrebbe capitare? Dipendere in tutto dagli altri, non poterci gestire da soli.
Pietro non offre qualche spicciolo, ma dà a quello storpio la libertà. In altre parole, l’Apostolo elimina la causa del disagio più grande: elemosinare per poter vivere.
Ho una brutta sensazione, ovvero che i poveri, in fondo in fondo, ci facciano anche comodo. Servono a farci sentire generosi, a darci qualche punto in più per conquistare un bel posticino in paradiso. Abbiamo ancora l’idea che il Signore, quando ci giudicherà, chiederà: “Quante opere buone hai compiuto nella vita?”. Che significa: opere buone? C’è di più. Talora anche ai poveracci fa comodo tutto ciò, anche perché sanno che, in fondo in fondo, noi credenti abbiamo un cuore generoso.
“Alzati e cammina”. Del resto, già Gesù Cristo aveva pronunciato queste parole, quando gli avevano portato sul lettuccio un paralitico. Allora, però, c’era stato qualcosa in più. Gesù gli aveva rimesso anche i peccati, altra schiavitù non certo meno grave di un difetto paralizzante il corpo.
Il gesto compiuto da Pietro non poteva passare inosservato. La voce subito si diffonde. Il popolo si entusiasma. L’Apostolo allora tiene un discorso, spiegando la vera ragione di ciò che era successo.
Aveva compiuto quel gesto “nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno”, colui che era stato condannato e ucciso proprio da loro. «Perciò, dice Pietro, convertitevi e cambiate vita».
Queste parole non sono gradite ai sacerdoti e alle forze dell’ordine, che li fanno arrestare e mettere in prigione. Non contenti, il giorno dopo li conducono davanti al Sinedrio perché siano giudicati e condannati. Ecco un altro discorso di Pietro, quello riportato nella prima lettura della Messa. L’Apostolo torna a ribadire che la religione ebraica è colpevole di aver ucciso il Messia, il Salvatore, di aver scartato la pietra angolare, richiamando le parole dell’autore del Salmo 118.
I membri del Sinedrio rimangono meravigliati della franchezza di Pietro e di Giovanni. Notate. Franchezza traduce il termine greco “parresia”. Forse il primo a riscoprire l’importanza della parola “parresia” è stato Carlo Maria Martini che, nel suo commento agli Atti degli Apostoli, così spiega: «La parola greca “parresia” indica qui e in seguito (cfr At 4,29-31; 28,31), la capacità di testimoniare liberamente e coraggiosamente il messaggio cristiano anche in un mondo ostile. Nel mondo greco essa significava la libertà di parola che spettava nell’assemblea al cittadino che godeva dei pieni diritti civili, e di conseguenza il coraggio e la franchezza con cui tale privilegio poteva venire esercitato».
Martini spiega che il termine non è di ordine cristiano ma profano. Anche nella società civile, anche nel mondo politico occorre “parresia”. Ma Martini fa capire che occorre “parresia” anche all’interno della Chiesa, e non solo quando si tratta di difenderci dai nemici esterni. A me sembra che non ci manchino le parole o gesti coraggiosi, quando si tratta di difendere i dogmi o le istituzioni ecclesiastiche dai pericoli che provengono dall’esterno, ma che non ci sia altrettanta “parresia” quando si tratta di difendere la vera Chiesa, quella di Cristo, dai soprusi della gerarchia ecclesiale.
Il brano del Vangelo riporta l’episodio dell’apostolo Tommaso. Tommaso è diventato il simbolo degli increduli, ovvero di coloro che vogliono prove tangibili per credere. Se non tocco, se non vedo, se non sento non credo.
L’episodio narrato da Giovanni merita una particolare attenzione. Non è da intendere così come è stato e tuttora viene interpretato. Gli apostoli, in fondo, hanno creduto perché hanno potuto vedere il corpo apparentemente risorto di Cristo, il quale ha mostrato loro, per farsi riconoscere, i segni dei chiodi nelle mani e nel costato. Ma il Risorto non si è accontentato di farsi riconoscere fisicamente. Cristo alla fine dice a Tommaso: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto».
Qui sta la differenza sostanziale, che ancora una volta ribadisco, tra il Cristo storico e il Cristo della fede. Di nuovo torno a dire che le apparizioni di Cristo risorto sono solo “apparenti”. Noi viviamo ancora del Cristo storico che è morto, e nello stesso tempo ci diciamo e magari ci vantiamo di essere credenti nel Cristo risorto. Leggiamo i Vangeli come se fossero narrazioni cronachistiche di fatti o di detti del Cristo storico.
La cosa veramente paradossale, per non dire superficiale e blasfema, è quel nostro attaccarci a forme superstiziose, a pretese di visibilità del divino – come apparizioni delle madonne o di santi, come il miracolismo – che ci portano sempre più lontano dal Cristo della fede. Il Cristo della fede non ha nulla a che fare con la religione del contatto fisico con Dio.
“La lettera a Diogneto”, il cui autore è anonimo, è uno dei più antichi e suggestivi scritti dell’antichità cristiana: risale probabilmente alla seconda metà del II secolo d.C. Vi riporto solo alcune frasi, quante ne bastano per farci riflettere.
«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera».
«Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L’anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L’anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo… L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L’anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l’incorruttibilità nei cieli».

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