Il Grande Ballo in Maschera

di don Giorgio De Capitani
In questi ultimi tempi, quanti libri ho letto? Un centinaio? Più o meno. Dopo averli letti, mi è rimasta una sola Idea fissa: ESSENZIALITÀ!
Sembrava che, man mano li leggevo, in particolare i testi di Meister Eckhart e di altri grandi Mistici medievali, qualcosa si staccava dall’albero: foglie secche, rami sterili, ecc. lasciando la pianta più spoglia, o che dal muro vecchio di un chiostro monacale cadesse  qualche intonaco e già riaffiorasse l’immagine di un dipinto antico.
Non aggiungevo, ma toglievo: un’operazione contraria a quanto si dice compia chi vorrebbe aumentare il suo livello culturale, che altro non è che una infarinatura o calcina che copre l’essenziale.
Anche lo studio scolastico che cos’è? Un riempimento di nozioni,m che non arrivano al centro dell’essere.
Bisognerebbe iniziare dagli asili; nelle elementari uno scolaro è già un contenitore che si riempie di cose inutili e invadenti.
Oggi lo scolaro sembra conoscere di più: ma… che cosa? Già il “di più” mi allerta.
Gli antichi dicevano che la Verità è Semplicissima: non bisogna renderla complessa, come si fa oggi riempiendo la testa degli studenti di nozioni e nozioni che, poi, subito svaniscono come polveri sottili nel nulla.
La vera scuola insegna, educando all’Essenziale.
Già il verbo “educare” che cosa significa? Significa estrarre, ovvero togliere dal profondo del pozzo, che è l’essere umano, ciò che copre l’essenziale.
Il compito dell’educatore sta nel togliere, non nell’aggiungere.
Così deve fare la scuola!
Nell’idea di tutti, educare è aggiungere qualcosa di “nostro” (già dire “nostro” dovrebbe far paura!) nella mente di un ragazzo, quasi costringendolo a crescere, imponendogli il “nostro”, fuori dal pozzo del proprio essere.
Mi viene facile pensare alla educazione, come all’opera del giardiniere che pota le piante. Per potare, senza fare danni, ci vuole competenza, ci vuole arte. E non tutte le piante vanno potate allo stesso modo.
Un’altra immagine è quella dello specchio. L’educatore per educare non deve essere vestito di ogni paludamento estetico. L’educatore è come uno specchio che parla e dice: “Piccolo mio, finché ti vedrai nello specchio, sarai ancora da spogliare, fino a quando non vedrai più nulla.  Se, davanti ad uno specchio, vedi il nulla, allora sì che sei l’essenziale”.
Certo, un bambino non può subito diventare ESSENZIALE, il che comporterà un lungo cammino, ma guai se l’educatore gli imponesse di ammirarsi nello specchio, sempre più ricco di vestiti.
Sii te stesso! È il programma di vita di ogni educazione.
Neppure oggi ci sono veri educatori, ma solo immagini ridicole e grottesche che si riflettono nello specchio, dicendo al bambino: “Ammirami, io sono il tuo modello ideale”, e non si accorgono di far crescere i bambini come marionette ridicole e grottesche. Come loro!
Di educatori essenziali che educano all’essenzialità non esistono. Ne esiste Uno, l’Unico: lo Spirito divino. È l’Educatore! Ma nessuno lo considera, perché non lo ”vede”, e non lo “vede” perché è Purissimo Spirito che agisce nella interiorità più profonda dell’essere umano. Lui è l’unico Specchio che riflette il Nulla divino. Nulla, ovvero l’Essenzialità più pura.
Un tempo i credenti lo chiamavano il Maestro interiore, e poi la Chiesa istituzionale lo dipingerà come un ridicolo burattinaio.
Anche la Chiesa istituzionale ha l’arte diabolica di creare dei pupazzi alla corte del grande pontefice romano, seduto su un’alta cattedra, coperto di paludamenti ridicoli e grotteschi. E la Chiesa vuole le sue cattedrali, sedi di insegnamento autoritario. Non si parla forse di Magistero della Chiesa, e non si parla forse di Chiesa dogmatica?
C’è chi contesta la Chiesa istituzionale, solo perché essa non è sufficientemente ridicola e  grottesca.
Tutti quanti, laici, credenti, gerarchi e capi carismatici, ci scandalizziamo al vedere “pazzerelli di Dio”, che girano “nudi”, ovvero essenziali, per le strade del mondo.
Ma il tempo e la Chiesa si alleano nel tentare di rivestire “i pazzerelli di Dio”, con tanto di aureole e di vestiti virtuosi.  
La nudità sarebbe una vergogna, tranne quando si spoglia una “signora” (anche solo con gli occhi) per eccitare i propri istinti più carnali.
Qualche Santo, vedi il Pazzerello di Assisi, girava nudo anche fisicamente, ma per eccitare una Chiesa, ai suoi tempi forse migliore di quella attuale, perché si spogliasse dei suoi sontuosi vestiti. Dopo la sua morte, lo rivestirono di tante aureole da renderlo pubblicamente ancora oggi ridicolo e grottesco, e così il Pazzerello di Dio diventerà il “pazzerello” di una Chiesa, la grande Burattinaia che gareggia con l’altro Burattinaio, il Maligno, nel riempire la Sala per il Grande Ballo in Maschera, al suono di una musica rivestita anch’essa di note ridicole e grottesche.
Cristo, scrive Marco (11,11), entrò nel Tempio, e “vide” il Vuoto, l’Assenza della Essenzialità.
Tutti erano già al Grande Ballo in Maschera!
Cristo già “vedeva” il successore di Pietro dirigere l’Orchestra del Grande Ballo in Maschera, e tutti danzavano o saltavano, mentre Lui, il Figlio di Dio incarnato, di nuovo moriva sulla Croce, abbandonato ancora dal Padre, senza nemmeno la forza di emettere   l’ultimo respiro, ovvero lo Spirito vitale.
Il Figlio di Dio è sempre in agonia!
Nudo, essenzialità pura, sulla Croce, senza maschera.
Non ha più nemmeno un alito di voce, per gridare: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti…”.
Ipocriti, ovvero attori che portano sul volto la maschera, siate maledetti.
Da allora, i mascheranti non si stancano di mettere sulla Croce l’ESSENZIALITÀ.
Ed ecco milioni di bambini giocare in un oceano di inutili giocattoli, pronti per essere risucchiati dalla nave che affonda.
Uno solo si salverà, per continuare la stirpe umana: quel “fanciullino” nascosto nell’essere umano, protetto sotto le ali dello Spirito santo.

 

2 Commenti

  1. bartolomeo palumbo ha detto:

    Posso essere d’accordo con te,ma delle celebrazioni come tu vorresti esistono.Tutto dipende dalle circontanze che non son sempre le medesime e anche dalle comunita’ che si frequentano. SALUTI DAL BELGIO.

  2. Giuseppe ha detto:

    Ho aspettato un po’ prima di scrivere questo commento. Forse sarei stato frainteso e qualcuno avrebbe potuto scandalizzarsi, ma poi mi sono deciso ed eccomi qui.
    Qualche giorno fa ero al funerale di un amico e, benché un po’ scosso e partecipe della commozione generale, non ho potuto fare a meno di notare alcune cose che francamente mi infastidivano e trovavo eccessive. Poteva essere comprensibile la grande partecipazione di fedeli, trattandosi di una persona molto conosciuta, come anche i canti accompagnati da flauto e chitarra eseguiti da alcuni ragazzi. Ciò che stonava però era l’eccesso di solennità e la ridondanza della cerimonia e la messa concelebrata da ben nove sacerdoti, bardati con abiti liturgici sicuramente costosi, una “messinscena” che cozzava con la scelta di vita semplice della persona di cui si celebravano le esequie.
    E così non ho potuto fare a meno di pensare che se fossi stato io al posto suo tutto quell’allestimento, per quanto spontaneo e sincero, non mi sarebbe piaciuto. Il funerale non avrebbe avuto la stessa efficacia se si fosse svolto in abiti informali e senza ostentazione di paramenti e addobbi? Se si fosse semplicemente proceduto alla benedizione della salma e alla celebrazione eucaristica, magari ricorrendo ad oggetti di uso comune? E allora ho cominciato a chiedermi perché la messa deve essere un rito, perché richiede un certo allestimento, perché non si può fare a meno di certe cose? E non sarebbe meglio usare delle parole spontanee anziché ripetere le stesse formule mandate a memoria che, inevitabilmente, potrebbero anche essere pronunciante meccanicamente, senza fermarsi a riflettere?

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