Sette arcivescovi per una vita. Oppure, una vita per sette arcivescovi?

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Sette arcivescovi per una vita.

Oppure, una vita per sette arcivescovi?

Premetto alcune note cronologiche.
1. Alfredo Ildefonso Schuster (Roma, 18 gennaio 1880 – Seminario di Venegono Inferiore, 30 agosto 1954). Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954.
2. Giovanni Battista Montini (Concesio, 26 settembre 1897 – Castel Gandolfo, 6 agosto 1978). Arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963.
3. Giovanni Colombo (Caronno Pertusella, 6 dicembre 1902 – Milano, 20 maggio 1992). Arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979.
4. Carlo Maria Martini (Torino, 15 febbraio 1927 – Gallarate, 31 agosto 2012). Arcivescovo di Milano dal 1979 al 2002.
5. Dionigi Tettamanzi (Renate, 14 marzo 1934 – Triuggio, 5 agosto 2017). Arcivescovo di Milano dal 2002 al 2011.
6. Angelo Scola (Malgrate, 7 novembre 1941). Arcivescovo di Milano dal 2011 al 2017.
7. Mario Delpini (Gallarate, 29 luglio 1951). Arcivescovo di Milano dal 2017.
Sono sette. Tutti arcivescovi che mi hanno accompagnato dalla nascita fino a… Ma credo che morirò con Mario Delpini ancora sulla cattedra di S. Ambrogio. Stavo per dire “purtroppo”. Ma non si sa mai: ogni “purtroppo” può riservare qualche sorpresa, di ogni tipo “sorprendente”.
Da un monaco benedettino a un… come definirlo? Ci sto pensando. Finché ci penso, qualche speranza c’è che cambi idea. Sarà difficile, ma lasciamo tempo al tempo.
1. Alfredo Ildefonso Schuster l’ho conosciuto, ma non sulla mia pelle. Intendo dire: ero piccolo, e anche da seminarista era solo un sentito dire di un vescovo che non scherzava tanto coi suoi preti, e, anche se non imponeva la sua rigida spiritualità monastica, tuttavia esigeva ordine e obbedienza. E chi non osservava certe regole finiva confinato in paesi sperduti della montagna o della bassa milanese. Non solo i parroci in fatto di disciplina, ma anche i teologi (in particolare i professori dei seminari) dovevano stare molto attenti nell’esprimere le loro idee.
Ma una cosa era chiara: nonostante fosse un monaco venuto da lontano, perciò ignaro del valore degli oratori milanesi, la spiritualità diocesana precedeva qualsiasi altra cosa, e un seminarista che non coltivasse la vocazione oratoriana non era degno di essere prete diocesano. Non c’erano alibi, e non c’erano possibilità di discussione o scappatoie. Chi entrava in seminario diocesano doveva coltivare la vocazione all’oratorio.
Certo, anche se giovane seminarista, mi affascinava l’ascetismo del mio vescovo e quel suo particolare amore alla liturgia, anche nei riti, ma da far vivere nella loro freschezza originaria.
Poi, da grande, verrò a sapere che il cardinale ebbe qualche serio problema nei riguardi del fascismo: forse nei primi anni indulgente, ma poi sempre più severo e intransigente. Lessi qualche libro, e scoprii un Schuster un po’ diverso dai superficiali giudizi di qualche troppo frettoloso storico. Tuttavia, qualche “ombra” rimane ancora, ma, come capita in tutte le cose, è facile giudicare dal di fuori e da lontano: quando si è dentro, si ha a che fare con situazioni dai molteplici risvolti; basta poco, una parola di troppo contro il dittatore di turno, e a pagarla sono sempre i più innocenti.
In ogni caso, il cardinal Schuster lasciò un “segno” nella diocesi milanese, se non altro per quel suo cuore di “buon pastore” che pensa anzitutto al bene delle sue pecore, anche se seppe usare il “pastorale/bastone”, dettando con sicurezza una “pastorale autoritaria”, forse troppo rigida, ma senz’altro animata anche da una spiritualità prettamente diocesana.     
Che dire di più di Schuster? Lo vorrei anche dire, ma lascio volentieri ai posteri altre sentenze ancor più “luminose”.
2. Di Giovanni Battista Montini ho ricordi più diretti, e un ricordo anche personale, quando – era l’anno 1963, mese di giugno – era venuto nel Seminario di Venegono Inferiore non solo per salutare seminaristi e teologi prima della partenza per il Conclave (che lo avrebbe poi scelto come successore di Pietro), ma anche per incontrare uno per uno i “candidati” che, di lì a qualche giorno, sarebbero stati ordinati ministri di Cristo, e tra questi c’ero anch’io. Fu un colloquio breve, ma intenso.   
Quando venne a Milano, come successore di Schuster, era già noto per il suo attivo impegno nella Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e soprattutto per sue grandi capacità nel campo diplomatico, avendo collaborato con i papi Pio XI e Pio XII.
La sua fama era quella di essere “uno di sinistra”, aperto alle problematiche più esistenziali della società. Anche se aveva collaborato con papa Pacelli, non era mai stato in linea con una Chiesa rigidamente dogmatica. E questa fama di essere “di sinistra” fu come aprire un cielo nuovo in una Diocesi, “governata” per ben 25 anni da un cardinale che non era stato senz’altro aperto alle idee “socialiste”.
Ma Montini sfatò subito certe pretese nei suoi riguardi, e non si lasciò strumentalizzare dai soliti populisti. Dimostrò subito quella “intelligenza” che va oltre le apparenze, unitamente ad un fede nel mistero del Figlio di Dio, che si era sì incarnato nell’umano, ma senza dimenticare il suo mondo divino. Dialogava anche con il mondo operaio, ma quel suo “parlare pensoso” e scandito con tono quasi cupo incideva nell’animo umano, ponendo domande che andavano al di là del pragmatismo tipicamente ambrosiano e suscitando nello stesso tempo attese per una Chiesa che era quasi pronta al grande passaggio. Si pensava che toccasse a lui, come papa, traghettarla verso il largo, ma (era il 1958, quando fu eletto Angelo Roncalli come successore di Eugenio Pacelli) non era ancora la sua ora, anche per un “gioco politico” di una certa curia romana, a sua volta vittima delle sue stesse paure, che aveva fatto sì che Montini non venisse ancora insignito del titolo cardinalizio (non essendo cardinale, non poteva partecipare al Conclave ed eventualmente essere eletto sommo pontefice).
Ma papa Giovanni spiazzò tutti, forse anche lo stesso Montini, con le sue improvvise e imprevedibili aperture che fecero capire a tutti che non ci stava ad essere un papa di transizione (la sua età lo faceva pensare, e con questo intento era stato eletto), in attesa dell’arrivo di Montini, che il nuovo pontefice nominò subito cardinale. E quando Montini, nel 1963, dopo la morte di Giovanni XXIII venne eletto papa, oramai la “frittata” era fatta: la Chiesa aveva aperto non solo porte e finestre, ma stava facendo acqua da tutte le parti. A Montini papa toccò l’ingrata sorte di essere costretto a frenare, proprio lui che doveva aprire. Immaginate il suo stato d’animo: lo chiamarono “amletico”, ma pochi capirono dove stava il suo vero dramma interiore: conteso tra chiudere e aprire, tra frenare e bloccare.
3. Dopo Montini, diventato papa nel 1963, venne nominato arcivescovo di Milano Giovanni Colombo. Già il fatto di essere stato prima professore e poi rettore dei seminari non favorì la sua ascesa sulla cattedra di Sant’Ambrogio.
Non smise mai di giudicare noi seminaristi come se vestisse ancora i panni del Rettore maggiore, e pensare che non ci conosceva a fondo, anche perché in seminario è assai difficile da parte di un superiore conoscere ogni seminarista, il quale fa di tutto per evitare di farsi conoscere se non al proprio Padre spirituale, e anche perché nemmeno il seminarista al momento conosce se stesso. Posso dire la mia esperienza: tutti mi giudicavano uno obbediente, uno ligio alla regola, uno timido quasi pauroso della propria ombra, e anch’io ne ero convinto, ma non passò molto tempo: dopo tre anni dalla mia ordinazione feci fuoco e fiamme, sconvolgendo la parrocchia, in una continua progressione che durerà fino ad aggi.
E questo mio risveglio improvviso, giudicato come una “sgradita sorpresa”, mise subito il cardinale Colombo sulle difensive, quasi a proteggere la Diocesi dai preti “rivoluzionari”. Non si dimentichi che si stava avvicinando il ’68, e, quando arrivò in tutta la sua radicale protesta, non solo allarmò il cardinale, ma lo chiuse in un mondo di paure tale da vedere la contestazione anche quando c’erano solo dubbi o gesti ingenui di qualche prete che, soprattutto dopo il Concilio Ecumenico, compiva qualche gesto ritenuto “troppo azzardato”.  Ecco, ciò che creò vittime tra i preti diocesani fu proprio la paura di un vescovo incapace di controllare anche il proprio carattere, troppo istintivo e iroso. Ho assistito direttamente a qualche “scenata disgustosa” di Colombo nei riguardi di qualche prete operaio. La paura gli toglieva la dignità tipica del “buon pastore”. Ma non solo ce l’aveva con i preti operai, anche con tutti i preti troppo “sociali”. Bastava poco, anche un gesto di solidarietà con i giovani contestatori, e si era tacciati di tradire il Vangelo e la Chiesa. 
Anch’io ebbi qualche screzio con il cardinale Colombo. Ero a Cambiago. Tutto si svolse in una breve Visita pastorale, ma anche qui il cardinale si fece abbindolare dal suo collaboratore incaricato, prima della Visita ufficiale del vescovo, di venire in parrocchia per chiedere informazioni sulla comunità e sui preti residenti. Ebbi l’ingenuità di dirgli tutto quanto facevo e le mie intenzioni per il futuro. Bastò poco al cardinale quando venne, un gesto di alcuni ragazzi con il pugno chiuso, perché giudicasse il “loro” prete che ero io. Fui duramente rimproverato, ma non finì lì, perché il giorno dopo mi fece recapitare una dura lettera, alla quale duramente riposi, e ne seguì un incontro privato in arcivescovo, dove il dialogo non si attenuò, anzi prese una brutta piega, e ne pagai le conseguenze fino a Sesto San Giovanni, dove, in un’altra visita pastorale, lo scontro sembrò attenuarsi del tutto.
Sì, bastava poco al cardinale Colombo perché andasse su tutte le furie, anche fisicamente: sentire la parola “sociale”. Sul momento, noi giovani preti non capivamo la reazione così violenta del nostro vescovo, e tanto meno perché c’entrasse il ’68, visto che, almeno da parte mia, quando ero a Cambiago (dal 1966 al 1974), facevo il prete dissidente ancor prima che arrivasse il ’68. E, quando venne, non me ne accorsi.
Il cardinale Colombo aveva torto e aveva anche ragione. Sulle ragioni ci riflettei dopo anni dalla sua morte, e oggi posso dare un giudizio che riterrei più oggettivo. Colombo aveva ragione nell’accusare noi preti di eccessivo “orizzontalismo” di carattere socio-politico. Ne pagammo le conseguenze qualche anno dopo. Non è qui il momento di dimostrarlo. Ma Colombo non aveva ragione nel proporci e imporci un “verticalismo” religioso e dogmatico. Solo in questi ultimi tre o quattro anni ho scoperto che c’è una via di mezzo, la vera strada da percorrere, ed è quella “mistica” di un mondo interiore, da cui bisogna partire per agire nel mondo. Chiusi tra orizzontalismo e verticalismo, non si va lontano.
4. Dopo la rinuncia di Giovanni Colombo nel 1979, inaspettatamente fu nominato suo successore il gesuita Carlo Maria Martini, sconosciuto ai non addetti ai lavori. Venne a Milano tra la sorpresa generale, ma bastò poco tempo perché “sorprendesse” in bene.
Già la sua prima Lettera pastorale sulla contemplazione manifestò subito le sue vere intenzioni. Ma la sua prima preoccupazione fu quella di riagganciare quei preti che il suo predecessore, anche se in buona fede, aveva allontanato. Ebbi un lampo. Dopo qualche mese dalla sua nomina (ero a Sesto San Giovanni) scrissi una lettera a Martini, esponendogli chiaramente il mio caso. Pensai: o la va o la spacca!  E andò bene, anzi benissimo. Feci il passo più giusto. Servì a Martini per conoscermi e da lì iniziò quel lungo periodo di reciproco e anche dialettico rapporto epistolare e anche colloquiale che mi porterà, tra varie vicissitudini, fino alla parrocchia di Monte di Rovagnate, dove mi sarei espresso al massimo delle mie convinzioni nel campo socio-politico ed ecclesiastico.
Sarei tentato di ridurre tutto il ministero pastorale di Martini a Milano nel mio rapporto personale, che è stato intenso e confidenziale, collaborativo e anche sognante, ma non vorrei dimenticare l’azione di Martini in una diocesi che aveva sofferto non solo per un vescovo, come Colombo, che non aveva saputo capire “i segni dei tempi”, ma anche per le ferite della contestazione sessantottina, che aveva inciso anche sulla Chiesa.
Sì, Martini sorprese tutti, e conquistò con la sua “apertura profetica” anche i più delusi da una Chiesa che, nonostante il Concilio, non aveva ancora capito la vera strada da percorrere o, meglio, non aveva il coraggio di applicare lo spirito del Concilio, oltre quella riforma liturgica che era diventata un insieme di aperture anche scriteriate.
Martini cercò di dare il meglio in una Diocesi, troppo in affanno per cose inutili, e anche vittima di una politica a dir poco scandalistica e affaristica, nel gioco perverso di un trio che diventò famoso per la sua “strana” composizione di marciume (Berlusconi), di barbarie (Lega Nord) e di un Movimento ecclesiale venduto al dio denaro (Comunione e Liberazione). Un trio “bastardo”, frutto di una figliolanza demoniaca. Ne seppi qualcosa, quando (tornando alla mia esperienza di Monte) affronterò quel trio uno per uno, sfidando il Porco d’Arcore, i razzisti brianzoli e i mercanti ciellini padroni di tutto, anche dell’aria. Un trio “maleodorante” di malfattori e delinquenti, se li giudichiamo dal punto di vista del bene comune. Non saprei fin dove Martini potesse spingersi nell’affrontare questo trio maledetto. Mi ricordo solo che, in un incontro con lui, mi permisi di dire: “Eminenza, so che la pensa come me, ma, siccome Lei non può dire le cose come le dico io, lasci che le dica a modo mio!”. Non credo che mi avesse disapprovato.
Martini ebbe all’inizio del suo ministero a Milano, non mi ricordo bene l’anno, uno scontro con l’allora giovanissima segretaria della Lega, Irene Pivetti, la quale volle indire una raccolta firme per mandar via Martini. Martini ci rise sopra, snobbò quella pivella, e quando la Pivetti gli chiese un incontro, ignorò sia la richiesta che la pivella.
Sì, Martini aveva l’arte di non scendere sullo stesso piano degli stupidi e degli idioti, anche se, lo posso immaginare, soffriva molto nel constatare quanto i milanesi, in particolare i brianzoli, avessero venduto anima e corpo per una ideologia (!) che di cristianesimo non aveva nulla, eppure la Chiesa post-conciliare, nella sua gerarchia più rappresentativa, non la pensava come lui, anzi sembrava convivente, per non dire connivente, con il trio “bastardo”.
Martini preferì agire, non sul piano dell’anti o di uno scontro aperto, ma sul piano propositivo di una nuova fede e di una nuova politica, che, man mano che usciva dalle sue ascoltatissime parole e dai suoi libri letti e riletti da numerosissime persone, incideva e incideva nell’animo della gente, anche comune, nonostante che il trio delinquenziale tenesse in pugno milioni di rincoglioniti. Forse Martini sperava che la Parola facesse in breve tempo il miracolo. Ma non demorse nel seminare qualcosa di profondo.
Ma più che la gente comune, vendutasi al miglior imbonitore, fu il clero milanese a “tradire” Martini, il quale, pur sapendolo, non ne fece mai un dramma, anche se, anche qui, rimase isolato e incompreso. I lontani lo ammiravano, e i vicini lo rifiutavano. Non c’è scritto anche nel Vangelo a proposito di Gesù Cristo?
Quando tocco l’argomento del clero milanese, non so più che cosa dire dopo quanto ho più volte ripetuto. Posso dire solo una cosa: se è vero che ai tempi di Giovanni Colombo c’erano stati preti particolarmente vivaci e provocatori, che si facevano coinvolgere anche da problematiche socio-politiche, rischiando duri provvedimenti, e se è vero che Martini li aveva in parte ricuperati, è anche vero che da allora in poi non ho più visto o sentito dire di preti vivaci e contestatori. Da Martini in poi il clero si immerse nel riposo eterno. Non è che il clero con Martini avesse smesso di contestare, per il fatto che Martini con le sue aperture non dava alcun adito alla contestazione. So di parroci che se ne fregavano di Martini, facendo nel loro orticello i cazzi che volevano. Ma il problema vero è che, da Martini in poi, fino ai nostri giorni in un crescendo sempre più allarmante, i seminari sfornano preti già mosci e rincoglioniti, borghesi e fannulloni, con l’alibi di un impegno “altrove”, fuori parrocchia, che diventa un disimpegno vero e proprio dalla propria missione pastorale, sul posto. Questi preti giovani di oggi sembrano belle statuine, pronte per mettersi in mostra solo per abbellire una pastorale evanescente e depressa.
Non do la colpa solo a Martini. Do la colpa al fatto che i preti sono figli del loro tempo, e che il virus berlusconiano, leghista e fondamentalista ha inquinato la testa di questa generazione: un virus che durerà per altre generazioni. E allora che dobbiamo pensare? Che sia meglio che il clero scompaia? Ma per lasciare il posto a chi? A un laicato anch’essoi con la testa inquinata? Ma chi sono gli attuali collaboratori parrocchiali? Leghisti solo pancia e mente occupata da un razzismo pronto a sostituire il Vangelo!
5. Nel 2002 Martini dava le dimissioni. Tutti si stavano chiedendo chi avrebbe potuto “sostituire” il carisma di Martini. Papa Giovanni Paolo II fece un’altra scelta apparentemente azzardata, ma che rivelerà ben presto azzeccata. E dico subito il motivo. Dionigi Tettamanzi, con il suo modo di fare, diciamo con il suo stile pastorale sobrio e “bonario” (non in senso negativo!), a poco a poco riuscirà ad attutire la presenza di Martini. Non sembrava preoccupato di dover succedere a un vescovo come Martini: iniziò a fare  ciò che riteneva giusto fare, conquistando la gente come un buon parroco di campagna si preoccupa di voler bene delle sue pecorelle: con una parola semplice, ma non superficiale, con un gesto bonario ma non bonaccione.
E se Martini cercò di evitare gli scontri ad esempio con il mondo dei panciroli e razzisti leghisti brianzoli (in ogni caso, sono magistrali i suoi interventi sull’islamismo), Tettamanzi andò giù duro contro le chiusure al mondo islamico, e la Lega non perdonò queste aperture, definendolo “imam” e offendendolo ripetutamente, anche attraverso Radio Padania, con epiteti quali “tettacazzi”.
Anche qui, sarei tentato di vedere solo il mio rapporto personale con Tettamanzi, che è stato, come per Martini, frequente e dialogico, anche perché, quando Tettamanzi era vescovo di Milano, le mie battaglie a Monte erano diventate incandescenti e particolarmente violente. Più volte la Curia dovette intervenire, tramite il suo Avvocato don Lorenzo Maria Simonelli e tramite soprattutto il Vicario generale, don Carlo Redaelli, e i Vicari episcopali di Zona/Lecco, Giuseppe Merisi prima e poi Bruno Molinari.
Ma anche il mio caso personale serve per capire lo stile di Dionigi Tettamanzi. A tal proposito, non posso tacere il suo primo intervento, quando gli arrivò una lettera da parte di alcuni giovani di Monte, in cui si diceva peste e corna nei miei riguardi: che parlavo male della Chiesa, che certe mie dottrine erano per lo meno “opinabili” (sic!) e che rovinavo la testa dei chierichetti con le mie idee “sovversive”. Tettamanzi come si comportò quando la lesse? Non intervenne personalmente, come del resto facevano tutti i suoi predecessori, compreso Martini. Chiamò monsignor Giuseppe Merisi, allora Vicario di Zona, e gli disse di risolvere lui, sul posto, la faccenda. Merisi mi mandò a chiamare: mi lesse la lettera, chiedendomi poi un parere sul come avrei dovuto difendermi. Scegliemmo di indire un’assemblea pubblica presso l’oratorio di Monte, invitando tutta la popolazione e anche gli autori della lettera, che nel frattempo erano stati stanati. E così avvenne. L’incontro risultò a mio favore, mentre quei giovani uscirono con le ossa rotte. Presi ulteriore coraggio, e andai avanti nelle mie battaglie.
In un incontro con Tettamanzi a Villa Grugana, feci la stessa richiesta che avevo posto a Martini: “So che anche Lei condivide le mie idee su Berlusconi, la Lega e Cl, e so che Lei non può dire le cose con tutta chiarezza per non urtare di più il trio maledetto: mi lasci dunque parlare e scrivere a modo mio…”. A differenza di Martini che rimase in silenzio, Tettamanzi mi rispose: “Ma chi te lo proibisce?”.
In realtà, non era così semplice affrontare il trio, senza far ricadere qualche conseguenza anche su Tettamanzi. Infatti, Roberto Castelli gli mandava messaggi, dicendogli in poche parole: “Anche tu, vescovo, sei responsabile, perché lasci don Giorgio responsabile di una parrocchia!”. E, in questo, il leghista lecchese aveva perfettamente  ragione. Ed era qui il mio dilemma: come battagliare senza coinvolgere il mio cardinale? Usare più tatto e diplomazia, evitando parole offensive? Cercavo di farlo, anche se non sempre ci riuscivo. E allora, altre polemiche, e altri interveti della Curia milanese. 
C’era un’altra accusa nei miei riguardi: che io odiassi personalmente i miei avversari. Tentavo di difendermi, distinguendo la persona dal comportamento, l’errante dall’errore,  ma nessuno la beveva, anche perché in realtà  ad esempio il caso Berlusconi era del tutto particolare, in quanto era del tutto impossibile distinguere Berlusconi persona da Berlusconi comportamento: era la stessa cosa.
In un altro incontro con Tettamanzi, presso la Villa Sacro Cuore a Triuggio, gli feci alcune domande, tra cui: “Eminenza, che cosa prova quando legge certe critiche offensive nei suoi riguardi da parte dei leghisti?”. Risposta: “Non leggo i giornali, e così sto sereno e faccio ciò che devo fare secondo il Vangelo!”. Altra domanda: “Che pensa di questa Chiesa che è alleata con Berlusconi e la Lega, per non dire di Cl?”. Risposta: “Caro don Giorgio, il mio punto di riferimento è Cristo, che viene prima della Chiesa”. Ultima domanda: “È arrivata la lettera dal Vaticano contro di me in riferimento alla mia presa di posizione sul testamento biologico?”. Risposta: “Sì, è arrivata, ma l’ho tenuta nel cassetto!”. Ecco chi era Dionigi Tettamanzi!
Certo, ci furono momenti in cui i miei rapporti con lui divennero tesi, ma la colpa fu anzitutto dei suoi più stretti collaboratori: il Vicario generale don Carlo Redaelli e il Vicario episcopale di Zona(/Lecco don Bruno Molinari. Don Redaelli lo chiamavo “monsignor Diritto canonico” per il suo zelo nel difendere i canoni più che la persona, mentre don Bruno Molinari faceva da “tàia e medèga”, con il suo inconfondibile stile di voler difendermi senza scontentare la curia milanese, e alla fine prevalse in lui la parte del vigliacco, anche perché se ne doveva andare, e tentò di annullarmi, lasciando al successore, don Maurizio Rolla, un brutto giudizio su di me. Questi sono i Superiori, che non puoi stimare fino a quando stanno dalla parte della legge o dell’autorità.
L’ultimo incontro con Tettamanzi vescovo di Milano avvenne in Arcivescovado alla fine di aprile del 2011, quindi qualche mese prima dell’annuncio ufficiale del suo successore. Fu un incontro molto cordiale: io solo con il mio vescovo! Gli posi diverse domande, tra cui: “Eminenza, Lei mi chiede perché ce l’ho a morte con Berlusconi. Ebbene, vorrei rispondere con una contro-domanda: secondo Lei, Berlusconi è più pericoloso di quanto sia stato Hitler? Non parlo di morti fisiche, ma di quella morte che riguarda la mente. Morto Hitler, il nazismo è finito, o quasi. Morto Berlusconi, il suo virus (il berlusconismo) resterà ancora e a lungo. Berlusconi ha rovinato la mente degli italiani, ecco perché lo combatto con tutta la mia forza, anche verbale”. Tettamanzi mentre parlavo, taceva. Poi volle sapere qualche parolaccia che solitamente dico o scrivo nei miei articoli. Risposi  vagamente. Dopo quel colloquio provato, che durò circa un quarto d’ora, entrarono nello studio del cardinale, don Redaelli e don Molinari, i quali mi posero condizioni troppo severe, tanto da far intervenire come paciere lo stesso Tettamanzi.
Dopo qualche giorno, arrivarono per iscritto le condizioni che dovevo osservare, altrimenti il cardinale sarebbe stato costretto a prendere ulteriori provvedimenti. Tanto lui se ne andava, e sarebbe toccato a Angelo Scola fare il boia.
6. Angelo Scola nel 2011 prese il posto di Dionigi Tettamanzi. La sua candidatura girava sui giornali da qualche mese, il che aveva fatto indispettire Tettamanzi che (me lo aveva confidato nell’incontro) aveva esplicitamente chiesto al Vaticano di non far trapelare il nome prima di giugno. Nel frattempo, avevo pubblicato un articolo in cui invitavo la gente a scendere in piazza contro la nomina di Scola. E Scola poi me la farà pagare.
Quando espressi a don Bruno Molinari le mie perplessità sulla nomina di un ciellino, mi rispose che: 1. quando si è a che fare con una grande diocesi come quella milanese, si è costretti a cambiare; 2. proprio perché Scola è un ciellino, potrà mettere ordine tra i ciellini.
Ma c’era anche un altro elemento che fece indispettire anche il clero milanese: Scola, da teologo, aveva chiesto ai suoi Superiori di essere ordinato prete prima del previsto, per evitare il servizio militare. La risposta fu negativa e Scola si trasferì in un’altra diocesi, quella di Teramo, dove c’era un vescovo suo amico, e così fu ordinato prete. In altre parole: aveva disobbedito al suo vescovo di Milano! E adesso tornava a Milano come successore di Sant’Ambrogio? Ma giravano altre voci, ovvero che Benedetto XVI lo aveva mandato a Milano perché poi diventasse suo successore sulla cattedra di Pietro. Tutto studiato! Ma c’era un disegno ancor più diabolicamente perfetto! Comunione e Liberazione finalmente poteva raggiungere il proprio sogno: il ciellino Roberto Formigoni come Presidente del Consiglio o addirittura Capo dello Sato italiano, e il ciellino Angelo Scola come Capo della Chiesa! Ma per fortuna il piano fallì: Formigoni ebbe problemi con la giustizia, e così terminò la sua brillante carriera, e al posto di Angelo Scola fu nominato papa Jorge Mario Bergoglio. Così Angelo Scola rimase a Milano leccandosi le ferite, sue e quelle di Formigoni, e anche quelle del Movimento ciellino, sempre più alla deriva.
Scola cercò di fare buon viso a cattivo gioco, e tentò di allacciare qualche rapporto con la Diocesi milanese, ma il suo stile non piaceva per nulla. Non era tanto la sua appartenenza a Comunione e Liberazione che irritava, quanto il fatto che il suo modo di fare era l’incarnazione mentale di un Movimento/elite, con quel suo linguaggio duro e poco comunicativo. Quando dicevo che Angelo Scola aveva una “deformazione mentale”, mi riferivo proprio a questo: pensava, parlava e scriveva come il movimento ciellino, il cui Cristo era tutto speciale, una esperienza privilegiata da vivere in comunità, che per forza di cose era chiusa alla libertà dello Spirito.
E così Scola in cinque anni riuscì a svuotare anche quel Duomo che Martini soprattutto aveva riempito di giovani con una Parola che scendeva nel profondo dell’anima. E a Scola non rimaneva che tentare agganci culturali più in alto, ma con chi? Non l’ho mai saputo, tanto più che la sua cultura, oltre che essere impregnata di ciellismo, non sembrava, almeno a me, per nulla originale, anzi un copia e incolla, senza né capo né coda, e, a parte il solito clero, sempre pronto a imboscarsi, fregandosene di Cl o di altri Movimenti ecclesiali, la gente man mano si allontanava finendo tra le braccia dei soliti imbonitori-sciacalli.
Sì, in cinque anni Scola riuscì a mandare alla deriva una Diocesi con tutte le sue migliori tradizioni di pensiero e di geni, e nessuno glielo proibì: né il clero imboscato né i suoi collaboratori, leccaculo e basta, pronti a farsi porta-lettere di un vescovo che stava per affogare. Sì, ce l’ho con questi collaboratori vicini al cardinale, che invece di aiutarlo consigliandolo e anche prendendo nette posizioni nel caso in cui non vengono ascoltati, se ne stanno zitti ad assistere allo sfacelo di una diocesi, nelle mani di un capitano senza testa.
Di Angelo Scola non so dire altro, se non che aspettavo ogni giorno che arrivasse il benedetto giorno delle sue dimissioni. Ma come posso dimenticare ciò che avvenne in quei mesi, tra giugno e settembre del 2013, quando successe quel pandemonio per la mia rimozione da Monte? E anche in quell’occasione, i superiori (dal Vicario episcopale Maurizio Rolla all Vicario generale don Mario Delpini) si dimostrarono ancora una volta non all’altezza della situazione, in un barcamenarsi tra vergognose bugie e incapacità di discernimento, tipico atteggiamento di chi se ne frega della gente e vuole solo salvare la faccia dell’autorità.
Sì, ho menzionato il nome di Mario Delpini. Come non ricordare le sue due uscite a Monte (prima per incontrarmi personalmente e successivamente per sentire le “ragioni” di un gruppo di donne contrarie al mio trasferimento) che mi hanno fatto toccare con mano la sua poca consistenza umana, repressa dal suo ruolo di portavoce del cardinale? Così lo vidi e lo giudicai, al di là della sua reale personalità. D’altronde, perché si deve interessare la loro personalità, quando abbiamo a che fare con le autorità, le quali, quando agiscono, agiscono in quanto autorità? Mario Delpini in quanto autorità, ovvero in quanto Vicario Generale della Diocesi di Milano, con me si comportò male, anzi malissimo, senza esprimere un benché minimo segno di umanità. Che poi, in quel momento, sotto la corazza del suo ruolo, avesse un cuore d’oro, che mi interessava? In quel momento, lo ripeto, agì da galoppino di un potere che dettava norme in nome di chissà quale rispetto dell’ordine divino.
Poi me ne andai da Monte, con minacce da parte del cardinale Scola, nel caso in cui avessi disobbedito, e il Vicario generale dettò anche le sue norme: 1. non risiedere in zona (ma disobbedii restando a Cereda, in una abitazione privata, anche se ora passo quasi tutto il giorno in casa di mia sorella, sempre nel Comune de La Valletta Brianza); 2. evitare ogni ingerenza nella Comunità pastorale S. Antonio abate (dunque, senza poter celebrarvi Messe o organizzare qualche attività); 3. celebrare una Messa festiva nella Parrocchia di Dolzago.
Dopo qualche mese dalla mia partenza da Monte (a metà settembre del 2011) ricevetti una telefonata del cardinale Scola che mi invitava per un colloquio. Sapevo che la telefonata non era spontanea: qualche prete aveva insistito perché mi telefonasse. Durò pochi minuti. Dissi che per ora non era disposto a incontrarlo. Scrissi però, dopo qualche giorno, una lunga lettera in cui spiegavo i motivi del mio rifiuto, uno in particolare: non ritenevo giusto il metodo di “prima minacciare, e poi chiamare”. Martini e Tettamanzi si erano comportati diversamente: prima mi chiamavano, discutevamo e poi prendevano provvedimenti. Dal quel mezzogiorno (mese di ottobre/novembre del 2011) fino ad oggi non si fece più sentire, neppure durante l’Anno giubilare in cui la Chiesa aveva perdonato puttanieri e mafiosi.
In questi quattro anni di silenzio, ebbi però la gioia di incontrare due volte Dionigi Tettamanzi, la prima volta nella sua abitazione presso la Villa Sacro Cuore di Triuggio, e la seconda volta, qualche mese fa, quando era degente presso l’Istituto La Nostra Famiglia, dopo che era stato dimesso dall’Ospedale S. Raffaele di Milano. Mentre il secondo incontro è stato breve: era del tutto cosciente e mi ha riconosciuto, il primo invece, a Triuggio, è stato lungo e particolarmente intenso. Gli ho rivolto diverse domande, ma capivo che lo mettevo in imbarazzo. Talora mi rispondeva con un sì o con un no, ma intuivo che c’era dietro altro: era più che evidente che non approvava lo stile e le scelte di Scola.
Ma ci siamo sentiti più volte anche per telefono, ed è stato durante una di queste telefonate che mi ha detto: “Caro don Giorgio, ti comprendo:  ogni punizione deve avere un tempo determinato”. Non accettava che fossi punito per un tempo così lungo, e non capiva neppure che non potessi celebrare una Messa nel Convento di Bernaga, presso le Romite Ambrosiane. Ma il Convento era sul territorio della Comunità pastorale! Cosa assurda!
7. E finalmente venne il giorno della nuova nomina del successore di Angelo Scola, ma ancora una volta la scelta spiazzò un po’ tutti. Già pensare a Mario Delpini mi fa sempre ricordare quel 2013, e le sue visite a Monte. Non sto a ripetere ciò che ho detto. Dico solo che dal settembre del 2013 fino a oggi, non ho mai sentito la voce di Mario Delpini. Anche lui sparito nel nulla! Posso anche capire la parte che ha dovuto fare quando ero a Monte quando è venuto a portarmi la notizia del cardinale Scola per il mio trasferimento, ma come posso accettare che un Vicario generale mi avesse dimenticato per quattro anni?
Ma dovrei essere più completo. Qualche giorno fa, sono venuti in casa mia il Decano di Brivio don Carlo Motta e il parroco della Comunità pastorale don Paolo Brambilla, per invitarmi a partecipare a un fugace e formale incontro con il nuovo vescovo, che in quei giorni stava girando per i santuari e le chiese parrocchiali per una breve preghiera con i fedeli del luogo e anche per salutare i loro preti. Ho risposto subito che non accettavo un incontro puramente formale, del tipo: “Ciao! Come stai?”. Ho chiesto un incontro, in casa mia, più lungo e dialogico. Ora le condizioni le metto io. O così oppure che faccia come ha sempre fatto, ignorandomi!
Finora non ho ancora ricevuto una risposta!
NOTABENE
Non ho fatto la storia delle mie varie esperienze pastorali. Se volete conoscerle, leggete il libro, scritto 2015, dal titolo: DA INTROBIO A MONTE DI ROVAGNATE – Sei esperienze pastorali indimenticabili dal 1963 al 2013.
Nell’articolo, ho scritto alcune riflessioni e ricordi personali di 7 arcivescovi di Milano. 
12 agosto 2017
         
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
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