Luigi Di Maio, l’arte dello stallo e i 320 parlamentari arroccati nella scatola di tonno

da L’Espresso
Orizzonti sovranisti

Luigi Di Maio,

l’arte dello stallo e i 320 parlamentari

arroccati nella scatola di tonno

Sondaggi a precipizio, base sparita. I Cinque stelle ormai si trovano solo a palazzo: bravissimi a bloccare, smontare, dilazionare. Governati dal terrore. Tentati da Salvini. Tenuti insieme dal sommo principio: la poltrona
di SUSANNA TURCO
10 dicembre 2019
«E allora veniteci a contare». Alle 17 e 17 di lunedì 2 dicembre, assiso al suo posto nell’Aula del Senato e sprezzante del pericolo come al solito, il grillino Alberto Airola risponde a petto in avanti al collega Matteo Salvini, leader della Lega, che proprio in quel momento al microfono ha urlato che «mancano sessanta parlamentari della maggioranza». M5S (ma anche Pd, Italia Viva, Leu) assenti nella fondamentale informativa del premier Giuseppe Conte sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Veniteci a contare, dice coraggioso Airola. Peccato che il senatore piemontese – trasfigurato dal Palazzo, sembra ormai un cugino di Gianni Cuperlo – risalti come una anomalia sui velluti color corallo delle poltrone senatoriali: è infatti l’unico a essere seduto in quell’angolo di Aula, circondato dal vuoto dei posti assegnati agli altri Cinque Stelle.
Contarli, in ogni caso, non sarebbe una buona idea. Il deserto, fuori dal Palazzo, è persino maggiore. Sterminato. C’è infatti un singolare paradosso in atto ormai da oltre un anno: nati nelle piazze, i grillini hanno perso la base, soprattutto in alcune zone sono diventati tutti eletti, o comunque classe dirigente. Insomma,stanno ormai solo in Parlamento. Intenti – dalla riforma del Mef al futuro dell’Ilva, dal numero dei parlamentari al blocco della prescrizione – a fare e disfare, rimandare, dilazionare, paralizzare, oppure tagliare, far saltare, smontare. Come delle Penelopi o dei troll della democrazia. Con uno stile interdittivo che sembra finalizzato al caos ma che comunque ormai viene gestito là dentro. Nella scatoletta di tonno dove i grillini dicevano di voler entrare per buttare fuori tutti gli altri, e dove invece hanno finito per asserragliarsi loro. Per tanti motivi. Perché 86 parlamentari su 320 sono alla seconda legislatura, i cosiddetti «morti viventi», e quindi se si sciolgono le Camere per la regola grillina non potrebbero più tornare. Perché i sondaggi dicono che i voti per i Cinque Stelle sono dimezzati (e dunque lo sarebbero anche i parlamentari). Perché, alla fine, a tutto ci si affeziona, a tutto si fa l’abitudine, e dunque nel pieno di una delle sedute cruciali della legislatura ecco Paola Taverna che conversa amabile con l’ex ministra Roberta Pinotti, ormai alleata di maggioranza; ecco la pr genovese Elena Botto che si fa recapitare dai commessi una busta bianca con la grande «S» di «Senato», dalla quale estrae allegra il tablet con caricatore che aveva lasciato chissà dove; ecco l’avellinese Ugo Grassi, docente di diritto, che pare l’unica faccia gradita a Conte, ma ugualmente per tutto il tempo non lo guarda e compulsa carte; ecco Gianmauro Dell’Olio, commercialista di Bari, che segue l’intero dibattito tenendosi ficcati nelle orecchie gli auricolari bianchi con jack inserito al computer portatile (forse la traduzione? Un corso d’inglese? Mistero). E così avanti, con rari picchi d’entusiasmo partecipativo, i parlamentari Cinque Stelle. Duecentosedici alla Camera e centoquattro al Senato, per un totale di 320: come ai tempi d’oro in cui presero il 34 per cento (marzo 2018, politiche), ma avendo ormai collezionato da allora una sequela terrificante di sconfitte. E percentuali da brivido. A partire già dal 2018 e per tutto il 2019: 7 per cento in Friuli, 10,4 in Val d’Aosta, 19,7 in Abruzzo, 9,7 in Sardegna (dove pure avevano sfiorato il 40 per cento solo 10 mesi prima), 13,6 in Piemonte, 7,4 in Umbria – l’ultimo tracollo, in attesa di Calabria ed Emilia-Romagna. Compreso il 17 per cento delle Europee di maggio, in pratica, nell’ultimo anno e mezzo i Cinque Stelle hanno sfondato il 20 due sole volte: in Basilicata col 20,3 per cento nel marzo 2019 (contro il 44 per cento alle politiche dell’anno prima) e in Molise, nel peraltro ormai lontanissimo aprile 2018 (31,6 per cento).
Questa innegabile rovina rende efficacissimo il metodo applicato da Federico D’Incà, oggi ministro dei Rapporti col Parlamento, per tenere in ordine le demotivate truppe grilline che ormai trovano complicato persino eleggere un capogruppo (impresa ad esempio negli ultimi tre mesi impossibile, alla Camera). Un metodo che, sulla scorta dell’andreottiano «governare con la crisi», si potrebbe ribattezzare così: «governare col terrore». Come gustosamente raccontato dal Foglio, infatti, a fronte di problemi con l’alleato Pd, D’Incà è solito inchiodare così, a quattro a quattro, i perplessi, i riottosi, gli indecisi, gli scettici. Sventolando i sondaggi: «In che collegio siete stati eletti? Di voi quattro, se andassimo a votare, forse ne tornerebbe qui uno solo». In media, e considerate anche le ultime rilevazioni ufficiali sulle intenzioni di voto, i Cinque Stelle sono oggi sul 17 per cento. La metà del marzo 2018. Dunque il ragionamento risulta assai persuasivo. E tutti filano dritti. Camminando a filo del baratro.
Vale persino per il capo politico, Luigi Di Maio, che – lo dicono anche i muri – minaccia variamente la crisi, ma farà di tutto per non realizzarla. Non subito, non volontariamente. Al momento infatti le sirene di Matteo Salvini sono un richiamo troppo forte per le truppe grilline: facendo i conti sulla situazione attuale, il capo leghista, che oggi ha circa 180 parlamentari, potrebbe garantire la rielezione non solo agli uscenti, ma anche a 100-150 transfughi. E infatti il ministro degli Esteri, che alla Farnesina (dicono dalla Farnesina) non c’è mai, si sta già riallineando, anche grazie al «fratello» Alessandro Di Battista, su una posizione sovranista e più appetibile per il vasto elettorato salviniano – lasciando a Conte (e Casalino) il ruolo pseudo-montiano di amico del Pd, considerato mortifero.
La sua posizione non è davvero in forse neanche alla guida politica del Movimento, come dimostra l’aver egli osato citare in un suo post Gianroberto Casaleggio, divinità laica dei Cinque Stelle: «Se cita il padre, significa che è d’accordo col figlio», è l’esegesi degli esperti. Mancano, del resto, alternative credibili all’interno del Movimento: persino il non entusiasta Beppe Grillo definisce tutti i suoi possibili oppositori dei «rompiscatole», sostanzialmente inutili. Mancano anche competitor esterni: i finora deludenti risultati dell’alleanza col Pd non rafforzano certo l’altro possibile successore, Giuseppe Conte – con sommo scorno del suo più forte puntello, Rocco Casalino.
Si continuerà dunque così per un altro po’. Il dibattito animato da una successione di problemi apparentemente irrisolvibili, le liste, l’attesa per il voto di Emilia-Romagna e Calabria, l’ennesimo schianto. E dentro il Movimento, la costruzione dell’emozionante cabina di regia con la scelta dei famosi 12 «facilitatori». Una spassosa invenzione, equivalente politico dei navigator del reddito di cittadinanza: figure chiamate a realizzare l’impossibile. Semplificare e fluidificare i meccanismi grillini sembra in effetti più difficile che trovare lavoro ai disoccupati. (Giusto per dire cosa è delle riforme grilline: stando agli ultimi dati Anpal, hanno trovato un posto 18 mila persone su circa 700 mila percettori del reddito, cioè il 2,5 per cento del totale).
In mezzo a questi successi, resta ancora un punto interrogativo sugli effetti del taglio dei parlamentari, approvato definitivamente a metà ottobre. Anche nel caso in cui non ci fossero le firme per indire il referendum, infatti, la legge entrerà in vigore il 12 gennaio, ma potrà essere applicata solo sessanta giorni dopo, cioè a partire dal 12 marzo (vanno ridisegnati i collegi elettorali). Dunque le Camere non potranno essere sciolte prima di quella data. Sempre che si voglia votare con le nuove regole e rinunciando a 345 parlamentari, sia chiaro.

 

2 Commenti

  1. antonio ha detto:

    Questi ragazzi avrebbero potuto fare tante cose, non avendo nulla da perdere, ma la paura di tornare nell’anonimato della provincia addormentata italiana… li ha ingessati. Molto rumore per nulla.

    • lanfranco consonni ha detto:

      Non capisco cosa avrebbero potuto fare.
      Mancano di compaetenza, esperienza, e soprattutto UMILTA’, elemento essenziale per chi deve imparare.

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