«Torino, la legge delle ‘ndrine»

Un’operazione condotta tra la Calabria e il Nord Italia – Ansa
da AVVENIRE
12 febbraio 2020
Il procuratore generale.

«Torino, la legge delle ‘ndrine»

Andrea Zaghi
Saluzzo: la nostra regione si sta dimostrando senza anticorpi contro le cosche Serve un sussulto della società civile. Non lasciamo sole le persone che hanno il coraggio di denunciare
Pervasiva e visibile, forte e diffusa. Con un alleato inaspettato: l’indifferenza del territorio che in alcuni casi si fa omertà e collusione. Francesco Saluzzo, procuratore generale del Tribunale di Torino, parla dal suo ufficio al settimo piano dell’edificio intitolato a Bruno Caccia, e ricorda ciò che pochi giorni prima ha detto per l’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Non vi è porzione del nostro territorio che sia rimasta immune dalla penetrazione della struttura criminale di natura mafiosa». Che a Torino ha un nome: ’ndrangheta. È una fotografia onesta e impietosa quella scattata da Saluzzo. « Partiamo da una constatazione – premette –. È accertata la stabilità delle consorterie sui nostri territori, la loro capillare penetrazione, il loro radicarsi. Di fronte a tutto questo, in molti casi abbiamo registrato neutralità, indifferenza, un atteggiamento spesso ambiguo, altre volte di soggezione, altre volte una accettazione e condivisione di fini e strumenti criminali. Le indagini hanno anche messo in luce contiguità e collusioni con esponenti politici » .
E la cosiddetta società civile?
È indifferente nella gran parte dei casi. Se la ’ndrangheta c’è, è anche perché c’è indifferenza. Tutte le indagini che ci sono state, prima a Torino, poi nel Canavese e poi Asti, Cuneo, nell’Alessandrino, in Valle d’Aosta, ad Alba e Bra, a Ivrea, non sono mai state avviate per l’attivazione della comunità o di individui. E non è neanche così facile ottenere testimonianze una volta che i processi si svolgono. Il problema è che un tessuto sociale come quello di Torino e del Piemonte, dove dovreb- be esserci una estraneità di fondo al mondo criminale, non riesce a sviluppare gli anticorpi che servono.
Lei ha parlato di criminalità trasparente e liquida. Cosa significa?
La ’ndrangheta agisce con una apparente segretezza, in realtà adotta spesso manifestazioni esteriori inequivoche e spavalde. Gente che decide chi entra e chi no in un locale pubblico, oppure che detta legge negli appalti, negli investimenti, condiziona i rappresentanti del potere politico. Ma chi vede, capisce e sa, non parla; chi non è direttamente coinvolto, gira la testa dall’altra parte.
Tutto questo significa omertà.
Certo. L’omertà c’è qui in Piemonte e non solo. L’abbiamo colta nelle nostre indagini, nelle vicende valdostane, a Volpiano, a Leinì. Attenzione però: Torino non è come Catanzaro, Leinì non è come Platì. Non c’è nemmeno la capacità militare da parte della ’ndrangheta di controllare tutto il territorio.
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La mafia dei 5 continenti
Il termine ’ndrangheta è un probabile adattamento del dialettale “’ndrànghita”, sinonimo di “picciotteria”. È l’unica mafia presente in tutti i cinque continenti del mondo. La sua attività principale è il narcotraffico, seguita dalla partecipazione in appalti, dal condizionamento del voto elettorale, dall’estorsione e dall’usura, fino al traffico di armi, l’azzardo e lo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi.
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Capacità militare?
Certamente. La ’ ndrangheta è un’organizzazione militare e verticistica. Le famiglie che agiscono qui, hanno precisi punti di riferimento in Calabria.
Quanto vale la ’ndrangheta in Piemonte?
Diverse migliaia di persone. Dal punto di vista economico è più complicato fare calcoli. Occorre separare il traffico di droga dalle attività economiche. Pasquale Marando personaggio di spicco nazionale, quando è scomparso negli anni ’90 ha lasciato un patrimonio liquido di 60 miliardi di lire derivanti dalla droga. Per quanto riguarda oggi, la ’ndrangheta continua con la droga ma si nasconde anche dietro i colletti bianchi, la finanza, gli affari, il rapporto con la politica, i rifiuti, il gioco d’azzardo, i cantieri.
Quali sono le famiglie coinvolte?
I Marando, gli Agresta, i Trimboli, i Crea parlando solo di persone condannate in base a 416 bis.
Quando è iniziato tutto?
La criminalità calabrese è in Piemonte dagli anni ’80 con i Mazzaferro, i Lo Presti e altre famiglie. Don Ciccio Mazzaferro produceva eroina a San Franceso al Campo vicino a Caselle. Poi sono arrivate le famiglie collegate all’omicidio Caccia come i Barresi e i Belfiore. Ma fino ad un certo periodo Torino era sotto il controllo ferreo dei Catanesi: gli altri stavano ai margini. Eliminati i Catanesi, si è dato spazio alla diffusione della ’ndrangheta. Parliamo della fine degli anni ’80.
Perché è difficile lottare contro la ’ndrangheta? Solo per l’omertà?
Una volta i processi erano relativamente più semplici perché giudicavano su omicidi, estorsioni, contrabbando di sigarette, traffico di droga. Nel processo ai Catanesi erano compresi 62 omicidi solo in città. Oggi non è più così. Si uccide raramente ma si delinque in modo subdolo. Spesso abbiamo solo l’associazione di stampo mafioso e poi una serie di reati economici difficili da individuare, valutare e condannare. Ma dobbiamo fare attenzione quando diciamo lotta alla criminalità organizzata che deve essere fatta da tutto lo Stato, le comunità, i cittadini. I magistrati fanno solo i processi. È diverso.
Che cosa serve?
Serve un sussulto della società civile. Ci sono molte associazioni, le istituzioni, c’è la Chiesa. Ma non basta. In questo Paese l’illegalità è ancora troppo diffusa. È necessario partire dai giovani, dalle scuole, da chi gestisce e amministra le comunità. È necessario non lasciare sole le persone che hanno coraggio di denunciare. E occorre far capire che la criminalità organizzata è un male per tutti. Indistintamente.
Ci riusciremo?
Certo, ma solo con il contributo di tutti.

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