Il principe della risata. Cinquant’anni dopo la sua morte, Totò non è invecchiato

da la Repubblica

Il principe della risata.

Cinquant’anni dopo la sua morte,

Totò non è invecchiato

11 aprile 2017
di ROBERTO NEPOTI
Il 15 aprile del 1967, nella sua casa di Parioli, moriva il principe Antonio De Curtis. Una vita dedicata allo spettacolo dai primi passi nel varietà fino alla consacrazione con i film di Pasolini, in mezzo tanti film che hanno fatto ridere l’Italia
“Era defunto da cinquant’anni, portati benissimo”. È ciò che Totò avrebbe il diritto di pensare di sé stesso oggi, mezzo secolo dopo che “a livella se l’è portato via. Perché, come ha osservato Goffredo Fofi sull’ultimo numero del Venerdì, il Principe non è per nulla invecchiato.
I VIDEO DELL’ISTITUTO LUCE SU TOTÒ
Non lo è la sua maschera, tante volte commentata, simbolo di una nobiltà della miseria che discende da Pulcinella e passa attraverso le macchiette drammatiche di O’ scugnizzo, Totonno e Quagliarella e altre già care a Raffaele Viviani: quella maschera che fece di lui il divo dei poveri, fulcro d’identificazione di un pubblico popolare “tartassato” e oppresso. Che si sentì rappresentato dai suoi gesti beffardi, ma anche dalla sua faccia malinconica, quando la comicità rimava con uno scenario socio-politico-economico depresso (Totò e Carolina, Totò cerca casa…) e, in fondo, non così diverso da quello odierno. Il personaggio di Totò si ribellava con ogni mezzo a sua disposizione: con lo sberleffo, con lo sghignazzo del suddito indocile; ma soprattutto con la parola.
Il repertorio delle invenzioni verbali, raccolte in novantasette film lungo quarant’anni, è immenso e la sua ricchezza e varietà ha attirato l’attenzione di raffinati studiosi della lingua come Tullio De Mauro. Dalla ridicolizzazione dell’italiano aulico e ufficiale (il linguaggio pomposo e anacolutico, il burocratese indecifrabile) all’intercalare pseudo-colto (a prescindere, eziandio, è d’uopo), dal gioco di parole (“mal costume, mezzo gaudio”), al neologismo (le pinzillacchere, che rimavano con le quisquilie e le bazzecole) e oltre, il repertorio verbale di Totò si potrebbe suddividere in categorie retoriche: paronomasie, paretimologie, polisemìe, polittoti e quant’altro. La conoscenza dei tropi retorici, pur declinati in burla carnevalesca, è profonda e trova applicazioni ai limiti dello sperimentale; capaci di ribaltare le aspettative semantiche dell’ascoltatore cogliendolo fuori guardia: “un evaso da notte”, “ho una colica apatica”, “lei non è donna di casbah”,”ogni limite ha la sua pazienza” e mille altre. La manipolazione degli stereotipi del linguaggio vale a rivelarne l’abissale vuoto di senso, dando nel frattempo origine a scenette irresistibili (è nota a tutti quella della lettera dettata a Peppino: “Signorina! Veniamo noi con questa mia addirvi…”).

Il repertorio delle invenzioni verbali, raccolte in novantasette film lungo quarant’anni, è immenso e la sua ricchezza e varietà ha attirato l’attenzione di raffinati studiosi della lingua come Tullio De Mauro. Dalla ridicolizzazione dell’italiano aulico e ufficiale (il linguaggio pomposo e anacolutico, il burocratese indecifrabile) all’intercalare pseudo-colto (a prescindere, eziandio, è d’uopo), dal gioco di parole (“mal costume, mezzo gaudio”), al neologismo (le pinzillacchere, che rimavano con le quisquilie e le bazzecole) e oltre, il repertorio verbale di Totò si potrebbe suddividere in categorie retoriche: paronomasie, paretimologie, polisemìe, polittoti e quant’altro. La conoscenza dei tropi retorici, pur declinati in burla carnevalesca, è profonda e trova applicazioni ai limiti dello sperimentale; capaci di ribaltare le aspettative semantiche dell’ascoltatore cogliendolo fuori guardia: “un evaso da notte”, “ho una colica apatica”, “lei non è donna di casbah”,”ogni limite ha la sua pazienza” e mille altre. La manipolazione degli stereotipi del linguaggio vale a rivelarne l’abissale vuoto di senso, dando nel frattempo origine a scenette irresistibili (è nota a tutti quella della lettera dettata a Peppino: “Signorina! Veniamo noi con questa mia addirvi…”).
Da una simile ambiguità Totò trae alimento per una quantità di altre gag verbali. Una parte di esse riguarda, in mille declinazioni ironiche, l’uso ancora diffusissimo dei dialetti (“qui si parla italiano, ostrega!”), che si diverte a deformare (“mela femmena”) dalle Alpi alla Sicilia o a introdurre del tutto fuori contesto (“Chi a Milan ghè la nebia”, “cerèa”). Sarà ancora da attribuire al senso d’inferiorità culturale dell’italiano medio se Totò diffida delle lingue straniere e se ne vendica storpiandole a man bassa. In questo senso il capolavoro è il pastiche linguistico con cui interpella il vigile urbano milanese (che scopre con sorpresa essere italiano) in Totò, Peppino e la malafemmina: “excuse me, Bitteschon. Noio volevàn… volevòn savuàr… noio volevàn savuàr l’indris…ja?”. E chissà quali risate ci regalerebbe oggi, se fosse ancora qui, parodiando il patetico inglesorum inflazionato nei media e nel discorso pubblico.

2 Commenti

  1. GIANNI ha detto:

    Sarebbe riduttivo considerarlo solo come uno dei comici più famosi al mondo, essendo stato anche drammaturgo, poeta, paroliere, cantante.
    E sotto molteplici profili, quindi, innovatore della lingua italiana, ragion per cui il suo è anche un fenomeno culturale, non solo di costume.
    Ma probabilmente una delle ragioni che hanno reso eterna ls aua comicità, è quella presa in giro tanto dell’uomo comune ed ingnorante, quanto di chi ritiene di essere superiore agli altri, che ne hanno fatto anche un alfiere della lbiertà e della democrazia.
    E, a proposito di nomi e di linguistica, per chi crede al detto nomen omen, cosa potevamo aspettarci da chi si chiamava Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfiro-genito Gagliardi de Curtis di Bisanzio, se non un padrone assoluto della lingua e delle sue locuzioni, tanto da saperle reinventare in senso comico?
    Senza dimenticare anche alcuni lati drammatici della sua arte, sia pur minoritari nella sua opera.

  2. Giuseppe ha detto:

    L’arte è quella forma di espressione che rende comprensibile il concetto di eternità, altrimenti troppo complicato per il nostro intelletto limitato, abituato a ragionare su nozioni semplici e immediate. E Totò era un grande artista. Che, come del resto altri grandi artisti, non è riuscito a vedere riconosciuto il suo enorme talento se non dopo la sua morte, quando anche chi lo aveva sottovalutato, arricciando il naso in una smorfia altezzosa di disapprovazione, ha finalmente scoperto la sua eccezionale bravura. Perché è risaputo che, mentre era vivo, quasi esclusivamente il pubblico più semplice e meno “erudito” aveva saputo apprezzare in pieno la sua bravura, vista la grande popolarità di cui godeva. Prova ne sia il successo che ancora accompagna il suo nome, a distanza di cinquant’anni dalla sua ultima interpretazione e le risate e la commozione che ancora proviamo rivedendo alcune delle macchiette e dei suoi film più famosi, che restano attuali nonostante il tempo trascorso. Se l’ingessata Accademia di Svezia è stata capace di assegnare il premio Nobel per la letteratura anche ad artisti come Dario Fo e Bob Dylan, probabilmente Totò lo avrebbe meritato più di chiunque altro, considerata la rivoluzione e la semplificazione del linguaggio da lui operata, attraverso l’invenzioni di espressioni ormai entrate nell’uso comune e l’ampia produzione letteraria che trova la sua sintesi più riuscita nella poesia “ ‘a livella”.

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