Rignano, il gran ghetto dei braccianti ora è fatto di roulotte

da AVVENIRE
12 aprile 2018
Reportage.

Rignano,

il gran ghetto dei braccianti ora è fatto di roulotte

Antonio Maria Mira
Sono più di 300 i caravan parcheggiati nella piana tra San Severo e Rignano Garganico. «Pensiamo ad un’organizzazione con il coinvolgimento dei caporali»
Trecento roulotte in mezzo alla campagna. Non è un camping agreste ma la nuova “versione”, una sorta di 2.0, del ‘Gran Ghetto’ nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico, nato dopo l’incendio della notte tra il 2 e il 3 marzo 2017 che aveva provocato la morte di due migranti del Mali e il successivo sgombero con l’abbattimento di tutte le baracche. Dopo un anno il “Gran Ghetto” dei lavoratori africani è rinato. Ed ospita già un migliaio di persone. Leggermente spostato perché i terreni sui quali si trovava il vecchio, di proprietà regionale, sono finiti sotto sequestro della Dda di Bari.
Ma la vera novità sono le roulotte. Mai viste così tante, né nei ghetti pugliesi né in altre regioni. Certo ci sono anche tante baracche, molte appoggiate alle roulotte, altre in costruzione. C’è tanto materiale pronto, lamiere, legno, plastica, ma sono proprio le roulotte a fare la differenza, di tutti i modelli, in pessime condizioni. Ci dormono da 4 a 8 persone, spesso coi materassi a terra. Come sono arrivate fin qui? Chi le ha portate? È quasi impossibile che siano state trainate. La strada è disastrata, piena di enormi buche. E poi molte hanno le gomme bucate o addirittura sono senza ruote. Quasi dei rottami. Evidentemente sono state portate con dei camion. Da chi? E da dove? Inutile chiederlo ai giovani migranti. Non parlano. «Cosa vuoi? Perché me lo chiedi?».
Alcuni profughi in fuga dal “Gran Ghetto” nei mesi scorsi, dopo lo sgombero avvenuto a seguito del rogo di un anno fa. In realtà, negli ultimi mesi, con l’arrivo delle roulotte in molti sono tornati a lavorare nei campi (Ansa)
Ma possibile che nessuno abbia visto un traffico che ha riguardato non meno di cento grandi camion? «L’area sotto sequestro era sorvegliata fino alla fine dell’estate dalla Polizia provinciale, ma solo fino alle 19», ci spiega don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. Col buio può essere successo di tutto. E non è difficile pensare ad un’organizzazione, magari col coinvolgimento dei caporali che qui hanno sempre comandato. Apparentemente un servizio ai migranti, in realtà per tenerli legati a loro e lontani dai due centri organizzati dalla Regione. E sicuramente non gratis.
«Ma i braccianti preferiscono stare qua – aggiunge don Andrea – perché temono, andando lontano, di non trovare più lavoro. Evidentemente qualcuno glielo fa credere, anche perché così funziona il sistema». Roulotte e baracche che aumentano ogni giorno, e il “Gran Ghetto” è ancora qua. Come sempre. Ci sono piccoli spacci che vendono un po’ di tutto, dagli alimentari ai detersivi e agli indumenti. C’è il casolare ritrovo. Ci sono anche donne. «Dicono che fanno ristorazione ma sospettiamo che siano nel giro della prostituzione», dice ancora don Andrea. Ad ogni modo, anche se cambia il tipo di ghetto, la Chiesa è sempre accanto a questi lavoratori.
A partire dal vescovo di San Severo, Giovanni Checchinato, che appena arrivato a maggio 2017 ha deciso di impegnare la Diocesi su questo fronte e lui stesso ogni settimana è qui almeno due volte. Anche la domenica di Pasqua. Nella baracca di Eva, una delle ragazze del “Ghetto”, c’è stata una preghiera comunitaria. Momenti di commozione. Alcuni piangevano dicendo «non è giusto vivere così». Gesti importanti e parole di denuncia. Come quelle del vescovo, già lo scorso Natale. «Non posso non portare dentro al cuore come una lama che trafigge, la dignità composta dei lavoratori “alloggiati” – si fa per dire – nel famoso “ghetto”. Hanno raccolto i nostri pomodori, la nostra uva e le nostre olive.
Ci hanno servito. E ora… a casa loro! E che casa!». Denuncia chiara. E poi tanto ascolto negli incontri al “gran ghetto”, il vescovo, don Andrea e i volontari della Caritas (presto partirà il “Progetto Presidio”). Mentre aumentano gli arrivi dei migranti, valigia in mano. «Veniamo da Rosarno», ci dicono. Lì è finita la raccolta degli agrumi, qui si lavora già a raccogliere asparagi e trapiantare le piantine di pomodoro. E allora tutti al ‘Gran Ghetto’, nelle roulotte e nelle baracche. Non hanno avuto un gran successo le soluzioni predisposte dalla Regione dopo incendio e sgombero. “Casa Sankara” nell’ex azienda agricola regionale Fortore, dovrebbe ospitare 160 persone tra tende, container e una palazzina. Altri 140 dovevano essere ospitati in due palazzine all’Arena, struttura comunale ceduta alla Regione. Entrambe nel territorio di San Severo.
Erano previsti anche i pasti. «Ma i braccianti migranti non cercano questo, non vogliono assistenza – ci spiega don Andrea –. Sono quasi tutti regolari, al massimo col permesso di soggiorno scaduto o in scadenza. Vogliono solo lavorare ». Così, in attesa delle nuove iniziative (vedi altro articolo) stanno tornando al ‘Gran Ghetto’. E il ‘Gran Ghetto’ 2.0 cresce.

 

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