Quel direttore del “fango quotidiano”…

Quel direttore del “fango quotidiano”…

Nome e cognome: Marco Travaglio.
Forse sarebbe il caso di chiamarlo Marcio, sempre partoriente di altro marcio.
Un grembo, il suo, mai sterile. Di marciume comunicativo.
Di notte si accoppia con la menzogna, e all’alba, già pieno di bile, eccolo pronto a tirar fuori dal buco del culo ogni cattiveria, perversità, gelosia e vendetta, unitamente a uno sgorbio satirico che si denota da quel sorrisetto ebete della sua maschera, così incollata al volto che nessuno, nemmeno lui, forse nemmeno il Padre Eterno, riuscirebbe a strappare.
Forse è nato così e così morirà, come un attore che recita fino all’ultimo respiro la parte dell’avvocato del diavolo.
Naturalmente lo giudico come giornalista.
Non lo conosco, per fortuna, nella sua vera identità personale.
Come giornalista mi fa orrore, anche perché non sopporto oscenità ripugnanti, tanto ripugnanti da neppure sentire pronunciare il loro nome.
Diciamola tutta: Travaglio, quando ha di fronte un gigante, e ci vuole poco per essere giganti davanti a lui, non sopporta di essere un nanerottolo, e allora vorrebbe distruggere il gigante tirando fuori dalla bocca infernale ogni improperio.
Lui, Travaglio, è fatto così, è nella sua natura odiare i giganti.
E voi ci sperate che un giorno si ravvedrà?
È nato così, e morirà così.
***
da Il Fatto Quotidiano

L’asse Niente-Nulla

12 Maggio 2022
(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Abituata a un presidente che stringe la mano a nessuno, la stampa americana non s’è accorta della visita di Draghi a Biden, spacciata da quella italiana come un evento storico. Repubblica: “Il patto della Casa Bianca”, “L’Italia ponte sull’Oceano” (non si sa quale, visto che ci affacciamo più modestamente sul Mediterraneo). Stampa: “Draghi-Biden: patto per Kiev. Il vertice rafforza l’asse transatlantico”. Sole 24 Ore: “Asse di ferro. Biden e Draghi: uniti sull’Ucraina”. Foglio: “Successo dell’incontro”, “Formidabile allineamento”. Dei contenuti si sa poco: ne ha parlato solo Draghi nella solita conferenza stampa senza domande, tipo Lavrov, mentre Biden gli ha negato quella congiunta (concessa a Scholz e persino al premier greco).
Ma Palazzo Chigi ha diffuso le migliori perle dei due Grandi nella sala ovale. Tenetevi forte.
Draghi: “Molti in Europa si chiedono anche: come possiamo mettere fine a queste atrocità? Come possiamo arrivare a un cessate il fuoco? Come possiamo promuovere dei negoziati credibili per costruire una pace duratura? Al momento è difficile avere risposte, ma dobbiamo interrogarci seriamente su queste domande”. Biden: silenzio (forse non si interroga seriamente, forse dorme, forse parla con l’altro amico invisibile, forse è in coma).
Draghi: “La pace sarà quello che vorranno gli ucraini, non quello che vorranno altri” (tipo i russi: dunque la pace la fa Zelensky da solo). Biden (tornato vigile per un istante): “Sono d’accordo!”. Seguono altri brevi cenni sull’universo. Draghi: “La Libia può essere un enorme fornitore di gas e petrolio, non solo per l’Italia, ma per tutta Europa”. Biden (testuale): “Tu cosa faresti?”. Draghi: “Dobbiamo lavorare insieme per stabilizzare il Paese”. Perbacco. Draghi: “Dobbiamo chiedere alla Russia di sbloccare il grano bloccato nei porti ucraini”. Biden: “Ci sono milioni di tonnellate. Rischiamo una crisi alimentare in Africa”. Ma non mi dire. Da questi pensierini da scuola elementare, il nulla mischiato col niente, le gazzette arguiscono che Draghi ha messo alle strette Biden cantandogliele chiare.
Corriere: “Draghi: ‘L’Ue vuole la pace’” (come le girl di Miss Italia). Giornale: “Draghi avverte Biden: ‘L’Ue chiede pace’”. Stampa: “Il premier preme per il negoziato” (poi SuperMario confida a SuperJoe che “Putin pensava di dividerci”, quindi Putin ha invaso l’Ucraina per dividere Draghi da Biden). Libero: “Draghi chiede a Biden di fare la pace con Putin”. Messaggero: “Draghi in Usa, spinta per la pace”. Una spinta irresistibile: infatti partono altri miliardi di armi per Kiev e dal comunicato congiunto scompare la parola “negoziato”. Resta l’“asse” che, da Cartesio in poi, è sempre a 90 gradi.
***
da www.liberoquotidiano.it

Biden e Draghi, l’orrore di Travaglio:

“Sempre a 90 gradi”, l’insulto a luci rosse

“L’asse Niente-Nulla”, pontifica fin dal titolo del suo fondo Marco Travaglio. Siamo sul Fatto Quotidiano, l’edizione è quella di giovedì 12 maggio. Il direttore si spende sull’incontro alla Casa Bianca tra Joe Biden e Mario Draghi, puntando il dito – come di fatto fa ogni giorno, escamotage trito e ritrito – contro quelli che chiama i “giornaloni”. Insomma, per Travaglio di giusto c’è solo Travaglio.
E il fondo del direttore la consueta colata di insulti. Si parte in quarta: “Abituata a un presidente che stringe la mano a nessuno, la stampa americana non s’ è accorta della visita di Draghi a Biden, spacciata da quella italiana come un evento storico”. E insomma, così si giustifica subito il titolo “asse Niente-Nulla”, che sarebbero i due presidenti. Dunque, seguendo il solito schemino,
Travaglio passa in rassegna alcuni dei titoli dei quotidiani sul faccia a faccia tra i due.
Ovviamente per dire che, a suo insindacabile giudizio, sono tutti dei lacché, dei venduti, dei trombettieri.
Ma dopo il consueto profluvio di veleno, dopo la consueta crisi di nervi messa nero su bianco dalle colonne del Fatto Quotidiano, ecco che si arriva alla chiusa triviale del fondo di Marco Manetta. Il direttore, per inciso, sta ancora facendo il giochetto dei titoli: “Messaggero: Draghi in Usa, spinta per la pace. Una spinta irresistibile: infatti partono altri miliardi di armi per Kiev e dal comunicato congiunto scompare la parola negoziato. Resta l’asse che, da Cartesio in poi, è sempre a 90 gradi”, conclude Travaglio. Insomma, Draghi piegato a 90 gradi davanti a Biden. Nulla da aggiungere.
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da www.huffingtonpost.it
12 maggio 2022

Grazie a Dio oggi Draghi il “dittatore”

se ne frega di Conte e Salvini. Ma dopo?

di Filippo Rossi
Non possiamo svegliarci una mattina e scoprire che le forze populiste, antieuropee, filoputiniane hanno preso il sopravvento per insipienza di chi oggi applaude il premier ma poi non riesce a trasformare l’applauso odierno in un’offerta politica concreta e realistica
Ti svegli una mattina e leggi le dichiarazioni di Giuseppe Conte che vuole far saltare l’alleanza occidentale non mandando più armi in Ucraina. Lo fa con quei suoi modi da azzeccagarbugli che gli consentono di dire cose senza senso come se avessero un qualche senso. Una dittatura del sofismo, quella di Conte, in cui l’aggredito si dovrebbe difendere con moderazione in modo da non infastidire più di tanto l’aggressore, in cui le armi giuste sarebbero pistole a gommini e cerbottane con la carta ciancicata e, soprattutto, in cui la diplomazia si trasforma in un generico “volemose bene” che sa tanto di “volemo bene a Putin”… Leggi le parole di Conte e pensi che le può pronunciare solo perché sa che nessuno gli darà davvero retta, perché sa che le sue parole si schianteranno per fortuna contro il solido muro di una democrazia liberale.
Ti svegli una mattina e leggi il nuovo Matteo Salvini, un po’ francescano e un po’ no-global leoncavallino, fare da sponda al suo alleato di fatto Giuseppe Conte: “Dall’incontro tra Draghi e Biden mi aspetto la pace. Arrivare subito alla pace è vitale” è riuscito a dire Salvini contro ogni possibile declinazione della realtà. La tesi? La pace deve arrivare da chi difende l’aggredito e non dall’aggressore. Un capovolgimento delle responsabilità che fa seriamente dubitare della buonafede del leader della Lega. Anche perché Salvini riesce ad aggiungere che sia l’Ucraina sia la Russia “vogliono farla finita” e che “qualcuno dall’altra parte del mondo vuole conseguire su campi altrui i propri obiettivi strategici non è il caso e non è il momento”. Siamo alla teorizzazione di una guerra americana per procura che, di fatto, è in tutto e per tutto coincidente con la tesi propagandistica del Cremlino.
E allora ti svegli una mattina e ringrazi Dio che il “dittatore” Draghi se ne freghi altamente sia di Conte sia di Salvini. Ti svegli una mattina e ringrazi Dio che una democrazia liberale non sia una democrazia populista: con tutti i suoi difetti la prima tende a una razionalità strategica; la seconda rincorre sempre l’irrazionalità dell’istante. Ecco, in questa fase il “dittatore“ Draghi incarna al meglio la forza intrinseca di una democrazia liberale capace di decidere senza ricatti emotivi.
Ma dopo? Mancano pochi mesi a elezioni politiche vitali per l’Italia e per la nuova Europa.
Non possiamo svegliarci una mattina e scoprire che le forze populiste, antieuropee, filoputiniane hanno preso il sopravvento per insipienza di chi oggi applaude Draghi ma poi non riesce a trasformare l’applauso odierno in un’offerta politica concreta e realistica. Il dictator nell’antica Roma poteva durare solo sei mesi. Non possiamo pretendere che Draghi continui così, senza una maggioranza che esiste nel paese ma che in parlamento è dispersa in mille rivoli e in tutti i partiti. Non possiamo pretende che l’Italia abbia la fortuna di avere sempre un Draghi nel cassetto senza che la politica abbia fatto nulla per meritarselo.

2 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    Non dimentichiamo l’apporto determinante di Travaglio a far si che il movimento del vaffa del suo amico grillo parlante potesse diventare una forza politica “importante”…..

    • Don Giorgio ha detto:

      Quando Travaglio vede un campo, in cui c’è gramiglia e buon grano, lui sceglie sempre la gramigna. Non sbaglia mai! È nato cieco, e morirà cieco. Lui un lato positivo ce l’ha: fa soldi. Sull’inganno.

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