Da che parte scriviamo la storia?

da www.nigrizia.it
Dibattito attorno al razzismo e alla rimozione delle statue

Da che parte scriviamo la storia?

I recenti episodi di rimozione delle statue negli Stati Uniti indicano la rabbia per un passato che ancora vuole dettare la legge della supremazia. Attraverso simboli che evidenziano in modo emblematico la scrittura della storia a senso unico. Ne parla un teologo domenicano di origine nigeriana
11 Luglio 2020
Aniedi Okure, direttore dell’AFJN (Africa Faith and Justice Network) da Washington
Una seria riflessione sulla questione delle rimozioni delle statue, connessa al passato doloroso negli Stati Uniti e in tutto il mondo, fa balzare alla mente un proverbio africano reso popolare da uno dei più eminenti autori nigeriani, Chinua Achebe: “Finché i leoni avranno chi racconta la loro propria storia, la storia della caccia celebrerà sempre il cacciatore”.
Le statue, nel corso del tempo, sono servite come icone per la conservazione della storia, soprattutto negli Stati Uniti. Sebbene preservare la storia sia fondamentale in modo che le generazioni future possano imparare da essa e non ripetere gli errori o i traumi del passato, è ancora più importante essere consapevoli della prospettiva attraverso cui la storia è scritta e preservata. I filtri attraverso i quali vediamo o ascoltiamo i fatti sono potenti modificatori di ciò che sappiamo e di come vediamo e ci colleghiamo al mondo che ci circonda. Quindi dobbiamo essere particolarmente esigenti nella scelta delle immagini che utilizziamo per preservare e comunicare la storia.
Alcuni monumenti storici e alcune statue negli Stati Uniti, in particolare quelli visti come denigratori di un gruppo di persone, perpetuando l’ideologia che intendere soggiogare e ricordando i traumi del passato, hanno generato dibattiti appassionati per molti anni e sono riemersi di recente con maggiore intensità dopo l’omicidio di George Floyd avvenuto per le strade di Minneapolis.
Una di queste statue è il Monumento all’emancipazione, che raffigura un uomo di origini africane mal vestito inginocchiato ai piedi di Abraham Lincoln elegante, come un gigante che sovrasta quest’uomo. Questo particolare monumento è avvolto da una vena ironica. Gli schiavi liberati iniziarono e finanziarono il progetto della costruzione in occasione della proclamazione dell’emancipazione. Tuttavia, la statua è stata poi realizzata da uno scultore bianco senza il coinvolgimento degli schiavi liberati che hanno avviato e finanziato il progetto.
Mentre alcuni hanno tentato di interpretare la posa di Lincoln come raffigurante il suo gesto benevolo, la forte disparità nella loro postura e nel loro abbigliamento trasmette un messaggio che non può essere contestato dall’interpretazione di nessuno. L’uomo in ginocchio é avvolto da una luce di dignità conferitagli da colui che sta in piedi. Questo è stato il nodo di contesa con la comunità che ha avviato il progetto.
Questa particolare statua è emblematica di molte altre che hanno generato dibattiti, sia quella del generale confederato americano Robert Lee della guerra civile, il forte avvocato schiavista, John C. Calhoun, Cristoforo Colombo, il conquistatore spagnolo Juan de Oñate, o l’imperialista britannico Cecile John Rhode. Attraverso quali occhi sono state scolpite queste statue? Quale messaggio trasmettono? Per il popolo di origini africane, la statua dell’emancipazione è tutt’altro che il simbolo dell’emancipazione.
L’artista di Boston Tory Bullock commentando l’Emancipation Monument, nota che “Questa è un’immagine congelata. Quest’uomo è in ginocchio, non si alzerà mai”. E ha chiesto: “Perché il nostro trauma è così glorificato?” Altri vedono nella posizione dell’uomo di origine africana quella di un animale domestico sotto il braccio di Abraham Lincoln, e chi guarda si nutre della narrazione incorporata nella cultura americana sotto la quale le persone di origine africana sono state soggiogate. E stanno sempre in basso.
Il Monumento all’emancipazione mette in evidenza il modo in cui la storia è scritta dal punto di vista dello storico “cacciatore”. I cacciatori abbelliscono spesso le loro storie per dimostrare quanto sono speciali o, in questo caso, quanto sono magnanimi. Vediamo le situazioni storiche da diversi punti di vista a seconda di dove ci posizioniamo.
La storia abbellita spesso perpetua stereotipi e traumi del passato. Immaginiamo per un momento che la storia dominante dell’Olocausto sia stata scritta dal punto di vista degli autori; sarebbe senza dubbio una storia molto diversa. Una narrazione che, evidentemente, tenterebbe di esonerare gli autori.
Il dibattito che ruota attorno alla rimozione delle statue riguarda il fenomeno del razzismo, un pregiudizio imposto dal potere. Quello radicato nella cultura americana è sostenuto dalla cultura della supremazia bianca. Coloro che richiedono la rimozione di alcune statue non sono iconoclasti irrazionali. Dobbiamo ascoltarli, dobbiamo esaminare attentamente il perché di questi gesti eclatanti volti a dare un segnale molto forte ad una storia da rivisitare con altri occhi. Perché chi ha eretto queste statue portava dentro il tentativo di preservare una storia scritta da una sola parte.
Allora ci chiediamo: “Che dire delle vittime di questi traumi? In che modo questi monumenti storici influenzano il loro percepirsi dal basso verso l’alto? E’ giusto quindi rimuoverle?” Questo è il nocciolo della questione.

1 Commento

  1. Non basta rimuovere le statue,il vero problema è rimuovere il concetto che abbiamo,soprattutto noi di razza bianca,che ci sia una razza superiore alle altre .

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