Omelie 2013 di don Giorgio: Settima domenica dopo il Martirio di S. Giovanni

13 ottobre 2013: Settima dopo il Martirio di S. Giovanni

Is 66,18b-23; 1Cor 6,9-11; Mt 13,44-52

Il primo brano della Messa conclude la terza e ultima parte del libro di Isaia, o meglio di un anonimo profeta che è vissuto dopo il ritorno degli ebrei dall’esilio babilonese e che ha annunciato la parola di Dio durante la ricostruzione del nuovo Tempio (il grandioso Tempio di Salomone era stato raso al suolo dai babilonesi nel 586 a.C.).
Sarei tentato di leggervi qualche pagina del capitolo 56. In sintesi: il profeta inizia il suo messaggio, dando sfogo all’ira divina contro un popolo che si è dimenticato dell’alleanza con Dio: un’alleanza che consisteva nell’onorare Jahwe praticando la giustizia e il diritto, osservando in particolare il riposo del sabato. Un riposo che, notiamolo, aveva una duplice finalità complementare: dare culto a Dio un giorno ogni settimana, e dare all’uomo la possibilità di riprendersi, dopo la fatica di sei giorni lavorativi, la propria coscienza di essere persona, che non vive solo di lavoro, ma che ha bisogno di dissetarsi a qualcosa di più profondo. Mi limito a una domanda: che senso diamo noi cristiani alla domenica? Staccarci dal lavoro settimanale non basta, se poi ci immergiamo in qualcosa che ci distrae comunque da noi stessi.
Anche il culto festivo, secondo il profeta, è tutto da rivedere: Dio non gradisce un culto puramente esteriore, fatto di riti, di cerimonie, di sacrifici di animali, di ipocriti digiuni, ma gradisce un culto vivo, perché Dio è il Dio della Vita. Pensate: uccidere un animale per onorare Dio! Come si può concepire un Dio assetato di sangue? Altri tempi!, qualcuno dirà. Forse che le cose sono cambiate? Ancora oggi si sacrificano le persone, gli innocenti, i poveri, gli oppressi sull’altare della religione. Ogni religione conosce i suoi delitti, anche la nostra. Sentite cosa dice il profeta proprio all’inizio del capitolo 66: «Uno sacrifica un giovenco e poi uccide un uomo, uno immola una pecora e poi strozza un cane, uno presenta un’offerta e poi sangue di porco, uno brucia incenso e poi venera l’iniquità».
Dal versetto 9 al versetto 12 sempre del capitolo 56, troviamo una durissima invettiva del profeta che, in nome di Dio, si scaglia contro i capi della comunità, che vengono descritti sprezzantemente con queste dure parole: «I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. Sono cani avidi, non conoscono la sazietà, sono pastori incapaci di capire. Ognuno segue la sua via, ognuno bada al proprio profitto, senza eccezione. “Venite, io prenderò del vino e ci ubriacheremo di bevande inebrianti. Domani sarà come oggi, e molto più ancora”».
Gli esegeti ci dicono che il profeta si riferiva alle autorità religiose e alle autorità politiche: le autorità religiose non svolgevano il loro compito di ammaestrare gli Israeliti nella legge divina, e le autorità politiche cercavano solo gli interessi personali invece del bene comune. Altri tempi? Non mi pare.
Inoltre, ecco forse il peccato più grave: l’idolatria. Idolatria, come dice la stessa parola, significa adorare un idolo. Il termine idolo significa di per sé un’immagine o un’idea che io mi faccio di un oggetto, che rappresenta qualcosa che va al di là dello stesso oggetto. Poi il termine idolo è passato dall’idea a indicare lo stesso oggetto.
Quando diciamo idolo pensiamo a qualcosa che rappresenta una divinità. Specifichiamo meglio: quell’oggetto rappresenta ciò che io penso della divinità. È stato poi facile passare dall’oggetto-immagine della divinità alla divinità stessa. Quell’oggetto si è identificato con la stessa divinità.
Noi cristiani non dovremmo scandalizzarci troppo di un paganesimo che prestava un culto agli oggetti come se fossero divinità. Sappiamo che ad esempio la statua della Madonna è solo una immagine scolpita o una raffigurazione pittorica della Madre di Dio. Ma proviamo a chiederci se è proprio così, o non siamo arrivati a tal punto da dare un culto idolatrico anche alla stessa statua. Ecco perché in un determinato momento della storia della Chiesa, nel periodo bizantino (8° e 9° secolo d.C.), ci fu un movimento religioso che distrusse le immagini sacre (iconoclastia). Non dimentichiamo che presso gli ebrei, nell’Antico Testamento, le raffigurazioni di Dio furono sempre proibite.
Ma la cosa peggiore non sono tanto le immagini materiali, come statue o raffigurazioni pittoriche, a dover mettere in crisi la fede nel Dio invisibile, quanto invece l’immagine stessa che ci facciamo di Dio: la nostra idea di Dio! Il vero idolo è il nostro dio che sostituisce il vero Dio: che concetto ci siamo fatti di Dio? Già dire questo è sbagliato. Non è che noi dobbiamo farci una nostra idea di Dio. Dio è al di là di ogni nostra idea. Ecco allora la vera domanda: Dio in realtà chi è? Qualcuno ce lo ha rivelato? Dal catechismo sappiamo che il cristianesimo è una rivelazione. Cristo, il Figlio di Dio, è venuto per rivelarci il vero volto di Dio Padre. Si tratta allora di capire ciò che Cristo ci ha detto a proposito di Dio. Ma già nell’Antico Testamento Dio si è rivelato al popolo eletto tramite i profeti. Bisogna allora leggere i profeti, per conoscere il vero volto di Dio. Dio ha scelto sì un popolo, il popolo ebraico, non per renderlo privilegiato, ma partecipe delle sue rivelazioni per annunciarle a tutto il mondo. Ma gli ebrei si sono sentiti un popolo di eletti, dimenticando la loro missione universalistica.
Ecco le parole di Dio che l’anonimo profeta riporta al termine del suo libro (sono i versetti che precedono il primo brano della Messa): «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue: essi verranno e vedranno la mia gloria». Dio è universale. Tutto e tutti appartengono a lui. Il popolo eletto dovrà farsi portavoce di questo messaggio universalistico, e non invece prendersi Dio tutto per sé.
Anche questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo che Dio è il Padre di tutti. Questo non significa che tutti debbano appartenere alla Chiesa. La missione della Chiesa consiste nell’annunciare al mondo che Dio ama tutti. Il proselitismo, ovvero l’attività che consiste nel convertire gli altri alla propria fede, non deve essere lo scopo della Chiesa. La vera Chiesa di Cristo annuncia l’universalismo del messaggio di Dio, senza pretendere che gli altri entrino a far parte della sua struttura. Se Dio è Padre di tutti vuol dire che non è Padre solo dei cattolici. Ecco cosa intendeva dire Carlo Maria Martini con l’espressione che ha fatto scalpore: “Dio non è cattolico”. E pensare che “cattolico” significa universale, ma purtroppo è stato preso per identificare la Chiesa come struttura o come religione. Allora la mia missione di credente in che cosa consiste? Consiste nel dire e nel testimoniare che Dio ama tutti, indipendentemente se uno appartiene a questa o a quest’altra religione, se è ateo oppure agnostico. Più che il dire, è la mia testimonianza di credente che dovrà provare l’esistenza di un Dio universale.
Mi dovrà interessare relativamente se uno si convertirà o no alla mia fede: sarò contento invece se riuscirò a far gustare la bellezza della vita, la gioia di vivere, il valore della fratellanza, ma poi ognuno rimanga pure fedele al proprio Dio, si tenga i suoi dubbi sull’esistenza di Dio. La cosa meravigliosa sarà quando tutti, pur appartenendo ciascuno alla propria razza, alla propria religione, alla propria cultura, riusciranno a capire che vivono sotto lo stesso tetto di stelle che illuminano il mondo, come irradiazioni di valori universali. Sarò contento ad esempio se ognuno lotterà per la pace, per la giustizia, per il bene comune, per l’acqua, per l’ambiente. Che m’importa se è islamico o ebreo o buddista o cristiano? L’ecumenismo consiste proprio in questo: mettersi attorno a un tavolo, diciamo meglio: sedersi a tavola, e discutere sul bene dell’umanità. Se ognuno cominciasse a mettere qualche etichetta, sarebbe già la fine. Io cattolico non devo dire: “Questi sono i valori cattolici!”. Il discorso sarebbe già chiuso, il dialogo impossibile. Devo dire: Questi sono i valori umani, valori cioè che appartengono alla stessa Umanità. Su questi dobbiamo discutere. Allora il dialogo potrebbe continuare.
Mi ha sempre colpito l’espressione che si trova all’inizio del primo brano della Messa: “I nuovi cieli e la nuova terra”. Già al capitolo 65 versetto 17, troviamo queste parole di Dio: «Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra». Le stesse parole sono riferite nella letteratura apocalittica: nella seconda lettera scritta da Pietro e nell’Apocalisse di Giovanni. Si riferiscono forse solo al futuro, quando Dio trasformerà questa terra e l’universo? Non credo. Sono convinto che la terra e l’universo si rinnovano ogni giorno. Sotto i nostri occhi distratti. Tutto si rinnova, e noi continuiamo a vivere come se niente fosse. Che significa “nuovo”? Che significa novità evangelica? Che significa l’uomo nuovo di cui parla san Paolo? Secondo l’apostolo il cristiano si è spogliato dell’uomo vecchio e ha rivestito il nuovo. Come si può rinnovarsi se la struttura resta vecchia? Sta qui il vero problema. Un pulcino la prima cosa che fa rompe il guscio dell’uovo. Noi cristiani come possiamo rinascere se restiamo nel guscio? La vita si rinnova, proprio perché è vita. La novità sta nell’esplosione naturale della vita che non sopporta limiti, recinti, protezioni. La vita è Novità perenne, novità in continua evoluzione, novità imprevedibile. In ogni istante c’è novità. Oggi non è ieri. Non è questione del tempo che passa. È questione di vita che non sopporta neppure il tempo che passa. Il tempo che passa non tocca la vita che ha un suo percorso diverso dal tempo. Gli antichi greci avevano due termini per indicare il tempo: cronos, ovvero il tempo che passa, e kairòs, ovvero ciò che succede nel tempo. Nei Vangeli kairòs è la grazia di Dio, la presenza di Dio. Non dobbiamo lasciarci prendere dal tempo che passa (cronos), ma dobbiamo vivere il tempo nel suo contenuto (kairòs). Il cronos misura invece la quantità del tempo (secondi, minuti, giorni, mesi, anni ecc.), il kairòs misura la qualità, come io vivo il tempo. Se il cronos ha un limite, avrà perciò un termine; il kairòs invece è eterno, se vivo in pienezza la vita. La Novità non sta nel tempo che passa, ma sta nel suo contenuto, in ciò che avviene nel tempo. In un minuto posso realizzare un sogno, mentre nell’arco di una intera esistenza posso vivere da zombie. La Novità non sta nel fermare il tempo che passa, ma in ciò che succede nel tempo. Dunque, come vivo il mio tempo? Dunque, mi limito a vegetare? Dunque, mentre passa il tempo mi rendo conto che qualcosa sta succedendo di meraviglioso?    

1 Commento

  1. marco brenna ha detto:

    caro don Giorgio, purtroppo per motivi famigliari, non siamo ancora riusciti a venire a dolzago per partecipare di persona alle tue intense omelie domenicali. Ti seguiamo però costantemente sul sito e, ci ha colpito sentire questa tua omelia perchè abbiamo appena letto il contributo di Matthew Fox nel dialogo fra Scalfari e Francesco, trovando molte affinità fra il tuo e suo pensiero. (DIALOGO FRA CREDENTI E NON CREDENTI – EINAUDI/LA REPUBBLICA).
    Poichè stiamo studiando l’opera del Maestro Eckhart e approfondendo la figura di Ildegarda di Bingen, abbiamo trovato una straordinaria affinità nelle tue parole con il pensiero di questi grandi teologi che hanno lottato contro la chiesa idolatrica e simoniaca. Ci auguriamo di rivederti presto e ti confermiamo la nostra filiale devozione in Cristo. Luisella e Marco

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