Omelie 2019 di don Giorgio: SETTIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

13 ottobre 2019: SETTIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 66,18b-23; 1Cor 6,9-11; Mt 13,44-52
Avete compreso tutte queste cose?
Il brano del Vangelo secondo Matteo della Messa di oggi conclude il discorso delle parabole.
In sintesi. Anzitutto lo scenario: Gesù parla in piedi su una barca, mentre una folla numerosa è seduta sulla spiaggia. Dopo le prime quattro parabole (del seminatore, della zizzania, del granello di senape e del lievito), Gesù congeda la folla ed entra in casa con i suoi discepoli, i quali, approfittando di essere soli con il loro Maestro, gli chiedono spiegazioni sulla parabola della zizzania. Poi Gesù prosegue raccontando le tre parabole del vangelo di oggi (del tesoro, della perla preziosa e della rete da pesca).
Alla fine, chiede ai presenti: «Avete compreso tutte queste cose?». Rispondono: «Sì».
Qualcuno pensa ancora che le parabole siano messaggi immediati, facili da capire al primo ascolto o alla prima lettura. Tutt’altro. Sotto le immagini del contadino o del tesoro o della pesca, Gesù nascondeva la realtà di un Mistero, quello del Regno di Dio, che richiedeva una intelligenza del tutto singolare e una fede matura che il popolo e gli stessi discepoli non avevano. Quella risposta positiva nascondeva una bugia. Gesù al sì risponde con altre parole apparentemente enigmatiche: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Il Regno dei cieli è simile a…
Anzitutto, è da notare una cosa: Gesù inizia ogni parabola con queste parole: «Il Regno dei cieli è simile a… ». Quindi attenzione: il Regno dei cieli assomiglia, ma c’è dell’altro. Qui sta il problema della nostra incomprensione. Non vogliamo capire, o non riusciamo a capire, che le parabole di Gesù non danno delle definizioni precise o dogmatiche del Regno di Dio, ma solo alludono a qualcosa di grandioso. Le parabola sono immagini, e non asserzioni o definizioni. Evocano qualcosa che va al di là della immagine del contadino che semina nel campo o di chi sparge zizzania o della perla o del tesoro o del lievito o della pesca. Cogliere il vero nocciolo della parabola non è facile, perché solitamente, anche per colpa di noi preti, la gente si ferma all’esterno del frutto.
Certo, meglio le immagini che le definizioni. Non si deve proclamare: Il Regno di Dio è questo, è quello, come fa la Chiesa dogmatica.
Un tempo le immagini erano presenti nelle omelie, servivano a far riflettere. Oggi, abbiamo perso anche questo mondo prezioso di far immaginare la gente, andando oltre la banalità di una vita che talora è ancor più dogmatica della Chiesa gerarchica, con tutto quell’imporre dogmi consumistici propagandati dalla pubblicità martellante, diretta da un pensiero unico, quello dell’avere, che entra nelle tasche di alcuni potentati, e rimane solo illusione per il mondo degli allocchi.
Le parabole di oggi
Analizziamo le parabole di oggi.
Partiamo dalla prima: quella del tesoro nascosto nel campo. Notate subito una cosa: il contadino trova un tesoro nel campo che egli lavora tutti i giorni. Non lo trova chissà dove: in India o in America. Oggi c’è la moda di andare chissà dove per trovare qualche tesoro: parlo di un tesoro di carattere spirituale. Si pensa sempre che i tesori della felicità siano lontani dalla nostra vita. Si gira il mondo, e poi si torna delusi. E poi, per caso, si trova il tesoro attorno a casa nostra, magari in un campo abbandonato. Quel contadino che fa? Non compera il tesoro, ma il campo. Il tesoro non è pagabile, non ha un costo.
Usciamo dalla metafora della parabola. Il tesoro è dentro di noi: non è fuori di noi. Inutile girare il mondo alla ricerca di qualche guru che ci dia la benedizione provvidenziale. Ci deluderà sempre. Ci darà un pugno di apparenze, di illusioni, di pseudo-felicità. Il Maestro, quello vero, è interiore, l’abbiamo dentro di noi: è lo Spirito santo, il quale non ha belle parole da dirci, ma è esigentissimo: chiede che, a prezzo di qualsiasi sacrificio, vendiamo tutto ciò che abbiamo di inutile, per dare spazio allo Spirito santo.
Le giuste parole, i giusti insegnamenti, i giusti consigli non provengono da fuori, ma dal nostro interiore, dalla voce dello Spirito santo. Lo Spirito santo è il vero tesoro, che non si compera: ciò che dobbiamo comperare a costo di qualsiasi sacrificio è il nostro essere interiore.
La seconda parabola, quella del mercante che va in cerca di perle preziose e che, trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra, sembra la medesima di quella precedente. In realtà c’è una differenza: qui il mercante vende tutti i suoi averi e il guadagna lo impegna tutto nell’acquisto della perla.
Se prima ho parlato di un tesoro impagabile, che è lo Spirito santo, qui si parla di una perla che si può pagare, ma a patto che si vendano tutti i propri averi.
Credo che sia ora lecito e doveroso parlare del proprio essere. Come si può acquistare il proprio essere? Vendendo tutto ciò che abbiamo e puntando tutto sul nostro interiore. Qui c’è lo Spirito che è impagabile, ma il nostro essere, che viene facilmente messo in vendita o addirittura dimenticato, va ricomperato o ricuperato.
Ogni scriba, divenuto discepolo…
Il Discorso delle parabole di Matteo si conclude con le parole di Gesù: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Che cosa intendeva dire Gesù?
Ogni vero discepolo del regno di Dio è colui che saggiamente sa trarre dal suo tesoro le novità che però hanno profonde radici nell’antichità. Noi siamo debitori di un passato di geni e anche di anime semplici che sono vissuti dell’Eterno divino: di un Eterno che si realizza nel tempo, ma che non si aggrappa alle scorie del tempo.
Ogni Novità sa di antico, se per antico s’intende l’origine della vita o la sorgente dello Spirito santo. Bisogna risalire alla fonte genuina e attingervi quell’acqua che disseta per la vita eterna. Se non si attinge alla Fonte originaria si finisce per disperdersi nel tempo e morirvi.
Le novità senza radici sono illusioni che durano poco, senza darci nulla di Buono o di Bello. Qui non si tratta di memoria, di ricordare. Si tratta di avere anima e corpo immersi nello Spirito eterno.

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