Omelie 2016 di don Giorgio: PRIMA DI QUARESIMA

14 febbraio 2016: PRIMA DI QUARESIMA
Gl 2,12b-18; 1Cor 9,24-27; Mt 4,1-11
Ridare alla Quaresima la sua migliore opportunità 
Per la Liturgia della Chiesa, la Quaresima è un periodo forte e provvidenziale, un tempo propizio e favorevole. In una parola: è un tempo di grazia. Come a dire: se la trascuri, ti giochi qualcosa della tua vita di fede. Dunque, attenzione: prendila sul serio!
Ma i cristiani come l’hanno ridotta? A qualche formalità religiosa in più, con qualche rinuncia studiata ad hoc, il tutto condito di tanta ipocrisia.
E così ogni anno si torna daccapo. Arriva di nuovo la Quaresima, e si ristudiano iniziative o proposte, come se fosse una parentesi a sé, che, una volta chiusa con l’arrivo della Pasqua, si aprirà ancora, ma alla solita banalità della vita quotidiana.
Credenti o non credenti, tutti abbiamo bisogno di momenti forti, in cui intensificare una maggiore auto-coscienza della necessità che si faccia spazio al proprio essere interiore.
È un obbligo che fa parte della nostra stessa natura: siamo costituzionalmente fatti di essere. Tuttavia, siamo distratti da cose che provengono dall’esterno. Abbiamo, perciò, bisogno di occasioni che ci aiutino a tornare nel nostro interiore.
E allora, prendiamo anche la Quaresima, e trasformiamola in una preziosa occasione per sentirci per quello che dovremmo essere.
La Quaresima riguarda tutti, perché tutti apparteniamo a quell’Umanità, dove ciò che conta non è tanto consumare cose, ma trasformare le cose in quel mondo di “segni” che rivelino che c’è qualcosa di sacro in ogni realtà umana. Quando dico sacro, dico qualcosa che va oltre l’aspetto religioso: è quel divino presente nell’essere umano in quanto tale.
Vorrei rilanciare tre inviti o, meglio, tre comandi.
Invito-comando al silenzio
Anzitutto, l’invito-comando al silenzio. La chiacchiera copre la voce dell’essere: diciamo che si sostituisce alla voce dell’essere. Oggi tutto è talk-show, ovvero chiacchiera-spettacolo: un insieme caotico di parole che si sovrappongono, tra urli e litigi. Esempio tipico: Vittorio Sgarbi. Mi chiedo come sia possibile all’essere far sentire la propria voce!
Ma non diamo sempre la colpa alla tv. La tv fa ciò che noi vogliamo. La tv obbedisce alla nostra ossessiva sete di esteriorità e di banalità. E le parole della tv non cambiano, se la tv fosse anche cattolica. Non si tratta di sostituire le brutte parole con belle parole, ma di tacere, per ascoltare la parola parlante, quella dell’essere, che non sopporta rosari o litanie o lungaggini simili.
Ecco perché la Liturgia ci offre l’opportunità della Quaresima, come invito anzitutto al silenzio. Eppure, anche la Chiesa gerarchica avrebbe bisogno di riscoprire il valore del silenzio. Invece, parla e straparla, in continuazione. Scusate l’impertinenza: forse anche il Papa dovrebbe stare un po’ zitto, per ascoltare la voce del proprio essere, e per ascoltare la voce delle coscienze che non riescono neppure a sussurrare qualcosa. Forse anche questo Papa parla troppo, e finisce per straparlare.
Il silenzio è la migliore parola, quella che proviene dall’essere, che emette suoni d’Infinito così impercettibili che non arrivano all’orecchio del corpo, ma solo allo “spirito”.
Invito-comando all’essenzialità
Solo nel silenzio si scopre l’altro valore che è l’essenzialità. La parola “essenzialità” deriva da essere. L’essere è semplicità, non complessità. Ciò che è semplice richiama l’unità dell’essere, mentre ciò che è complesso divide l’essere. L’essenzialità è la nudità dell’essere, e l’essere soffoca sotto la banalità delle cose. Il superfluo soffoca l’essere nella sua semplicità. Se l’essere è il nostro autentico vivere, come si può vivere sommersi da un mucchio di superfluo? E allora chiediamoci: perché talora entriamo in crisi? Non è forse perché ci viene a mancare, per qualche ragione, un po’ del nostro superfluo? Invece, dovremmo ringraziare le crisi, quando ci fanno star male, ma per farci star meglio.
In Quaresima, a che servono i sacrifici o le rinunce, se poi, passata la Quaresima, riprendiamo il superfluo sospeso? I tagli servono se potano le cose inutili, in vista della essenzialità, che è la radice dell’essere.
Qui dovremmo rivedere il valore del digiuno, dei sacrifici, delle rinunce o delle penitenze quaresimali. Ho detto valore e già questo indica che non si tratta di qualcosa solo di punitivo. Non si digiuna o si fanno rinunce per far soffrire il corpo, ma casomai per liberare il corpo da pesi inutili, da quel di più che appesantisce il nostro essere. La Quaresima, in questo senso, non è quel periodo tetro come è stato descritto e talora è vissuto. Casomai è un momento di gioia, se per gioia intendiamo vivere in leggerezza di spirito.
Notate, infine: il ben-essere, che nella nostra follia viene inteso come ben-avere (quando diciamo benessere pensiamo a qualcosa di economico, di tecnologico, ecc.) è legato alla essenzialità, che significa riscoperta dell’essere nella sua purezza interiore.
Essenzialità, dunque, è il primo passo per uscire dall’alienazione, e perciò per rientrare in noi. Ogni cosa in più ci porta fuori: ci rende stranieri a noi stessi.
Invito-comando alla gratuità
Dire essenzialità significa anche dire gratuità. Non può esisterci gratuità, nel suo aspetto più nobile di volto dell’essere più puro, se siamo nelle mani avide dell’avere. L’avere è  sempre qualcosa di esteriore al nostro essere interiore: crea quei rapporti sociali fondati su quell’economia che ci fa vivere fuori del nostro essere. La gratuità affonda nell’essere.
Non nascondiamo la faccia dietro la maschera dell’ipocrisia. Rendiamocene conto una buona volta: la gratuità non entra nella logica di questo mondo, dove ciò che conta è solo star bene nel senso più materiale delle parole “star bene”. Per star bene basterebbe anche poco, ma noi vogliamo tanto. Ma staremmo meglio, se vivessimo di gratuità.
Vivere di gratuità sarà possibile, solo se ribalteremo la concezione materialistica di questa società. Il problema non è se abbiamo ciò che ci è dovuto per vivere, e neppure se viviamo in una società dove anche i nostri diritti vengano rispettati.
È la gratuità che costruisce i veri rapporti sociali. La gratuità ha origine nella nostra stessa costituzione naturale, che è quella dell’essere. La gratuità, perciò, non è la virtù da lasciare ai santi, ma è un dovere personale e sociale.
E allora, che cos’è la Quaresima? Tempo perso? Periodo cupo, che la Chiesa insiste nel volercelo riproporre, come se fosse un rito antiquato?
Riprendiamoci ogni occasione per ripensare il nostro vivere su questa terra. Riempiamolo del suo contenuto migliore, che è l’intensità di ciò che “siamo” o, meglio, di come dovremmo essere.
L’occasione favorevole della Quaresima diventerà, allora, veramente un momento di grazia, l’opportunità magari, lo si spera, di iniziare a rivivere.

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