“Ego sum via”, ovvero sono sempre in giro…

di don Giorgio De Capitani
Sulla porta sempre quasi chiusa di una canonica un giorno apparve un cartello con la scritta: “Ego sum via”.
Si era voluto da parte di un parrocchiano deluso, parafrasando sarcasticamente le parole evangeliche, protestare contro il proprio parroco, che aveva preso il vizio di andarsene con troppa frequenta in giro, fuori parrocchia, sfruttando ogni occasione, pur di evadere dai propri impegni pastorali, violando i principi di ogni buon pastore, la cui missione è quella di essere fedele al proprio gregge, restando sul posto di lavoro.
In realtà, le parole “ego sum via” contengono tanta verità: quell’”ego sum via” sulla porta della canonica intendeva l’ego, come la fonte di ogni egoismo.
Ogni ragione è buona per soddisfare il proprio egoismo: un pellegrinaggio, o una gita culturale, con l’intento, così si dice, di arricchirsi di esperienze nuove. E la comunità, quando il suo pastore fa il mercenario, ovvero fugge dalle proprie responsabilità locali, ne soffre, e constata che, quando il parroco torna a casa, non è mai sereno, se non quando decide ancora di andarsene per un’altra esperienza evasiva, favorendo il proprio ego.
Che oggi i preti siano girovaghi, lo vedono tutti, anche i bambini. Vanno e vengono dalla propria parrocchia, insofferenti ogniqualvolta si sentono costretti a rimanervi troppo a lungo. E fanno di tutto per soddisfare l’ansia di fuggire: spostano orari delle Messe, funzioni, festività anche solenni, e magari, se potessero, anche la festa del Natale o della Pasqua.
Un parrocchiano mi confidò, amaramente: “Abbiamo un parroco a tempo perso!”. Un altro mi disse: “Sto male ogniqualvolta passo davanti la canonica e la vedo chiusa; sembrava che mi manchi una luce”.
Certo, non tutti i preti sono girovaghi, ma anche il fatto di avere più parrocchie da gestire, e perciò più impegni pastorali, li costringe in bene o in male, volenti o no, a fare come le cavallette, e ci si chiede se, al termine di ogni giornata, rimanga tra le mani almeno qualcosa. Qualcosa naturalmente dal punto di vista spirituale, ovvero dello spirito interiore.
D’altronde, come si può far capire ai preti di oggi, soprattutto giovani, di essere fedeli al proprio campo di lavoro, ovvero di essere il più possibile in loco, quando l’organismo in generale della Chiesa è in grande movimento? Sì, in movimento, anche in senso fisico. Anche le attività pastorali danno movimento fisico: fare e fare, agitarsi e agitarsi, organizzare e organizzare. E questo succede in tutti i gradi della gerarchia, e ricade immancabilmente sulle parrocchie, che così diventano come un agitarsi di tutto, a discapito dello spirito.
Il movimento richiama la strada. Su quale strada si è in movimento? Questa è la vera domanda da porre alla Chiesa, e dunque al prete di oggi. C’è chi batte la strada tradizionale, c’è chi batte la strada del nuovismo inconcludente, e c’è chi batte la strada verso le… periferie, dimenticando che tutto ormai è periferia, anche il piccolo paese che sembra unito al centro, ma non lo è più. 
I più avventurosi, i “migliori” nel senso bergoglioniano, tentano le strade dei diseredati, dei lontani, dimenticando che tutto ormai è emarginazione, alienazione, decentramento, a partire dai centri tradizionali.
E, quando si va alle periferie, che cosa si dà ai periferici? Un annuncio “migliore”, un pane più sostanzioso, un gesto più solidale? O non si dà loro lo stesso cibo che si offriva già ai fedeli di una volta, ma che è servito a ben poco? Lo sto constatando: si va nelle periferie e si ripetono le stesse iniziative dei centri.
Il problema vero è che non si vuole capire che è venuto a mancare il baricentro, e il baricentro è quella realtà che dà senso ad ogni cosa. Ma il baricentro non sta nelle istituzioni che oggi ci sono e domani cambiano, ma sta nel proprio essere interiore. In altre parole, il fenomeno davvero allarmante di oggi è lo sradicamento, ovvero l’alienazione, l’essere fuori dal proprio essere. Quando la Chiesa parla del centro e della periferia, dimostra di non aver capito nulla, se ancora insiste nello stabilire i confini in senso geografico, o in senso morale, o in senso sociale/politico, o in senso strutturale/religioso.
La Chiesa, oggi, che cosa vorrebbe fare di buono, se essa stessa è sradicata dal mondo interiore del divino?
Pensiamo al papa attuale. Lui, in primis, va in giro, incontra personaggi importanti, stringe le loro mani, magari piene di violenza, parla a folle oceaniche, e che cosa offre di buono?
Se, come dice il Vangelo, dai frutti si devono distinguere i buoni dai cattivi profeti, sinceramente oggi non vedo buoni frutti durante questo pontificato. Non c’è un solo momento di pace, l’odio aumenta giorno dopo giorno, la gente sembra impazzita, le chiese si svuotano, perfino i bravi cristiani di una volta diventano sempre più selvaggi., E il papa che fa? Continua a girovagare, corre di qua e di là, stringe le mani a tutti, accarezza i bambini, visita i carcerati, ogni tanto alza anche la voce come il Battista nel deserto. Ma c’è almeno un piccolo timido segno di conversione (cambio di mentalità, così dice la parola), se non altro almeno all’interno della stessa Chiesa?  
Eppure, lo Spirito santo c’è: non potrebbe darci una mano? Che aspetta? Sembra quasi che si diverta ad assistere al gioco perverso del suo nemico, di quel diavolo che, come dice la parola, significa colui che divide, separa, distingue scegliendo la zizzania. Mai come oggi il mondo si sente globalizzato, e mai come oggi il mondo è diviso, l’uno contro l’altro, a partire dai piccoli centri: dio contro dio, stato contro stato, l’uomo contro l’uomo.
Ma basta urlare che siamo fratelli? Basta fingere di essere umani? Basta dire che siamo tutti figli dello stesso dio? Ma di quale umanità e di quale dio stiamo parlando? 
Mi sembra che mai come oggi ognuno si sia fatto un proprio dio, ovvero un idolo, immagine delle proprie alienazioni. Lo stato ha i suoi idoli, e li vuole imporre; così la religione e la Chiesa. E tutti, stato, religione e chiesa, pretendono di salvare il mondo. Come si fa, se ognuno di loro è sradicato dalla propria sorgente? 
La Chiesa poi ha un vantaggio: idolatrare se stessa, soprattutto quando il suo gerarca supremo si crede un dio in terra.     

 

2 Commenti

  1. Luigi ha detto:

    Il prete, non solo ma qualsiasi uomo o donna, che è sempre in giro, rischia di essere preso dall’energia centrifuga che lo disperde nel vuoto della sua esistenza. Al contrario il prete o uomo/donna che non si muove mai, rischia di essere preso dall’energia centripeta che lo concentra sul vuoto della sua esistenza. Il motto biblico e il personaggio di Abramo ce lo insegna: “Va verso te stesso”. Gesù ci insegna anche che “perdendosi ci si può ritrovare”. Dobbiamo perdere il nostro “io” che ci fa sentire un dio per ritrovare il nostro “sé” che ci fa sentire un uomo. O abbandonare il nostro “io” nella ricerca del nostro “sé”. Penso che questo cammino sia necessario per la crescita dell’uomo, pena il rimanere legati ad un “io” che abbruttisce l’uomo. Non solo non diventerà un dio, ma non sarà neppure un uomo. Questo lo si può trovare nella Bibbia e in tutti i libri che spingono l’uomo ad uscire dal proprio “io” per andare verso “sé stessi”. Quando questo avverrà in ognuno, preti o uomini/donne che siamo, ci sarà l’incontro dell’umano con il divino.

  2. GIANNI ha detto:

    Possiamo ricondurre questo comportamento a tre principali tipi di situazione.
    Intanto un eccesso di impegni non ricercato, ma legato alla gestione di più parrocchie, vista anche la diminuzione delle vocazioni sacerdotali.
    Ed in tal caso certo non ne ha colpa il sacerdote.
    Un secondo tipo di situazione riguarda invece quegli impegni che volontariamente si prendono fuori sede.
    In questo caso direi che il sacerdote farebbe meglio prima ad occuparsi della sua chiesa, e poi a rivolgere la propria attenzione ad altri ambiti.
    Per voler far troppo, si corre spesso il rischio di non fare nulla realmente bene, non dedicando l’impegno che sarebbe necessario.
    Quanto mai criticabile è poi un terzo tipo di situazione, che si verifica quando i cosiddetti impegni fuori sede sono legati più che altro a voglia di evasione e svago personale.
    Se è vero che quella sacerdotale è prima di tutto una missione, bisognerebbe trarne le dovute conseguenze.

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