Omelie 2017 di don Giorgio: QUINTA DI PASQUA

14 maggio 2017: QUINTA DI PASQUA
At 10,1-5.24.34-36.44-48a; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24
Due personaggi, due visioni per un unico messaggio
Il primo brano della Messa riporta la strana conversione al cristianesimo di un pagano, un ufficiale romano di nome Cornelio. In realtà, era uno di quei pagani che avevano accolto le verità di fede e i principi morali del giudaismo, senza però accettare di farsi circoncidere, evitando così di sottoporsi a tutti gli obblighi legali che tale pratica comportava. Non era dunque un “proselito”, ma solo un “simpatizzante”. Risiedeva a Cesarea, sede del governatore.
Succede che un pomeriggio, verso le tre, un angelo di Signore, in visione, invita Cornelio a mandare a prendere l’apostolo Pietro, che si trova a Giaffa. Lo deve incontrare. Nel frattempo, anche Pietro ha una visione divina: vede come un grande recipiente di tela che scende dal cielo, in cui sono raccolti animali di ogni tipo, puri e impuri secondo la legge del Levitico. E ordina all’Apostolo di mangiare senza fare distinzioni: oramai sono cadute le barriere legali. Sul momento Pietro resta titubante: non si dimentichi che i cristiani provenienti dall’ebraismo erano ancora legati alle usanze giudaiche e che il problema della circoncisione non era stato ancora risolto, per cui rimanevano gli antichi tabù sul puro e l’impuro. Pietro, avvertito dallo Spirito santo dell’arrivo degli incaricati di Cornelio, che sono venuti a prenderlo, accetta di recarsi a Cesarea per incontrare il centurione, che, appena vede l’Apostolo, gli spiega le ragioni dell’incontro. A Pietro ora è chiaro il messaggio della visione divina del lenzuolo. Ed ecco le sue parole: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti».
“Dio accetta chi pratica la giustizia”
Sul fatto che Dio non faccia preferenze di persone è stato detto quasi tutto, così pure che Dio accolga chi lo teme, ovvero chi lo venera e lo ama, ma forse resta ancora un po’ sibillino che Dio accolga chi pratica la giustizia. Viene quasi istintivo pensare al fatto che Cornelio fosse un uomo retto, che applicasse la legge in modo equilibrato e saggio, che non favorisse ad esempio i più fortunati o i più potenti. Ma credo che non basti questo tipo di giustizia diciamo sociale. C’è di più o, meglio, occorre pensare ad una giustizia che non faccia parte dei parametri umani, proprio perché fa parte di un mondo particolare, che è quello dell’essere.
Anch’io ho sempre pensato che la giustizia fosse legata al mondo divino, e che perciò fosse qualcosa del suo disegno sul mondo. Ovvero, pensavo che Dio giusto significasse il volere di Dio di ripristinare l’armonia originaria. Del resto, nella religiosità ebraica e in quella cristiana i giusti sono i santi, ovvero coloro che hanno lottato per ripristinare il bene sulla terra. Ma, leggendo in questi anni, i libri di mistica, ho fatto una grande ulteriore scoperta. Anzitutto, i grandi mistici parlano dell’uomo “nobile”. Un breve trattato di Meister Eckhart porta proprio questo titolo: “Dell’uomo nobile”. La “nobiltà” dell’uomo non gli deriva dalle sue origini di casato o dalle sue onorificenze, ma dal suo distacco, dalla sua umiltà, e, dunque, dal suo conformarsi al Divino che è presente nel fondo dell’anima.
Nobile, dunque, è l’uomo interiore, che, mediante il distacco da ogni esteriorità, scopre la realtà dello Spirito santo che lo rigenera nell’eterno presente. Ma c’è un altro aggettivo che frequentemente viene accostato a “nobile”, ed è “giusto”. L’uomo nobile è anche l’uomo “giusto”. E proprio alla giustizia sono dedicati alcuni Sermoni del grande mistico tedesco.
Al di là di una concezione puramente legale della giustizia
L’opinione comune fa consistere la giustizia in una concezione esteriore, per lo più concepita come di uguaglianza. Eckhart era in sottile polemica con la definizione di giustizia di tipo giuridico, quella per cui, secondo il Diritto giustizianeo, «la giustizia è una costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo».
In realtà, il mistico domenicano va oltre, dicendo che solo a Dio spetta l’onore, ma chi è legato alla volontà propria glielo nega, attribuendolo invece a se stesso, appropriandosene. Ed è qui, nella appropriazione, che c’è la vera ingiustizia. In altre parole, finché si resterà schiavi del proprio io, di un io cioè che fa valere il proprio potere, potremo anche parlare di diritti, ma di diritti fatti prevalere in base a ciò che noi riteniamo giusto, ma relativamente al nostro io. E così divido il mio diritto dal diritto degli altri, aumento i miei diritti a scapito dei diritti degli altri. Sì, i diritti si conquistano, ma in base a quale criterio?
Non so se avete fatto caso, soprattutto oggi in cui la solidarietà sociale è venuta meno: quando si va in piazza a protestare, ognuno pensa al proprio diritto, e lo fa valere urlando di più. Ma questo non è giustizia sociale, e tanto meno è giustizia divina.
La giustizia divina non ha nulla a che fare con i diritti, che dipendono dalla forza: chi è più forte si avvale di più diritti. Secondo la filosofa francese Simone Weil, gli antichi romani hanno conquistato il mondo con la prepotenza dei loro diritti. I greci non avevano la nozione di diritto. Non avevano parole per esprimerla. Si accontentavano del nome “giustizia”.
E allora, invece che farci guidare dai sindacalisti, che hanno del diritto una concezione veramente fuorviante e deleteria, dovremmo farci guidare dai mistici, che parlano di giustizia, ma di quella che nasce dal distacco interiore. Finché l’egoismo ci costringerà a vivere fuori del nostro essere, ovvero da alienati, non sarà possibile la vera giustizia, che è distacco dal proprio io, come fonte di ogni male e di ogni ingiustizia.
Ancora oggi prendiamo i mistici come persone fuori del mondo, in realtà sono coloro che conoscono il mondo meglio di tutti i politici e di tutte le religioni esistenti sulla terra. I mistici colgono dove sta il vero male dell’essere umano, un male che risiede nel proprio io che fa da dio. Non è forse vero che il nostro ego ci condiziona in tutto e per tutto, e che ci frena, anche quando dovremmo batterci per il diritti universali?
Adesso possiamo comprendere frasi come queste: l’ingiustizia è nella servitù alle circostanze favorevoli al nostro io, nel prendere il relativo come assoluto, il particolare come universale, e poi abbiamo anche la sfacciataggine di lottare per la pace nel mondo.
La giustizia mistica sta nel cogliere l’uguaglianza divina che è presente in ogni realtà, che perciò non va valutata in base a criteri nostri soggettivi. Dio è in tutto, con uguale presenza, dove l’amore e la giustizia sono la stessa cosa.

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