Omelie 2015 di don Giorgio: Terza Domenica dopo Pentecoste

14 giugno 2015: Terza dopo Pentecoste
Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12
Il “problema” matrimonio
I brani della Messa di oggi sembrano scelti apposta per metterci alle strette, così da non avere nemmeno un alibi per parlare d’altro. I tre brani, infatti, parlano di matrimonio, secondo il racconto della Genesi, secondo le parole di Gesù e secondo le indicazioni di San Paolo. A che servirebbe discutere, quando la Parola di Dio “sembra” univoca: l’unione coniugale è solo tra un uomo e una donna, è indissolubile e inoltre l’uomo ha una certa supremazia di potere sulla donna?
È vero che oggi, anche nella Chiesa cattolica, qualcosa sembra cambiato nel rapporto tra uomo e donna, e la donna si è ripresa in parte una sua dignità. È vero che, anche nella stessa Chiesa cattolica, assistiamo ad una vivace discussione sulla supremazia dell’amore, quando fino a poco tempo fa era la prole a contare più dell’amore. Quando ero in teologia, mi insegnavano che il fine primario del matrimonio era la procreazione: fare figli. Solo successivamente, si è fatto un passo in più, dicendo che i fini primari erano due, quasi sullo stesso piano: volersi bene e procreare. È che vero che, soprattutto negli ultimi tempi, si sta animatamente discutendo, anche all’interno dell’episcopato, sulla presenza attiva nella Chiesa dei cosiddetti irregolari, ovvero divorziati risposati e conviventi, e degli omosessuali.
Riflessioni – domande – dubbi
Tutto ciò mi spinge a riflettere, ponendomi alcune domande. Anzitutto, non è che, come al solito, la Chiesa, trovandosi di fronte ad una massa di credenti che se ne stanno andando su altre strade o in altre confessioni religiose, cerchi di arginare queste fughe, fingendo di aprirsi? Ma, forse la cosa ancor più impressionante non è tanto la fuga dalla Chiesa-istituzione, quanto invece il restare nella Chiesa da parte di credenti che hanno imparato a conciliare la rigida dottrina ecclesiastica con una pratica di fede in aperta contraddizione, arrivando al punto di dichiararsi cristiani e, nello stesso tempo, di vivere la presunta fede senza praticarla, e per di più venendo meno alla dottrina e alla morale cattolica. Non è che questa gente metta in discussione gli insegnamenti dogmatici ed etici della Chiesa: no, se ne stanno tranquilli, e fanno i loro comodi. In fondo, alla Chiesa-istituzione tutto questo sta anche bene: non sta bene che qualcuno discuta e metta in crisi la Chiesa-istituzione.
Il vero problema per la Chiesa-istituzione non è la strana contraddittoria composizione dei suoi seguaci, ma che sia salva la dottrina e la morale in sé, ovvero che apertamente non vengano ridiscusse. Il matrimonio deve essere così e così, e che poi i cristiani si comportino in modo incoerente, questo, secondo la Chiesa, farebbe parte della debolezza umana. Ecco perché aumentano i confessionali, o si potenzia il sacramento della confessione. Se avete fatto caso, il sacramento della Confessione, nella storia della Chiesa, ha avuto una larga diffusione nei momenti bui, quando cioè i cristiani ne combinavano di tutti i colori, e invece che chiedersi il vero motivo dello sbandamento pauroso tra i ranghi della stessa struttura ecclesiastica, si offriva, anche con sconti particolari, la possibilità di chiedere perdono. Non è quello che si farà con il prossimo Giubileo?
Ecco le parole di Papa Francesco: «Nella Quaresima di questo Anno Santo ho l’intenzione di inviare i ”Missionari della Misericordia”… Saranno sacerdoti a cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica, perché sia resa evidente l’ampiezza del loro mandato… Saranno dei missionari della misericordia perché si faranno artefici presso tutti di un incontro carico di umanità, sorgente di liberazione, ricco di responsabilità per superare gli ostacoli e riprendere la vita nuova del Battesimo. Si lasceranno condurre nella loro missione dalle parole dell’Apostolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti» (Rm 11,32). Tutti infatti, nessuno escluso, sono chiamati a cogliere l’appello alla misericordia… Chiedo ai confratelli Vescovi di invitare e di accogliere questi Missionari, perché siano anzitutto predicatori convincenti della misericordia. Si organizzino nelle Diocesi delle “missioni al popolo”, in modo che questi Missionari siano annunciatori della gioia del perdono. Si chieda loro di celebrare il sacramento della Riconciliazione per il popolo, perché il tempo di grazia donato nell’Anno Giubilare permetta a tanti figli lontani di ritrovare il cammino verso la casa paterna. I Pastori, specialmente durante il tempo forte della Quaresima, siano solleciti nel richiamare i fedeli ad accostarsi « al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia » (Eb 4,16).
Mi chiedo: a che serve chiedere perdono se poi si continua a peccare, anche perché la Chiesa aumenta le tabelle dei peccati? Ed è chiaro che, come del resto diceva già San Paolo, più leggi ci sono, più c’è la possibilità di violarle, aumentando di conseguenza la possibilità di venir meno. Ancora oggi, la Chiesa cerca di creare disagi nella coscienza, minacciando ancora punizioni divine.
E ancora oggi il campo preso maggiormente di mira è quello sessuale. Tutto peccato. L’amore stesso è così contaminato che la Chiesa ha pensato bene di censurarlo per i suoi ministri. L’amore è così ideale da riservarlo ai mistici, ma i grandi mistici quando parlavano dell’amore mistico ricorrevano al vocabolario sessuale. Ma in realtà sappiamo i veri motivi per cui venne imposto il celibato. Per motivi del tutto concreti. Ed è per motivi pratici che ancora la Chiesa fa di tutto per mantenere il celibato per i preti.
Anche qui, pensate: la Chiesa parla bene dell’amore umano, partendo dalla bellezza dell’amore di Dio, e poi lo proibisce ai suoi ministri.
La realtà universale dell’amore umano
Sarebbe ora di fare un discorso molto serio sull’amore, anche in relazione al matrimonio. Anzitutto, l’amore andrebbe separato da qualsiasi struttura o legame, se è vero che Dio è l’Amore per eccellenza, e non ha struttura, non ha legami. Limitare l’amore entro la struttura del matrimonio istituzionale è già limitarlo, ed è ancor più limitarlo se si fa del matrimonio un dogma di fede, che poi nella realtà non è altro che l’espressione indiscutibile di un certo modo di vedere la società, fondata sull’ordine e sul potere.
L’amore, prima dei figli. L’amore è un bene così universale che fa parte del nostro essere più profondo, ed è qui, nel nostro essere interiore, che l’amore è sacro. Quando l’amore sia fa religioso, ovvero viene assunto e fatto proprio dalla religione, allora viene quasi ingabbiato.
Questo non significa che coloro che si sono sposati non siano liberi, significa invece che non dobbiamo assolutamente sostenere che solo coloro che si sono sposati siano nella migliore condizione di amare. Anche fuori del matrimonio istituzionale esiste l’amore, e l’amore ha mille forme per esprimersi. Coloro che sono sposati solo civilmente forse che non si amano, o forse che il loro amore sia di serie zeta? E chi potrebbe dire che due conviventi non si vogliano bene? E così tra due persone dello stesso sesso: chi potrebbe proibire loro di volersi bene?
Sento solitamente questa obiezione: se uno è cattolico deve osservare le regole della Chiesa cattolica; perciò, se la Chiesa cattolica ancora oggi condanna il divorzio, la convivenza, il matrimonio civile e il matrimonio tra gay, allora un cattolico deve pensare e vivere secondo ciò che dice la Chiesa. Domanda: questa è la vera Chiesa di Cristo oppure non è invece la Chiesa-istituzione, fattasi religione, che si è allontanata dal Vangelo? Altra domanda: se la Chiesa-istituzione può imporre le sue regole, le impone per i suoi seguaci, e non per la società civile. Nella società civile, ognuno, credente o no, farà le proprie scelte, ma non possiamo proibire alla società civile di fare certe leggi che alla Chiesa non piacciono. Quando c’è stato il referendum sul divorzio (1974), diversi cattolici mi avevano esplicitamente confessato che avrebbero votato in favore, pur non essendo d’accordo sul divorzio, e lo facevano per dare a tanti altri la possibilità di uscire da situazioni difficili. Ma perché proibire di essere felici, così come ciascuno vorrebbe? Perché costringere qualcuno a restare per tutta la vita nella impossibilità di raggiungere il proprio stato di felicità?
La recente scelta dell’Irlanda di votare in favore del matrimonio degli omosessuali va rispettata, anche se alla Chiesa è stato uno schiaffo sonoro. Ma la Chiesa, quando succedono questi eventi, invece che scandalizzarsi, dovrebbe fare un serio esame di coscienza. Non è più il tempo delle scomuniche: farebbero ridere! E neppure è il tempo di ripartire in quinta per convertire i dannati. La società è cambiata. La Chiesa deve rendersene conto.

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