È morto dom Giovanni Franzoni

da la Repubblica

Muore dom Giovanni Franzoni,

l’ex abate delle Comunità di base che votava Pci

Fino al ’73 era un ascoltato benedettino della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, con le omelie contro il capitalismo. Poi la cacciata dalla Chiesa, dopo le denunce delle collusioni fra Vaticano e poteri forti, il favore a divorzio e aborto e l’adesione al partito di Berlinguer. Teologo ascoltato da Paolo VI, poi si definì “un cattolico marginale”
di PAOLO RODARI
13 luglio 2017
Giovedì 13 luglio, se ne è andato in silenzio, come ha vissuto l’ultima parte della sua vita. Ai margini di una Chiesa che per anni l’ha emarginato, tenuto in disparte. Giovanni Franzoni, classe 1928, ex abate benedettino della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, è morto oggi nella sua casa di Canneto (Rieti), dove viveva da tempo.

Fino al 1973 era abate nullius, cioè non dipendente da nessun vescovo ma solo dal Papa, alla basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma. Teologo ascoltato da Paolo VI, il più giovane italiano al Concilio Vaticano II. Poi l’estromissione, arrivata dopo la denuncia delle collusioni fra Chiesa e poteri forti, la presa di posizione a favore del divorzio, la dichiarazione di voto per il Pci. Le sue omelie erano come fuoco, a favore della Chiesa dei poveri e contro il capitalismo. Allora era una voce che non si poteva ignorare.

Dom Giovanni Franzoni (“dom”, dal latino dominus, è predicato d’onore attribuito ai monaci benedettini), ha vissuto da prete ridotto allo stato laicale ma non scomunicato, fra i primi animatori delle Comunità di base che cercano di cambiare le strutture della Chiesa senza una bandiera che connoti il loro status di credenti. La sua Comunità ha sede a Roma in un locale spoglio ma dignitoso di via Ostiense. Tavoli di legno attorno ai quali ancora Franzoni, con discrezione, fino all’ultimo ha concelebrato messa con gli amici. Fra loro anche alcuni sacerdoti: spezzavano il pane recitando l’anafora assieme. “Un cattolico marginale”, si definì lui stesso nell'”Autobiografia” pubblicata da Rubbettino, defilato e, per anni, dimenticato dalle gerarchie. Anche se, due anni fa, un segno per lui fausto arrivò: alla presentazione del suo libro in Campidoglio intervenne, a sorpresa, anche Matteo Maria Zuppi, allora vescovo ausiliare di Roma, oggi arcivescovo di Bologna.

In una intervista a Repubblica raccontò di come avvennero le sue dimissioni da abate di San Paolo, lo strappo con le gerarchie che lo portò a fondare la Comunità di base in una fabbrica dismessa dell’Ostiense dopo le prese di posizioni sul divorzio e aborto: “In Vaticano mi denigravano. Dicevano che mi ero venduto al Pci. Una domenica in basilica un giovane pregò perché suo figlio potesse crescere in una Chiesa dove non si fa speculazione finanziaria come aveva da poco fatto, con tanto di deplorazione pubblica da parte dell’Associazione Bancaria Internazionale, lo Ior. Paul Mayer, a quel tempo segretario dei Religiosi, reagì. Mi disse che visto che ero così “democratico” dovevo accettare le sue condizioni: sottoporre ogni atto pubblico al parere dei superiori. Presi tempo. In una riunione della Comunità si alzò Vincenzo Meale. Disse che dovevo obbedire perché altrimenti sarei stato l’unico a pagare. Però, spiegò, “è certo che se accetta le censura, la mia esperienza con la Comunità finisce qui”. Fu un lampo, un’illuminazione appunto. Risposi: “Ho capito”. E il lunedì seguente dissi a Mayer che volevo dimettermi. E così ebbe inizio la mia nudità”. Prego? “Spogliato di ogni sicurezza, mi trovai fuori dall’apparato ecclesiastico. Certo, non ero ancora sospeso a divinis. Fu dopo che dovetti lasciare l’abito”.

Dopo il Concilio la Chiesa aveva aperto al rinnovamento. Franzoni la pungolava, deciso a tornare sui testi biblici per recuperare la figura storica di Gesù e il suo autentico messaggio. Fu Pier Paolo Pasolini a scrivere di lui: “Non c’è sua predica che prendendo convenzionalmente il pretesto dal Vangelo o dalle Lettere di San Paolo, non arrivi implicitamente ad attaccare il potere”. Ben altro dicevano Oltretevere. Un giorno in Basilica gli mandarono l’abate Tonini, dei monaci Silvestrini. Disse ai monaci che vivevano con lui che il Papa piangeva per causa sua. In pochi gli rimasero amici. Fra questi il cardinale Pellegrino. All’inizio del ‘74 Franzoni aveva già lasciato la Basilica e abitava in un appartamentino di via Ostiense. Pellegrino andò a trovarlo, e alla domanda su perché fosse a Roma rispose: “Non ho niente da fare qui, sono venuto solo per chiederti scusa per come ti abbiamo trattato”.

Fu sempre nel ‘74 che Il Tempo esultò così alla notizia delle sue dimissioni: “L’abate rosso si è messo da parte: speriamo che stia tranquillo”. Ma fermo non stava. Girava l’Italia per il referendum sul divorzio. Il cardinale Poletti, vicario del Papa a Roma, gli disse di cercarsi una diocesi in cui incardinarsi. Lui trovò Frascati. Poletti gli disse che era troppo vicina a Roma. “C’è un chilometraggio minimo, vostra Eminenza?”, gli chiese Franzoni. Nessuna distanza era sufficiente. Così l’ex abate aprì una sua Comunità di base, senza attendere il placet di nessuno. Poletti preparò una lettera per chiedere spiegazioni. La recapitò presso la “sedicente Comunità cattolica di base”. Fu l’unico appellativo, sedicente, che l’istituzione riuscirà a darle in tanti anni.

La riduzione allo stato laicale avvenne il 4 agosto 1976. I motivi furono che Franzoni si era detto favorevole all’aborto “perché se esiste deve essere regolamentato”, e aveva dichiarato la propria adesione al Pci. Quando arrivò la lettera Franzoni era a Nusco, in provincia di Avellino. Disse: “Andai in trattoria con i ragazzi. A metà del pranzo mi si bloccò lo stomaco, la gola. Non riuscii a deglutire nulla. Per oltre due anni ho fatto fatica a inghiottire cibo asciutto”.

Da quel giorno Franzoni ha fatto una sua strada. Nessuno, entro le mura leonine, gli ha mai mandato un segnale. Anche per la messa celebrata da Ratzinger nel 2012 con i padri conciliari nessuno si è ricordato d’invitarlo. Il cattolico marginale si è eclissato sempre più ai margini. Fino alla morte.

4 Commenti

  1. Patrizia ha detto:

    Ho avuto l’onore di conoscerlo un anno fa.
    Grazie don Giovanni e che la terra ti sia lieve.

  2. Giuseppe ha detto:

    Un’ultima considerazione: l’Abate Franzoni forse avrebbe dovuto essere più prudente e scaltro, ma non si può ingabbiare uno spirito libero che sente di avere ragione e che amando la chiesa ne invoca il rinnovamento!

  3. Giuseppe ha detto:

    È questa la chiesa dell’accoglienza?… Non dovremmo piuttosto dire che si tratta più che altro dell’ultima monarchia assoluta del mondo occidentale, e che non molla di un centimetro e, se vede attaccata la propria autorità fa la voce grossa emarginando i “reprobi”…
    A prescindere dal suo ruolo di comunità di credenti, che forse a volte è un po’ trascurato, che differenza c’è con i regimi totalitari che non accettano il dissenso e la dialettica interna e mentre sono accomodanti e garantisti con i potenti, mantengono un atteggiamento giustizialista e persecutorio con chi può contare solo su se stesso, sulla sua parola e le sue idee?

  4. GIANNI ha detto:

    già, la morte, quell’evento che, come disse Totò, livella un po’ tutti, poveri e ricchi, belli e brutti.
    Mi domando perchè si nasce, per poi… ed ogni concezione dà la sua risposta, ma resta un senso di insoddisfazione.
    Talora la vita ci dà gioie, talora dolori, ma poi il tutto che senso ha?
    Forse per gli altri, aver fatto delle cose…ma visto che poi anche gli altri moriranno…..
    forse perchè si formi un’anima immortale ma, se così è, non varrebbe la pena essere subito anime immortali?
    Detto questo, suggeritomi dall’evento, che dire?
    La vita, invece, di Franzoni, tende a dimostrare come, pur entro una medesima cornice…ideologica,?…religiosa?…definiamola come vogliamo, si sono articolate posizioni molto diverse, e questo vale anche per il cattolicesimo.

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