Contro il “bastardo” la narrazione più struggente di Nadia Toffa, ma non la principale

da www.huffingtonpost.it
Marida Lombardo Pijola Giornalista e scrittrice
IL BLOG

Contro il “bastardo”

la narrazione più struggente di Nadia Toffa,

ma non la principale

Aveva voluto insultare il cancro come merita. E le belve del web l’avevano aggredita con insulti affini, le belve del web fanno così, sono tumori dell’umanità, bastardi anche loro
Il bastardo. Nadia Toffa lo aveva smascherato in pubblico così, il bastardo, esattamente lo stesso appellativo che tendono a dargli nell’intimità coloro la cui vita il bastardo è andato a sfigurare, talvolta ad afferrare ed a portarsi via, bastardo com’è. Ecco perché, pubblicamente, Nadia aveva voluto insultarlo come merita, ma anche definirlo coraggiosamente col suo nome (“ho il cancro”), e infine persino elogiarlo e riconoscergli qualche virtù: “è un dono”.
Per questo le belve del web l’avevano aggredita con insulti affini all’insulto del tumore, le belve del web fanno così, sono tumori dell’umanità, bastardi anche loro. Le avevano persino augurato la morte, le belve del web. Ovvero il destino che qualche mese dopo il cancro le avrebbe scaricato addosso come un cecchino che colpisce a volto coperto in un agguato, fregandosene dei progressi della medicina, delle cure pesanti a cui si era sottoposta, dei sorrisi e delle lezioni di speranza che aveva regalato a quelli nelle sue stesse condizioni, del suo coraggio e della sua disperazione.
E tuttavia “io sono una guerriera”, diceva Nadia, ovvero resistenza, oppure resilienza, oppure rimozione, ogni sopravvivente al cancro sceglie la sua strategia per sopravvivere, anche se nessuno saprà mai quali spettri siano andati ad abitare nel suo cuore. “È più quello che il cancro mi dà che non quello che mi toglie. Il cancro ti fa diventare migliore”, e a chi la criticava o la insultava rispondeva lasciatemi in pace, lasciate che almeno almeno provi a capovolgere in benedizione quella dannazione, per aiutare i miei compagni di sventura, per non impazzire di paura e di dolore.
Adesso la sua morte amplifica a dismisura il suo manuale di sopravvivenza per gestire un male che sta assumendo le dimensioni di un’epidemia. E oggi assistiamo a una morte mediatica, una di quelle morti che commuovono fortemente l’opinione pubblica, è come se avessi perso un’amica, una parente, che peccato, mentre la cattiva coscienza di chi l’aveva insultata si traveste da commiserazione.
Eppure Nadia Toffa non era né avrebbe voluto essere un eroe, nessuno desidera diventare eroe per colpa di uno schifoso male che sfonda la porta della tua vita senza rispetto, né pietà, e forse riuscirai a scacciarlo con le cure, trasformando te stessa in un’aliena gonfia calva umiliata, ma saprai sempre che in ogni momento lui può ritornare, venirti a prendere e portarti via, perché ti ha trasformata in un territorio di sua giurisdizione, e anche se camperai cent’anni non ti sentirai guarito mai.
E tuttavia chissà se Nadia avrebbe voluto essere commemorata per la testimonianza del suo inferno. Magari avrebbe preferito essere ricordata per essere stata una brava giornalista. “Guerriera” della verità in difesa dei diritti, quello che ogni buon giornalista dovrebbe saper fare. Noi preferiamo ricordarla in questo modo. Una che sapeva raccontare il mondo con la passione, la profondità e il sorriso. Una che ha usato il medesimo linguaggio per raccontare se stessa, la sua vita, la sua morte. Una di cui resteranno buoni servizi televisivi, inchieste di valore sociale, e infine un elogio del buonumore come antidoto al dolore. La sua narrazione più struggente, ma non la principale.

 

1 Commento

  1. Giuseppe ha detto:

    La cosa brutta nel radioso, ma breve, cammino di questa persona così solare è che sia diventata più famosa per il cancro, piuttosto che per la sua attività professionale. Tutti, chi più chi meno, abbiamo paura delle malattie, è del tutto inutile negarlo, e il cancro è probabilmente quella più insidiosa e vigliacca. Anche Nadia avrà avuto paura, ma una volta apertasi con gli altri si è sentita più libera ed ha saputo trasformare quella paura in coraggio.
    Parliamo tanto di piccoli uomini che invadono quotidianamente la cronaca e ci condizionano per via del ruolo che, spesso immeritatamente, svolgono, mentre le persone vere, che dovremmo ammirare e rigraziare sono quelle semplici e spontanee come Nadia.

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