Omelie 2014 di don Giorgio: Festa dell’Esaltazione della Croce

14 settembre 2014: Esaltazione della croce
Num 21,4b-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17
Ogni anno, il 14 di settembre la Liturgia della Chiesa cattolica celebra l’Esaltazione della Croce. Quest’anno il 14 cade di domenica. Trattandosi di una Festività in onore del Signore e non dei santi, essa prevale sulla Liturgia ordinaria. E succede che la Festa dell’Assunta o dell’Immacolata, se cade in domenica, viene liturgicamente spostata il giorno dopo. È proprio il caso di dire che la Liturgia manca di senso pastorale.
A parte questa piccola polemica, chiediamoci: qual è l’origine storica e il senso teologico dell’Esaltazione della Croce?
La Festa è nata nel 335, quando Costantino e la madre Elena inaugurarono la basilica che sta sul Golgota e sul Santo Sepolcro, ma la data del 14 settembre è diventata comune all’Oriente e all’Occidente, quando il papa orientale Sergio I (settimo secolo d.C.) ne ordinò la celebrazione.
La festa dell’Esaltazione riassume e richiama alcuni eventi storici legati al santo Legno. Anzitutto, commemnora la scoperta della Croce su cui Cristo è morto. Una tradizione formatasi abbastanza presto riferisce che sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, aveva ritrovato a Gerusalemme, presso il Golgota, le tre croci usate per Gesù Cristo e i due ladroni; una guarigione miracolosa, avvenuta al contatto con una d’esse, permise il riconoscimento della croce del Salvatore e di mostrarla alla venerazione del popolo. Appena la notizia si diffuse nella Città Santa, una vasta folla si radunò per venerare la Croce del Signore. Il Patriarca di Gerusalemme, san Macarios, la portò su di un pulpito; quando il popolo la vide innalzata verso l’alto, tutti assieme gridarono, decine di volte “Kyrie eleison”, un evento questo ricordato ancora oggi nella liturgia di alcune chiese, con la frequente ripetizione dei “Kyrie eleison” alla cerimonia dell’Esaltazione. Da allora una parte del sacro legno venne conservata nella basilica dell’Anàstasis (detta Santo Sepolcro dai latini), altre parti del sacro legno furono portate a Roma dalla stessa sant’Elena, che le custodì nella cappella della sua abitazione romana, divenuta il monastero di Santa Croce in Gerusalemme.
Si commemora anche la seconda grande Esaltazione della Croce, a Costantinopoli. Il 4 maggio 614, durante il saccheggio di Gerusalemme, la Croce era caduta nelle mani dei Persiani. Nel 628 l’imperatore Eraclio, sconfiggendo il re Persiano Cosroe, recuperò la preziosa reliquia. Lieto della vittoria, Eraclio commosso, a piedi scalzi, dopo aver deposto la porpora ed il diadema, portò sulle sue spalle il legno benedetto sino al Golgota. Quindi Eraclio, temendo che la santa Croce non fosse più al sicuro a Gerusalemme la trasferì con sé nella capitale, Costantinopoli, dove fu trionfalmente esaltata nella Grande Chiesa di Agia Sofia.
Infine, i servizi liturgici per il giorno hanno anche costanti riferimenti alla visione della Croce vista dall’imperatore Costantino nell’anno 312, poco prima della vittoria su Massenzio, e ci sono allusioni ad un evento che è più specificatamente commemorato il 13 settembre: la Dedicazione della Chiesa della Anastasis, costruita da Costantino su luogo del Santo Sepolcro e completata nel 335.
Che dire di tutto questo? Si tratta veramente del legno su cui Cristo è stato crocifisso? Per me è difficile crederlo. È vero che Cristo ha moltiplicato i pani, ma mi è difficile credere che anche il legno sacro sia stato moltiplicato, tanto da permettere ad ogni chiesa del mondo di averne una reliquia. Mi è difficile credere che siano autentici anche i chiodi della croce ritrovati sempre dalla madre di Costantino. Ho detto: mi è difficile credere a tutto questo, così come mi è difficile accettare che il simbolo della croce sia stato posto sugli scudi o sui labari dei soldati di Costantino. Sì, mi è difficile accettare tutto questo.
Forse sarebbe il caso di ridimensionare queste feste in onore della Croce. Eviteremmo di cadere talora nel ridicolo, come è stato fatto recentemente, all’inizio del mese di maggio, sul piazzale del Duomo di Milano, esponendo all’adorazione un chiodo, che tutti sanno essere il morso del cavallo di Costantino. Ora tutto il mondo lo sa.
Cosa volete che vi dica? La fede è un’altra cosa. La fede ha bisogno anche di segni, ma la fede va oltre i segni esterni. Le reliquie di Cristo o dei santi hanno preso, nella storia della Chiesa, un tale sopravvento da chiederci in che cosa consista veramente la fede evangelica. Cristo ha detto: basterebbe un granello di fede purissima per spostare le montagne. Non solo le montagne rimangono ferme ai loro posti, ma non si spostano nemmeno i sassolini.
L’episodio del primo brano della Messa è interessante, anche perché Cristo lo cita nel suo colloquio notturno con Nicodemo, uno dei capi giudei: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Che cosa era successo ai tempi di Mosè?
Nel suo lungo cammino verso la Terra promessa, il popolo d’Israele incontra difficoltà d’ogni tipo, anche perché il Signore lo mette continuamente alla prova. Ed ecco un altro pericolo, quello costituito dai serpenti, che l’autore sacro chiama serpenti “di fuoco”. Il termine ebraico corrispondente è “brucianti”. Il bruciore era dovuto al loro morso velenoso, che faceva infiammare la parte ferita. Il popolo ha paura e implora Mosè di intercedere presso Jaweh perché allontani il pericolo. Il Signore dice a Mosè di fare un serpente di bronzo (più corretto dire di rame: il testo dice che era anch’esso di fuoco, di colore rosso vivo, con chiaro riferimento al fuoco dei serpenti), e di metterlo sopra un’asta: chiunque verrà morso dai serpenti e guarderà il serpente di bronzo, non morirà.
Perché come segno di salvezza il Signore ha scelto un serpente? Il serpente non ricordava forse il peccato originale? In realtà, presso i popoli antichi il serpente rappresentava la vita della terra ed era simbolo del dio guaritore. Tutto ciò aveva contribuito al culto dei serpenti, mai però accolto nella religione ebraica.
Nel caso del brano di oggi, il serpente non è un oggetto di culto, ma è visto solo come un segno, il che implica fiducia in Mosè e in Dio. Quel serpente di rame non può avere in sé nessun potere sanante se non quello che Dio stesso gli conferisce, e alzare gli occhi a lui è un atto di fede nella parola data da Dio attraverso Mosè. Dice chiaramente un versetto del libro della Sapienza: «chi si volgeva a guardarlo era salvato non da quel che vedeva, ma solo da te, Salvatore di tutti» (Sap 16,7).
Quanto è importante saper distinguere un oggetto o un simbolo da ciò che essi rappresentano! L’idolatria sta nel confondere l’oggetto con lo stesso mistero di Dio. Il mistero di Dio va oltre l’oggetto.
L’oggetto mi può aiutare ad avvicinarmi a Dio, ma è solo un mezzo. Non è l’immagine o la statua di un santo o di Dio a salvarmi. A salvarmi è la fede in ciò che l’immagine o la statua rappresentano a salvarmi.
La religione ebraica, proprio per evitare questo rischio, fin dall’inizio aveva proibito ogni raffigurazione di Dio. Il serpente di rame è servito solo per una emergenza. Il serpente sarà conservato nel tempio di Gerusalemme finché il pio re Ezechia, per evitare tentazioni idolatriche, lo distruggerà (cf. 2Re 18,4).
Anche nella Chiesa ci fu un periodo in cui si è rischiato di confondere Dio con le immagini, da qui la reazione dei cosiddetti iconoclasti. L’iconoclastia (termine che significa “rompere le icone”) è la dottrina e l’azione di coloro che nell’Impero bizantino, nei sec. 8° e 9°, avversarono il culto religioso e l’uso delle immagini sacre, dando così origine a una serie di contrasti religiosi e politici e di violente lotte, che provocarono fra l’altro la distruzione di un notevole patrimonio di arte sacra.
Concludo con alcune riflessioni di Paolo Curtaz: «La croce non è da esaltare, la sofferenza non è mai gradita a Dio, toglietevi dalla testa, subito, la tragica inclinazione all’autolesionismo tipica del cattolicesimo, inclinazione che crogiola il cristiano nel proprio dolore pensando che questo lo avvicini a Dio… La croce non è il segno della sofferenza di Dio, ma del suo amore. La croce è epifania della serietà del suo bene per ciascuno di noi… La croce è il paradosso finale di Dio, la sua ammissione di sconfitta, la sua ammissione di arrendevolezza: poiché ci ama lo possiamo crocifiggere. Esaltare la croce significa esaltare l’amore, esaltare la croce significa spalancare il cuore all’adorazione e allo stupore. Innalzato sulla croce (Giovanni non usa mai la parola “crocifisso” ma “osteso” cioè mostrato) Gesù attira tutti a sé».

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