Omelie 2018 di don Giorgio: SETTIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

14 ottobre 2018: SETTIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 43,10-21; 1Cor 3,6-13; Mt 13,24-43
Il primo brano della Messa andrebbe letto in un contesto allargato. Questo criterio dovrebbe sempre essere seguito anche per qualsiasi altro testo biblico. Tuttavia, non condanno una lettura anche di una sola frase, e meditarci sopra. Anche guardando semplicemente una foglia possiamo vedervi rispecchiata la bellezza del Divino.
Il primo brano fa parte del Secondo Isaia, chiamato così dagli esegeti, per distinguerlo da Isaia di cui, oltre al nome, conosciamo l’epoca in cui è vissuto e il luogo dove ha svolto la sua missione profetica. Il secondo Isaia, che è rimasto anonimo, è vissuto negli anni successivi al 538 a.C., quando il popolo ebraico (ciò che era rimasto) era tornato in patria.
“Voi siete i miei testimoni”
Nel brano di oggi troviamo una cosa interessante. All’inizio, rivolgendosi a Israele, Dio dice testualmente: «Voi siete i miei testimoni».
Da chiarire subito che il profeta anonimo immagina un Israele, disperso ai quattro punti cardinali, che viene da Dio strappato dai luoghi del suo esilio per convergere verso Sion. Tra parentesi. Sion è una altura, di 765 metri sul livello del mare, sulla quale nacque il nucleo originario dell’attuale città di Gerusalemme. Ecco perché dire Sion e dire Gerusalemme può essere la stessa cosa.
Perché tutto Israele è invitato sul monte Sion? Proprio per “testimoniare”. Che significa? L’appello al popolo d’Israele perché faccia da “testimone” fa parte del genere letterario della lite o contesa giudiziaria, dove i testimoni erano fondamentali per ristabilire il diritto. Nella contesta tra Dio e le grandi potenze politiche che dominavano il mondo antico, Israele viene convocato per sostenere il diritto di Jahve ad essere riconosciuto come unico Dio e salvatore. Gli altri popoli non possono – se convocati in un’ideale assise – testimoniare in favore dei loro dèi come artefici di liberazione di salvezza.
Ma ecco la cosa paradossale. Anzitutto, Jahve si serve anche di personaggi al di fuori d’Israele per realizzare il suo progetto. L’assiro Ciro viene visto come l’inviato dal Signore per abbattere Babilonia e liberare Israele dalla sua schiavitù.
Inoltre, se da una parte Israele siede in un’assise giudiziaria come testimone dell’unicità di Dio contro le altre divinità, dall’altra parte il popolo eletto viene convocato per essere giudicato a causa delle sue infedeltà all’Alleanza. Dunque, prima come testimone di Dio, poi come imputato.
Questo alternarsi si ripete in continuazione. Però una precisazione: in quanto imputato a causa dei suoi tradimenti, Israele avrà dalla sua la possibilità del ravvedimento e del perdono di Dio.
“Ecco, io faccio una cosa nuova…”
Nel brano di oggi c’è una frase che non può lasciarci indifferenti. “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”.
Sono parole di promessa divina che talora possono passarci sopra, quando le cose vanno bene o, per lo meno, non vanno del tutto male. Sembra di essere in cammino verso la metà che tutti sogniamo, e poi ci chiediamo se non abbiamo sbagliato strada.
Ma la confusione è tale per cui le domande che ci poniamo rimangono sospese nel vuoto. Vorremmo aggrapparci a qualcosa di sicuro, e poi ci accorgiamo che nulla è sicuro, neppure un’amicizia di vecchia data. E la confusione si intensifica, quando le speranze si aggrappano a illusioni che, davanti alla realtà, fanno sentire un vuoto interiore.
Uno di questi momenti storici è l’attuale: se un tempo c’erano per lo meno punti solidi di riferimento (chi li cercava li trovava), oggi anche se vi affannate a cercarne qualcuno, non ne trovate. I punti di riferimento sono palloni gonfiati, destinati a scoppiare.
“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?“. Notate il presente. Il futuro riguarda la strada che si aprirà anche nel deserto. Prima che si apra la strada occorre credere nella novità che già ora germoglia. Ed ecco il rimprovero: “Non ve ne accorgete?”. In altre parole: siamo ciechi o ottusi, oppure abbiamoi aperti gli occhi e il cuore?
La parabola della coesistenza del buon seme con la zizzania
La parabola evangelica del buon seme e della zizzania era un po’ l’argomento preferito dai nostri vecchi parroci, che avevano l’occasione per colpire tutto ciò che la zizzania rappresentava, nel campo della morale. Nella zizzania c’era tutto ciò che si pensava fosse il degrado della morale cristiana.
A dire la verità, la spiegazione della parabola, già presente nel Vangelo di Matteo, secondo gli esegeti non sarebbe di Gesù, ma della Chiesa primitiva che ha tentato subito di spostare l’obiettivo verso il basso, ovvero verso la vita morale dei cristiani. In realtà, nelle sue parabole Gesù puntava l’obiettivo verso Dio, il volto del Padre, da cui poi farsi illuminare nel nostro essere.
Vedete: se abbiamo una misera concezione di Dio, ne risente tutto il nostro essere. Ancora oggi diciamo che non ci sono i valori morali, per cui siamo in decadenza. Ma ecco la domanda: che cosa sono i valori morali? Questi dipendono forse da una struttura religiosa o da una struttura statale? E allora anch’io dico: più è alta la nostra concezione di Dio, più alti sono i valori. Ecco perché Gesù Cristo non possiamo definirlo un moralista, ovvero non è venuto per dirci quali regole dobbiamo seguire per essere bravi credenti.
Cristo è venuto per rivelare il vero volto di Dio, che è al di fuori di ogni struttura religiosa, tanto è vero che ha iniziato a contestare il Dio degli ebrei, e non era così ingenuo o sciocco da voler inventare una nuova religiosa. Il suo messaggio era rivolto ad aprire qualche squarcio del mondo del Divino. C’è una parola di Gesù che dice: “Il regno di Dio è dentro di voi”, ovvero nel vostro essere più interiore. Ed è qui, nel nostro essere più interiore, che Dio si svela in tutta la sua purezza d’essere.
Gesù, con le parabole, ha voluto puntare l’obiettivo sul volto di Dio, perché ne scoprissimo qualche aspetto. Ma, fin dall’inizio, la Chiesa ha interpretato le parabole in senso moralistico, come se Gesù avesse inteso darci un nuovo codice morale. E così siamo usciti di strada, allontanandoci dal mondo del Divino, che è già dentro di noi.

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