De Bortoli, Boschi e il linciaggio in seguito ad accuse indimostrate

da L’Unità
Alex Minissale
15 maggio 2017

De Bortoli, Boschi e il linciaggio

in seguito ad accuse indimostrate

Per chi crede nello stato di diritto e nei principi custoditi nella nostra Costituzione stringersi attorno a Maria Eena Boschi non è legittimo, è doveroso.
Era già barbarico e paurosamente premoderno chiedere le dimissioni di chicchessia semplicemente perché indagato, in barba ai principi di separazione dei poteri e di presunzione di non colpevolezza – in altri termini, in barba alla nostra Costituzione: sono venuti giù sindaci (da ultimo Ignazio Marino), ministri (da ultima Federica Guidi), e perfino governi in seguito a inchieste poi risoltesi in una bolla di sapone o giù di lì.
Ora siamo giunti a chiedere le dimissioni di un sottosegretario in seguito all’estratto di un libro – nella fattispecie dell’ormai arcinoto estratto di “Poteri Forti (o quasi)” (La Nave di Teseo), a firma di Ferruccio de Bortoli, nel quale questi scrive che nel 2015 Maria Elena Boschi chiese all’allora amministratore delegato di Unicredit “di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”.L’accusa, ovviamente, ha fatto riesplodere un caso archiviato mesi fa, e gli antirenziani in servizio permanente effettivo – politici, giornalisti, troll – hanno immediatamente preso per oro colato le parole dell’ex direttore del Corriere della Sera, non avendo altra prova che la credibilità di quest’ultimo.
Non solo, dunque, il virus del “pasolinismo” – io-so-ma-non-ho-le-prove, per l’appunto – ha infettato, dai primi anni ’90 in poi, diverse procure italiane, determinando un’esiziale alterazione della tripartizione dei poteri; ma sembra che suddetto virus abbia definitivamente contagiato anche la mentalità di grandissima parte della società civile e dell’intellighenzia. Se questo metodo – barbarico e inquisitorio, come si diceva – continuerà a incontrare il favore socio-culturale dei media, degli intellettuali e, di conseguenza, dei cittadini, l’onere della prova sarà una volta e per sempre invertito, e assisteremo alla sublimazione di qualunque accusa a verità incontrovertibile – altro che clima da caccia alle streghe, altro che sospetto inteso come l’anticamera della verità: sarà esso stesso la verità.
Tornando alla vicenda, il Movimento Cinque Stelle – come del resto era prevedibile – si è gettato a capofitto nell’ennesima campagna di delegittimazione di Maria Elena Boschi. È curioso, tuttavia, che poggi suddetta campagna sulle parole dell’ex direttore del Corriere della Sera, diventato improvvisamente un professionista credibile e autorevole sebbene sino all’altro ieri fosse – ai loro occhi – uno dei tanti tirapiedi dei potenti: è così Grillo e i suoi considerano qualunque giornalista (a maggior ragione se di successo e “inserito” negli ambienti che contano, nella cosiddetta “casta”, come de Bortoli) non si sia completamente appiattito sulla narrazione grillina.
Al coro di chi chiede le dimissioni di Boschi si è altresì unito Pierluigi Bersani: sarebbe lecito domandargli perché abbia fatto la fatica di fondare un partito nuovo se la linea politica dello stesso si esaurisce nel giustizialismo e nell’antirenzismo militante: bastava iscriversi al blog di Grillo.
È bene ribadire che tutto questo cancan –cavalcato immancabilmente anche dai vari Salvini e Toti – non è stato innescato da una sentenza di condanna passata in giudicato (figurarsi) e nemmeno dall’apertura di un fascicolo, ma dal paragrafo di un libro uscito da qualche giorno. Per chi crede nello stato di diritto e nei principi custoditi nella nostra Costituzione stringersi attorno alla vittima di una barbarie simile non è legittimo, è doveroso.

 

3 Commenti

  1. Patrizia ha detto:

    Una cultura molto radicata nel nostro Paese, quella non di imitare i migliori ma di distruggerli.
    I 5stelle? No comment, anche perché si commentano da soli, io preferisco le Maria Elena Boschi.

  2. GIANNI ha detto:

    Senza necessità di considerare usi e costumi del bel paese, spesso illegittimi, oggi la presunzione di non colpevolezza è ancora a fondamento del nostro stato di diritto.
    Che poi se ne dimentichino i pentastellati o Bersani, beh, direi non fa una piega……
    Più che interpretare la questione come il tentativo di abbandonare un cardine dello stato di diritto, penso piuttosto all’ipse dixit.
    Vi ricordate, ci ricordiamo degli atteggiamenti di un Bersani, in questo non diversi da quelli di un D’Alema?
    Se erano loro a divenire leader, segretario, ecc., guai a contestarli…..
    Se erano altri, allora loro, in qualità di ovvi riferimenti dell’ipse dixit di aristotelico-tolemaica rimembranza, potevano dire tutto ed il contrario di tutto, e i voti di coloro che avevano scelto un segretario loro avversario non contavano.
    Potevano, ora, comportarsi diversamente?
    Evidentemente no, anche per far dimenticare la loro nullità politica, non avendo altro rimedio che quello di elevare a prova di misfatto gli scritti indimostrati e, a quanto pare, indimostrabili, dell’ennesimo giornalista di turno.
    Da parte loro, per gli stessi motivi…ossia essere una nullità politica, non possono comportarsi diversamente i pentastellati, sperando che gli italiani si dimentichino delle magagne che hanno provocato.
    Ma, per fortuna, non tutti hanno la memoria corta, e non tutti si dimenticano di cosa sia e debba essere uno stato di diritto.

  3. Giuseppe ha detto:

    È l’Italia bellezza. Ormai ci dovremmo essere abituati, anche se non ci piace e, anzi, lo detestiamo. La voglia a dire che tutto il mondo è paese, e forse sarà anche vero, perché degli altri conosciamo solo quello che ci vogliono far sapere, ma qui da noi la cultura del sospetto ha tante madri (per lo più ignote) e sempre incinte e, probabilmente, la sua origine si perde nella notte dei tempi. Ho sempre sostenuto che il popolo italiano è un’accozzaglia di etnie, per cui è difficile riuscire a fare una identità precisa dell’italiano medio, ma a questa pratica siamo tutti, più o meno, addestrati. Facciamo presto a crearci dei miti, e altrettanto rapidamente cominciamo a non sopportarli così da desiderare di distruggerli, figuriamoci quindi se si parla di persone che miti non lo sono mai state, ma sono ugualmente conosciute. Mi scuso a priori per la generalizzazione, comunque a mio avviso giustificata, ma trovo evidente che i primi a seguire questo andazzo siano i giornalisti, che grazie al loro mestiere di cronisti, opinionisti o semplici reporter, nonché alle loro fonti -spesso non citate per motivi di “deontologia”, alias riservatezza, alias privacy (alias… omertà ?)- e al desiderio di suscitare scalpore, anche a costo di creare scandali, spesso lanciano accuse, o magari le lasciano appena supporre, senza fornire alcuna prova di ciò che affermano. Della serie prima parlo, poi, se sarà necessario, produrrò “le carte” oppure rilascerò una smentita, che in fondo non si nega a nessuno e, il più delle volte, lascia il tempo che trova, perché ormai il seme del sospetto è stato gettato. De Bortoli sarà anche un valente giornalista, conosciuto e stimato, ma io non lo conosco e posso solo dire che se riporta dei “si dice” o delle confidenze di “qualcuno che sa” senza provarle si comporta solo da sciacallo. E, dulcis in fundo, come al solito, non si può fare a meno di dedicare un pensierino quotidiano al M5S e alla banda Salvini, che da bravi populisti e professionisti della calunnia e della bufala, salgono sempre sul carro dell’accusatore, perché, poverini, non sanno fare altro. Oltretutto invocando a gran voce le dimissioni dei presunti colpevoli, sempre che si tratti di appartenenti al PD o comunque a partiti avversari, perché quando tocca a loro, improvvisamente dimenticano o peggio si accorgono di ignorare del tutto il significato del verbo “dimettersi”.

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