Omelie 2017 di don Giorgio: ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

15 agosto 2017: ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA
Ap 11,19.12,6a.10ab; 1Cor 15,20-26; Lc 1,39-55
Nel primo e terzo brano della Messa troviamo la presenza di alcune donne caratteristiche, precisamente di tre donne, di cui la prima appare in una visione apocalittica, mentre le altre due, Maria e la cugina Elisabetta, vengono presentate in un incontro come tra due gestanti. Ed è proprio questo aspetto, la gestazione, che qualifica anche la donna misteriosa dell’Apocalisse.
Vorrei soffermarmi, anche per questioni di tempo, sulla visione apocalittica.
Una donna misteriosa, dalla più diversa simbologia
La visione della donna misteriosa dell’Apocalisse meriterebbe un’attenzione particolare, non solo per trovare qualche risposta circa la sua vera identificazione: almeno una risposta soddisfacente che, comunque, finora non è mai arrivata, anche se resiste ancora la tradizione che ha visto, fin dall’antichità, nella donna misteriosa la personificazione della Chiesa come popolo di Dio, a parte il tentativo dei cosiddetti mariologi di vedere nella donna dell’Apocalisse la figura stessa di Maria.
In ogni caso, fuori discussione è la simbologia del grande drago rosso, da sempre e concordemente identificato in satana, come forza del male, anche se, anche qui, si sono cercate diverse interpretazioni sulle manifestazioni storiche del maligno. I primi cristiani avevano visto nel drago rosso la potenza dell’Impero romano.
La misteriosa donna in una visione apocalittica
La donna della visione apocalittica è incinta e sta per partorire un figlio maschio. Il drago rosso è pronto per divorarlo, appena nascerà. Ma, provvidenzialmente, il bambino viene rapito in cielo, mentre la madre fugge nel deserto per una certa quantità misteriosa di anni.
Non dimentichiamo che si tratta di una visione, e quindi tutto l’episodio è avvolto nella simbologia. E non dimentichiamo che si tratta di una visione particolare che si trova in un libro che si chiama “Apocalisse”, e perciò rientra in quel genere letterario caratteristico degli scritti apocalittici dell’Antico Testamento, il cui linguaggio sibillino non sempre aiutava, anzi sembrava fatto apposto per nascondere un messaggio, confondendo tra l’altro i tempi: passato, presente e futuro.
Apocalisse come “manifestazione” di un messaggio
La parola “apocalisse” di per sé significa “rivelazione”, e dunque non indica “nascondimento di qualcosa” dietro enigmi o altro, e tantomeno vuole lanciare messaggi del tipo catastrofico. Anzi, le apocalissi bibliche erano rivolte alla speranza, soprattutto nei momenti più difficili, quando il potere maligno scatenava tutte le sue forze mettendo a forte rischio la sopravvivenza del popolo ebraico.
Identificare nei simboli o nei numeri personaggi o eventi storici, soprattutto nei loro aspetti negativi, ha sempre ottenuto come effetto quello di allontanare i vari esegeti dalla realtà del messaggio divino. I personaggi e gli eventi storici passano col tempo, ma la simbologia va oltre il tempo che passa.
Come leggere allora il brano di oggi?
Si tratta, allora, di cogliere anche nel brano di oggi quel tanto che ci aiuti a comprendere almeno qualcosa del disegno divino che, tra l’altro, si realizza nel tempo, ovvero progressivamente, anche se va oltre ogni tempo presente, perché ha sempre qualcosa di nuovo da dire. In questo senso, la simbologia dice molto di più della narrazione, perché la narrazione si ferma ai fatti, mentre la simbologia dà una interpretazione possiamo dire mistica dei personaggi e degli eventi.
Vedere allora nella donna dell’Apocalisse la Chiesa potrebbe essere riduttivo, ancor più riduttivo se per Chiesa si intendesse la Chiesa/istituzione. In tal caso, difficilmente potremmo interpretare la simbologia della donna incinta che partorisce, il cui figlio viene rapito in cielo, e che poi è costretta a fuggire nel deserto. Qui la fantasia galoppa con la stessa velocità di un aereo supersonico.
E allora come intendere il deserto?
Bisognerebbe allora soffermarsi sulla lotta che sembra quasi impari, visto che, da una parte c’è una donna che partorisce e un bambino fragile, e dall’altra un dragone rosso. Forse a indicare che non c’è proporzione tra il bene e il male? Ma una domanda la vorrei fare: se il figlio si salva perché rapito provvidenzialmente in cielo e la donna è costretta a fuggire in un deserto per una durata di anni umanamente incalcolabile, chi è rimasto a lottare con le forze del demonio, sempre presenti ed efficaci?
Non può sorgere almeno un dubbio, ovvero: se dobbiamo interpretare allegoricamente le visioni dell’Apocalisse, anche quella riguardante la donna incita, che, dopo aver partorito, messo al sicuro il figlio, fugge nel deserto, perché non vedere proprio nel deserto quel mondo interiore, in cui l’essere umano deve rientrare, se vuole sfuggire alle varie alienazioni, create ad hoc da quel principe del male che agisce alla periferia del nostro essere servendosi di quell’ego diabolico che, come dice il nome “diavolo”, separa il mondo dello spirito dal mondo sensoriale, piazzando qui, fuori di noi, ogni interesse materiale e false felicità?
Ne hanno scritte di ipotesi, anche superficiali e banali, sul brano dell’Apocalisse, e perché non dovrei poter dire anche la mia?
Ammettiamo pure che la donna della Apocalisse sia la personificazione della Chiesa; perché allora non farci questa domanda: quante volte ha collaborato con il drago rosso di sangue? Ma stiamo all’oggi: che significa per la Chiesa vive nel deserto? Perché siamo sempre nel solito dilemma: o fuggire dal mondo o immergersi a capofitto nel mondo? stare in sacrestia o uscire nelle periferie?
Il vero dilemma è questo: stare fuori o dentro di noi?

 

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