Omelie 2013 di don Giorgio: Terza domenica dopo il Martirio di San Giovanni

15 settembre 2013: Terza dopo il Martirio di S. Giovanni

Is 43,24c-44,3; Eb 11,39-12,4; Gv 25-36

Il libro di Isaia non è tutto opera del profeta Isaia, vissuto nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. Gli studiosi distinguono: il primo Isaia (la parte attribuita a Isaia storico) che riguarda i primi 39 capitoli; poi c’è il secondo o deutero Isaia (dal 40 al 55 capitolo), attribuito a un profeta, di cui non conosciamo il nome, vissuto negli anni successivi al 538 a.C., quando il re persiano Ciro, dopo aver sconfitto i babilonesi, aveva permesso agli ebrei esuli a Babilonia di ritornare nella terra dei padri; poi c’è il terzo Isaia (dal capitolo 56 al 66), vissuto durante la ricostruzione del tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in avanti). Come potete capire tra il primo e il secondo e terzo Isaia c’è una distanza di un paio di secoli circa.
Il brano della Messa fa parte del secondo Isaia, scritto dunque da un profeta anonimo, negli anni successivi al 538 a.C. Il suo compito era quello di stimolare il ritorno a Sion e di cantarlo come un evento glorioso voluto da Dio. Che cosa era successo? Con l’editto di Ciro il Grande (538 a.C.) non tutti gli ebrei esuli a Babilonia volevano tornare in patria, anche perché si erano fatti una certa posizione sociale ed economica. Si erano sposati, avevano messo su casa, come si dice. Pensavano: “Chi me la fa fare a tornare in una patria tutta da ricostruire, senza più nulla, e cominciare daccapo?”. Il profeta rivolge a loro un caloroso messaggio, invitandoli a prendere coraggio e a rientrare in Palestina per ricostruire la nazione.
Qui non possiamo non aprire una parentesi. Dite quello che volete, ma capisco anche chi si è trovato un lavoro, e se lo tiene. Capisco anche chi si è trovato una bella casa, e se la gode. Capisco anche chi si è costruito una certa carriera, e non vuole tornare indietro. Capisco chi ha una bella famiglia, e se la tiene ben stretta. Rimettere tutto o anche solo una parte in discussione per una causa ancora più nobile, penso che in concreto sia difficile da accettare. In verità, che cos’è la patria? che cos’è la nazione? che cos’è il bene comune? che cos’è la democrazia? che cos’è la giustizia? Sono solo parole, quando mi si toglie ciò che ho costruito in tanti anni, con tanto sacrificio e altrettanta caparbietà. Eppure c’è qualcosa che non funziona nei nostri pur legittimi ragionamenti. L’individualismo – in realtà di questo si tratta – alla fine non paga. Tutti ci rimettiamo – soprattutto coloro che al momento non hanno problemi – quando ci vengono a mancare valori, diciamo universali, quali la giustizia, il bene comune, la stessa patria, quel senso di appartenenza o identità che è la radice del nostro futuro. Talora mi chiedo se, pur vivendo nella stessa patria, apparteniamo alla stessa patria, o non ci sentiamo come isole vaganti. Talora può succedere che quanti, per diverse ragioni, sono espatriati si sentano legati alla propria comunità più di quanto lo siano i residenti, che materialmente hanno casa e famiglia al proprio paese, in realtà vivono altrove, senza minimamente preoccuparsi delle sorti del contesto socio-politico e religioso in cui vivono. È vero che siamo ormai cittadini del mondo, ma è altrettanto vero che non siamo entità sradicate dal proprio paese. Ed è qui, nel proprio paese, che possiamo ricostruire il mondo. Anche Cristo, incarnandosi, ha scelto una patria. Si è sempre sentito nazareno.
È commovente l’inizio del capitolo 40 del libro di Isaia, quando il Signore dice: “Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata…”. Ed ecco, ora si apre la strada gioiosa del ritorno a Gerusalemme, raffigurata simbolicamente come una via “processionale”, cioè come una di quelle strade perfettamente piane e rettilinee poste davanti ai templi nell’Antico Vicino Oriente. «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati, il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata”». Queste parole sono state messe dagli evangelisti in bocca a Giovanni Battista, con un altro significato: preparare la via al Messia che stava per apparire sulla scena pubblica. invece il profeta anonimo dell’Antico Testamento pensava al popolo ebreo che doveva tornare in patria, su una strada facilitata dalla provvidenza di Dio.
Anche qui notiamo quanto i profeti fossero duri nel condannare i tradimenti del popolo eletto alla alleanza con il Signore, e quanto, nello stesso tempo, avessero parole di consolazione e di speranza. Un tema, questo, molto interessante. Non è facile conciliare una certa durezza con la maternità o la tenerezza, come usa dire Papa Francesco. Anche i castighi talora servono, ma non per scoraggiare o allontanare, ma per aiutare qualcuno a ravvedersi o a convertirsi, o a puntare al meglio. Noi moderni diciamo che le punizioni devono essere pedagogiche. Non saprei con quale proporzione, ma credo che, leggendo attentamente la Bibbia, accanto ai castighi ci siano altrettante parole di consolazione. La speranza è la parola più presente sulla bocca di Dio.
Anche il termine “apocalisse” è stato interpretato male, frainteso, visto nel suo aspetto negativo. Per noi moderni apocalisse è sinonimo di disastro, evoca qualcosa di catastrofico, la fine del mondo. Invece il significato etimologico indica “rivelazione” o “manifestazione”. L’Apocalisse della letteratura ebraica (Daniele nell’A.T.) e quella del N.T. contengono, certamente, descrizioni di fenomeni terrificanti, ma l’intenzione è tutt’altro che intimidatoria o spettacolare. In una parola, esse “rivelano” una sola verità: la disgrazia, il dolore, la disperazione non avranno il sopravvento che per un tempo limitato, perché all’interno stesso delle presenti rovine, Dio sta preparando “cieli nuovi e terra nuova”. Non si dimentichi che la letteratura apocalittica, che sarebbe nata nel tardo giudaismo (cioè alla fine dell’A.T.) ha avuto grande sviluppo in periodi di crisi religiosa e politica della storia d’Israele. Quando tutto sembrava perduto, gli apocalittici incoraggiavano il popolo oppresso ed alimentavano la speranza di una futura rivincita. In tal modo, essi volevano aiutare i loro contemporanei a saper leggere, anche nelle situazioni storiche più disastrose, l’intervento di Dio, che non abbandona mai quelli che credono nel suo nome. In questo senso è tipico il libro di Daniele, spesso richiamato nell’Apocalisse che con riferimenti alla storia passata (ad esempio l’imperatore Nabucodonosor, nel 600 a.C.), descrive la situazione a lui contemporanea, alludendo alla persecuzione di Domiziano (80-100 d.C.). Quando Giovanni scrive, la Chiesa primitiva è appena stata decimata da una persecuzione sanguinosa, scatenata da Roma e dall’impero romano (la bestia) ma per istigazione di satana, l’avversario per eccellenza di Cristo e del suo popolo.
L’Apocalisse, quindi, è un libro scritto per un tempo di crisi e destinato a una comunità terribilmente messa alla prova, che ha bisogno quindi di conforto. È un messaggio di speranza che riassume tutti gli obblighi del cristiano, in tempo di persecuzione, nel dovere di una fedeltà incrollabile alla causa di Cristo e della Chiesa.
Il primo brano della Messa termina con queste parole: “Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurùn che ho eletto, perché io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido”. Iesurùn è un nome per indicare Israele, probabilmente è un vezzeggiativo, un nome che indica affetto: qualcuno lo traduce “mio popolo amato”. Molto espressiva e suggestiva l’immagine dell’acqua che irrora la terra; lo stesso deserto rifiorisce. La terra ha bisogno di acqua. Guai se la pioggia dovesse ritardare mesi e mesi! Tutto e tutti ne soffrirebbero! Il popolo ebreo ne sapeva qualcosa, quando era nomade. Quante volte protestava contro Dio quando gli mancava acqua! C’è aridità e aridità! Quella del corpo e quella dello spirito! Acqua è quella che viene dal cielo, e acqua è quella che disseta il nostro essere. Forse noi non abbiamo mai provato la sete fisica, ma forse non ci accorgiamo di essere assetati di qualcosa d’infinito. Questo è il dramma dell’occidente, che non sa di essere come terra assetata, come un terreno incolto screpolato dal sole cocente. Noi occidentali crediamo di dissetare i nostri disagi con un eccesso di avere, coprendo così la sete d’infinito. Ma l’infinito non lo si copre con le cose. Ci stiamo spegnendo dentro, immersi in un mare di superfluo che ci sta annegando. L’attuale crisi economica ci sta denudando anche, stavo per dire soprattutto, nel nostro superfluo, diventato una necessità di vita. In questo senso può essere provvidenziale. Ma, rimasti nudi di cose, non riusciamo ancora a sentire la nudità dentro. Cessata la crisi, torneremo a correre dietro a cose superflue. Se capissimo invece la lezione! Se sentissimo la sete dell’infinito! Se tornassimo al nudo essere, forse risolveremmo anche i problemi dell’avere.

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