Omelie 2019 di don Giorgio: Terza dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

15 settembre 2019: Terza dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore
Is 43,24c-44,3; Eb 11,39-12,4; Gv 5,25-36
“… per amore di me stesso”…
Leggendo il primo brano della Messa qualche considerazione personale mi viene spontanea, pensando ad esempio alla grande disponibilità di Dio al perdono dei peccati dei suoi eletti, ovvero degli appartenenti al popolo ebraico.
Non è frequente trovare queste parole da parte del Dio dell’Alleanza, solitamente duro verso i ribelli e i traditori.
Quanto antropomorfismo, ovvero un modo di esprimersi tipicamente umano: “mi hai dato molestia… mi hai stancato…”.
E poi il Signore va al di là di questo linguaggio umano, e dice sorprendentemente, ma nel modo tipicamente divino: “Io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso”.
Qui c’è tutto Dio! Non c’è nulla di umano. Dio non perdona i peccati perché il popolo si è pentito, sentendosi quasi obbligato a perdonarlo. No! Dio perdona unicamente per amore di se stesso. Il vero motivo del perdono va trovato nella stessa natura divina. Non solo Dio persona per se stesso, ma anche ama per se stesso. Non mi ama perché sono amabile, o perché seguo la sua legge fedelmente. Perdona e ama in modo del tutto gratuito.
Se è vero che Dio ama se stesso in me, così perdona i miei peccati perché ama se stesso in me.
Se si capiscono queste cose, è perché si vive di Mistica, la quale non usa parole antropomorfiche, ma divine. Bisogna essere nel mondo della Mistica per capire come Dio ci ami e come Dio ci perdoni. Dio ci ama e ci perdona in se stesso, ovvero in quella realtà dello Spirito che non si fa condizionare. Io faccio il bravo e quasi costringo Dio a volermi bene, o chiedo umilmente perdono, e quasi pretendo che Dio mi perdoni. No, Dio mi ama al di là del fatto che sia bravo o no, e mi perdona al di là del fatto che mi penta o no.
Tutte le condizioni o le pretese che ogni religione mette al credente per essere amato o perdonato da Dio sono puramente folli: ovvero, mettono Dio nella gabbia dei nostri sistemi come se tra noi e il Signore ci fosse un reciproco legame.
Non sapete quanto mi siano di gioia e di conforto, e quanto mi siano di stimolo per ogni mio rapporto umano con il prossimo, le parole del Signore: “per amore di me stesso”!
La misura dell’amore e del perdono non sono le regole imposte dalla Chiesa, ma è lo stesso amore divino che non cambia volto neppure quando perdona.
Acqua, spirito, benedizione
C’è un’altra annotazione interessante da fare leggendo attentamente il primo brano.
Si tratta di tre parole che chiamerei essenziali nel senso più profondamente mistico: acqua, spirito, benedizione.
«… io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri».
Anzitutto, “verserò acqua… torrenti…”.
Dio verserà acqua che disseterà una terra arida. Terra, ovvero noi che abbiamo con la terra un rapporto del tutto speciale, strettissimo, se è vero che, come scrive l’autore della Genesi, Dio ha plasmato l’uomo con polvere del suolo.
Tra acqua e terra c’è, dunque un legame di stretta necessità. La terra e l’uomo non possono vivere senz’acqua, e l’acqua che valore ha se non disseta la terra e l’uomo?
Secondo il racconto della Genesi l’acqua esisteva già prima della creazione della terra e dell’uomo. Sulle acque lo Spirito santo “aleggiava”, con un’allusione alla colomba che diventerà nei secoli il simbolo dello Spirito.
Dunque, prima l’acqua, e poi il creato, e poi l’uomo. Un’acqua già fecondata dallo Spirito santo. Dunque, l’acqua fecondata disseta la terra da cui l’uomo è stato tratto, e  disseta l’uomo che, come corpo, ha bisogno di acqua. Ma l’uomo non è fatto solo di corpo. L’autore della Genesi scrive: «Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7). L’alito di vita che cos’è se non lo spirito?
Ed ecco la seconda affermazione di Dio: «Verserò il mio spirito sulla tua discendenza».
L’uomo, in quanto spirito, ha bisogno di un’acqua che lo disseti. Secondo il detto che la Bibbia si spiega con la Bibbia, non possiamo non ricordare l’episodio dell’incontro attorno a un pozzo di Gesù con la samaritana, raccontato dall’evangelista Giovanni al quarto capitolo. Gesù parla di un’acqua che diventa in chi la beve “una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Poco dopo parla di Spirito. Sempre Giovanni, capitolo settimo, scrive che, nell’ultimo giorno della Festa delle Capanne (durava sette giorni), Gesù “ritto in piedi” gridò: «”Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui».
L’ultima parola è benedizione: “Verserò… la mia benedizione sui tuoi posteri».
Dovremmo riscoprire, anzitutto, il senso biblico di questa parola che col tempo ha anche assunto, sempre più peggiorando, fino ai nostri giorni, un significato talora più magico e anche folcloristico che prettamente religioso. Pensate alla benedizione di certi oggetti, di certe cose (case, auto, trattori, ecc.).
La benedizione è solitamente riservata ai ministri del culto, ma non posso dimenticare che anticamente era riservata anche ai genitori, quando benedivano la mensa, i figli quando uscivano di casa o se ne andavano lontano. Era una bella tradizione, oggi caduta nel disuso.
Di per sé la benedizione è riservata a Dio. Ma in ogni cosa c’è la benedizione divina. C’è, dunque, nella creazione, dove tutto è benedizione di Dio: una specie di energia cosmica che trasmette qualcosa di speciale, che entra in sintonia con il nostro mondo interiore.
Tutto il creato, come dice la parola “benedizione”, parla bene di Dio: non è una formula di preghiere come viene intesa oggi una benedizione rituale.
Il creato in sé parla bene di Dio, e lo fa nella sua bellezza naturale, che non è artificiosa, non è opera dell’uomo che manipola la natura per farne uno spettacolo consumistico. Pensate alle cascate, le cui acque scendendo precipitosamente con salti enormi (e più sono enormi più danno spettacolo) frantumano le acque in migliaia e migliaia di gocce, emanando per chi ha le orecchie sensibilissime dei lamenti di dolore.
La natura parla bene di Dio nella sua semplicità, talora così umile da sfuggire all’occhio distratto del turista che, preoccupato di vedere gli spettacoli, calpesta fiori e altro.
La natura è una benedizione di Dio, perché Dio non agisce attraverso formule magiche, casomai la benedizione sta in un semplice gesto di bontà, di perdono, di solidarietà.

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