Omelie 2017 di don Giorgio: FESTA DELLA DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO

15 ottobre 2017: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
Bar 3,24-38 opp. Ap 1,10; 21,2-5; 2Tm 2,19-22; Mt 21,10-17
Un capolavoro d’arte, ma non basta
La terza domenica di ottobre di ogni anno è dedicata dal Rito ambrosiano a commemorare liturgicamente la Dedicazione o Consacrazione del Duomo di Milano, che è come il cuore pulsante della Diocesi ambrosiana. Parlando del nostro Duomo si è tentati subito di elogiarne l’architettura artistica: un capolavoro di bellezza gotica, con le sue guglie, le sue colonne e le sue vetrate, che attira sempre migliaia e migliaia di turisti.
Ma il Duomo, così come ogni chiesa, è anzitutto casa del Signore. Se, entrando in una chiesa, non si respirasse il Divino, sarebbe come entrare in un ambiente dove mancasse l’aria.
Tempio dello Spirito santo
Nella seconda Lettera ai cristiani di Corinto (6,19), Paolo scrive: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?”. Ha scritto queste parole per far capire l’importanza di rispettare il proprio corpo contro i costumi licenziosi di alcuni cristiani.
Ma che significa corpo per Paolo? Da intendere solo nel suo aspetto materiale? Se fosse così, quando il corpo deperisce, che succede? Che non siamo più tempio dello Spirito santo?
Il vero tempio dello Spirito di Dio siamo noi, ovvero il nostro essere, nella sua realtà più interiore. Qui risiede lo Spirito divino. Noi siamo la casa di Dio, in quanto essere.
Se la natura è il tempio di Dio, se la chiesa come muratura è la casa di Dio, anzitutto è il nostro essere il tempio del Dio purissimo spirito. Dentro di noi, c’è un  continuo rapporto col Divino. I Mistici parlavano di nascita o di generazione del Figlio di Dio. Una nascita o rinascita del tutto “singolare”, intendendo singolare nel suo significato più stretto: ognuno di noi vive ogni istante la nascita di Dio come Spirito.
Soprattutto in questi ultimi tempi si parla di comunità, di senso comunitario, di popolo di Dio, come un tempo si parlava di collettivo.
Attenzione: c’è un rischio, ed è quello di distruggere la nostra singolarità, che precede e non può essere soffocata dal senso comunitario. Già dire populismo dovrebbe farci paura. Ma anche semplicemente dire massa. Noi non siamo massa. Siamo singoli, il che non significa che siamo individualisti. La singolarità è una qualità essenziale del nostro essere, anche nel suo aspetto sociale e comunitario.
Gesù e il tempio
Passiamo al brano del Vangelo. Non possiamo, anzitutto, non ricordare che l’episodio è narrato dai quattro evangelisti, ma con alcune differenze. Mi limito a evidenziare quelle più interessanti. Nel vangelo di Giovanni l’episodio di Gesù che scaccia i venditori dal tempio lo troviamo all’inizio, secondo capitolo, subito dopo il miracolo delle nozze di Cana. Invece, i tre sinottici (Matteo, Marco e Luca) lo pongono alla fine del ministero pubblico di Gesù, nel suo ultimo viaggio a Gerusalemme, quando Gesù entra nella città santa in modo trionfale.
Ma anche nei tre sinottici ci sono delle differenze. Marco ad esempio collega la reazione dei capi dei giudei (i capi dei sacerdoti e gli scribi) al gesto violento e alle dure parole di Gesù quando scaccia i venditori dal tempio, mentre Matteo sembra collegare la reazione alle parole entusiaste dei fanciulli, ma soprattutto al gesto di Gesù che guarisce ciechi e storpi. Luca è più sbrigativo. Ma è Marco che evidenzia un particolare davvero interessante. Prima di scacciare i venditori, Gesù «entrò nel tempio, e dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tardi, uscì con i Dodici verso Betania». Gli esegeti fanno notare che il verbo greco tradotto in italiano “guardare attorno” indica un giro di occhi a 360 gradi. Ha osservato attentamente tutto. Ma, ecco la domanda, che cosa ha visto. Qualche esegeta risponde: Gesù ha visto che il Tempio era assolutamente vuoto! Vuoto di Dio! Sarebbe facile applicare il gesto degli occhi di Gesù all’oggi, e porre la stessa domanda: Gesù che cosa vedrebbe nelle nostre chiese?
Il villaggio di cartone
E, riferendomi al gesto di Gesù di guarire ciechi e storpi, un gesto che ha scatenato le ire dei caporioni di allora, vorrei ricordarvi un film di Ermanno Olmi, uscito nel 2011, dal titolo: “Il villaggio di cartone”. L’ho visto su internet, ed è davvero coinvolgente. In breve la trama.Vi leggo una bella recensione del film.
«Una chiesa. Un parroco. Un’impresa di traslochi. La chiesa non serve più e viene svuotata di tutti gli arredi sacri, ivi compreso il grande crocifisso sopra l’altare. Restano solo le panche in uno spazio vuoto. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte mentre il sacrestano ne prende atto. Ma, di lì a poco, un folto gruppo di clandestini in cerca di rifugio entra nella chiesa e, con panche e cartoni, vi installa un piccolo villaggio. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita ma dall’esterno gli uomini della Legge si fanno minacciosi. Ermanno Olmi porta sullo schermo l’apparente inutilità della Chiesa. Il suo svuotamento è visto come ineluttabile dal sacrestano pronto a tradire. Ma è proprio da questa spoliazione che il senso di ecclèsia può tornare ad acquisire il significato delle origini. A offrirglielo saranno quelli che vengono considerati gli invasori e che agli occhi del mondo stanno occupando un luogo che fu sacro ed ora non può più offrire asilo. Saranno però loro a ridare un valore al fonte battesimale pronto a raccogliere la pioggia che scende dal tetto e, soprattutto, a consentire al vecchio parroco di trovare un senso al Mistero. Quel Mistero sul quale si è trovato a dubitare non ora, nel momento del depauperamento, ma quando la sua chiesa era affollata. Quel Mistero che fa sì che Dio si manifesti attraverso gli occhi di uomini e donne i cui sguardi, quando si incrociano, possono mutarne i destini. L’uomo di Chiesa senza più una chiesa diviene più forte, più capace di interrogarsi fino a riuscire a comprendere che il Bene è più grande della Fede. È in nome di questo Bene che può opporsi alla stupidità degli uomini di legge, pronti ad obbedire a qualsiasi assurdità, ricordando loro che verrà il giorno in cui saranno giudicati per quanto fanno a questi ultimi privi di difesa».
Che dire di quei sindaci che multano i cittadini perché offrono ospitalità agli immigrati? Baciano un crocifisso di legno o di gesso, e sputano sui crocifissi umani!

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