Omelie di don Giorgio: Quinta domenica di Avvento – rito ambrosiano

15 dicembre 2013: Quinta di Avvento

Mi 5,1; Ml 3,1-5a.6-7b; Gal 3,23-38; Gv 1,6-8.15-18

Già l’ho detto nell’omelia del 1 dicembre: a parte Gesù, l’atteso Messia, due sono i protagonisti dell’Avvento cristiano, Maria e il precursore Giovanni. Nelle domeniche precedenti, più volte la liturgia ci ha offerto la possibilità di conoscere il Battista. Ora è opportuno, direi doveroso soffermarci su questo personaggio che, tra l’altro, ha avuto un suo notevole seguito (l’evangelista Giovanni è stato un suo discepolo, prima di passare al seguito di Gesù), e lo avrà anche dopo la sua tragica morte: i discepoli del Battista creeranno non pochi problemi ai primi cristiani.

Giovanni è il figlio del miracolo. La madre Elisabetta era sterile, ma, benché avanti negli anni, Dio le concede di avere un figlio. Quando l’arcangelo del Signore gli annuncia che sarà padre, Zaccaria sul momento non ci crede, e, per punizione, resterà muto fino alla nascita del figlio, a cui metterà il nome Giovanni.

Anche Giovanni, dunque, è il segno della promessa di Dio che, nonostante tutto, continua la storia della salvezza. Ma Giovanni ha avuto una missione del tutto particolare: a differenza degli altri profeti del’Antico Testamento, ha chiuso un’epoca per aprirne un’altra: quella messianica. Più che preannunciare, doveva preparare l’entrata in scena del Messia. Certo, sarebbe interessante soffermarsi sui rapporti di parentela tra Gesù e Giovanni, due cugini. Senz’altro si conoscevano fin da bambini. Possiamo dire che il loro primo incontro è stato quando Maria, incinta, andò a far visita alla cugina Elisabetta, anch’essa incinta. Annota l’evangelista Luca: «Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo». Sussultò “di gioia”, così specificherà in seguito. Sussultare nel grembo è un’espressione difficile da tradurre, non rende bene l’idea di ciò che è successo in quell’incontro. Possiamo pensare che anche Gesù nel grembo di Maria abbia risposto sussultando lui pure di gioia.

Non sappiamo nulla di ciò che è successo nei primi anni tra i due cuginetti. Possiamo pensare che sia stata una vita normale di ragazzi che crescono, giocano insieme, si divertono, aiutano i genitori. A un certo punto la loro vita si è divisa: Gesù e Giovanni si sono persi di vista. Giovanni, fattosi grande, adempie la sua missione, prima che Gesù entri in scena. Questo era il suo specifico compito: quello di precedere, quello di preparare, quello di essere il precursore del Messia. Può darsi che non sapeva che l’atteso messia fosse il cugino Gesù. Oppure, sapendolo, si fosse illuso di conoscerlo bene, nel suo progetto di salvatore. Qui penso che sia doveroso fare un po’ di chiarezza. Una domanda: Giovanni si è limitato a preparare la strada all’avvento del Messia, invitando la gente a convertirsi, mediante una dura parola di ravvedimento e un gesto quasi magico, quello della immersione nelle acque del Giordano, oppure, oltre a questo, ha intuito qualcosa di ciò che avrebbe fatto il Messia? Gli studiosi dicono che Giovanni probabilmente ha capito ben poco o nulla, tanto è vero che a un certo punto è stato preso dai dubbi. Quando Giovanni è in carcere nella fortezza di Macheronte, invia alcuni discepoli da Gesù ponendogli questa domanda: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”.

Perché Giovanni è stato assalito dai dubbi? Probabilmente Gesù, quando è entrato in scena, ha scombussolato le previsioni di Giovanni, che si attendeva un altro Messia. D’altronde, è facile oggi dire questo, perché sappiamo che cosa in realtà ha fatto Gesù. Ma chi, allora, poteva prevedere quale sarebbe stata la missione del Messia? Era tale la Buona Notizia che avrebbe sconvolto ogni previsione. Una Novità che neppure oggi siamo ancora riusciti a cogliere in pieno, nonostante duemila anni di cristianesimo. Sembra che, invece di progredire nella conoscenza della Novità evangelica, la blindiamo per paura di chissà quali eventuali nemici, e, facendo così, lasciamo che la Novità resti immobile, anche se sono convinto che nulla e nessuno potranno renderla sterile.

Tuttavia, non possiamo con questo sminuire l’importanza e il valore di Giovanni Battista, che lo stesso Gesù ha elogiato in pubblico: per la sua sincerità e coerenza, per la sua austerità di vita e per il suo coraggio. Certo, un profeta severo, dalla parola tagliente, che non guardava in faccia a nessuno, ma lo sarà anche Gesù. Un profeta che ha invitato la folla a convertirsi, e ha sferzato il malcostume dei potenti, e lo sarà anche Gesù.

Gesù, rivolgendosi alle folle che lo stavano seguendo, parlando di Giovanni Battista ha detto: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?”. Tutti sanno che le canne sono flessibili, e ondeggiano al soffio del vento. È nota la frase: quel tale va dove tira il vento. Ha un duplice significato: uno negativo, e uno positivo. Anzitutto negativo: si è come banderuole, senza idee, senza convinzioni, senza carattere, oppure si è opportunisti: cambiamo idee e convinzioni a seconda dell’opportunità che ci fa comodo. C’è anche il significato positivo: c’è il vento delle trasformazioni, dei cambiamenti, delle novità. Qui bisogna avere lo spirito di discernimento: saper capire se si tratta di una vera rivoluzione, di un vero cambiamento, di una autentica novità. Novità non va intesa come moda. Ma soprattutto c’è il vento dello Spirito santo, che soffia quando lui vuole, come lui vuole. Nessuno sa da quale parte il vento dello Spirito provenga. Da tutte le parti.

Ecco perché bisogna aprire il cuore a 360 gradi. Quando penso alla canna, penso anche alle parole di Blaise Pascal, filosofo francese vissuto nel 1600, noto per i suoi Pensieri. Parlando della fragilità dell’essere umano, scrive: «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di chi lo uccide, dal momento che egli sa di morire e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo non sa nulla. Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale».

L’uomo, dunque, è una canna fragile, ma che pensa. Dobbiamo lavorare a “ben pensare”. Basterebbero queste parole per farci riflettere a lungo. Oggi, l’uomo è colui che pensa? Prima di porci la domanda: che cosa pensiamo e come pensiamo?, dovremmo chiederci: il pensiero quale parte ha nella nostra esistenza? noi pensiamo? Eppure di tempo ne dovremmo avere. Ma siamo così stressati che non abbiamo voglia di pensare. Invece che concederci vacanze ed evasioni – chi se le può permettere, ma vedo che, nonostante la crisi, la gente ancora si diverte, forse per distogliere la mente dalla crisi – perché non spendere qualche euro per comperarsi qualche buon libro che aiuti a riflettere?

Ma non sapete che è proprio la mancanza di pensiero che permette al potere di dominarci? Ma non sapete che è proprio sull’analfabetismo culturale del popolo che la corruzione del potere fa ciò che vuole? Non vi sembra che siamo come in un circolo vizioso: noi cittadini non pensiamo e siamo dominati da gente che non pensa? C’è l’analfabetismo popolare e c’è l’analfabetismo dei partiti politici, che è altrettanto pauroso. Ciò che fa spavento oggi in Italia è la mancanza di quel “ben pensare”, di cui parlava il filosofo francese.

Gesù continua il suo elogio di Giovanni Battista: «Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re”. È uno degli accenni di Gesù ai palazzi del potere. Non è dunque vero che Gesù non conoscesse la realtà del contesto politico in cui viveva. Sapeva benissimo ciò che succedeva in quei palazzi, dove, accanto alla corruzione, predominava la voglia di dominare, di conquistare, di sottomettere i più poveri. Gesù ha contestato quel potere, politico e religioso, entrambi complici e conniventi col “mal pensare”. E Gesù sarà condannato dai capi politici, e anzitutto dai capi religiosi. È stato preceduto da Giovanni Battista, che ci ha rimesso la propria vita, per aver condannato il marciume di un potente.

Il lusso dei palazzi di potere: qui non abita l’onestà, non risiede la giustizia. Il lusso rimanda ad una ricchezza costruita sui furti, sulle ingiustizie e sulle illegalità. Già l’avere mette in crisi l’essere pensante, ma il troppo avere, più del dovuto, più di ciò che la natura stabilisce come diritto universale, è frutto di un egoismo che causa squilibri sociali, e fa star male la maggioranza degli esseri umani, che così sono costretti a vivere di miserie.

E Gesù continua: “Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinnanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. 

Il profeta è un messaggero che prepara la strada. Non è uno che si accontenta del già visto o del già fatto. È uno che precede, uno che intravede, uno che guarda avanti, pur camminando nel tempo presente. Il profeta non è un visionario. Sì, è un utopista, ma nel senso che, come dice la parola “utopia”, non ha alcun luogo dove risiedere, dove restare immobile: il suo luogo è la strada su cui cammina per far camminare l’essere umano. Non tocca al profeta aprire strade nuove: è la Novità evangelica, o lo Spirito santo ad aprirle. Ma il profeta invita a vedere, ad aprire gli occhi. Il profeta stimola quando ci si ferma, mette in crisi le certezze di fede. Il profeta sblocca la casa, per permettere che si esca per andare incontro al Dio che viene.

Dio non viene in casa, per rimanerci, chiuso come in una prigione. La Chiesa non è l’abitazione di un Dio che trova quattro mura la sua dimora, in pace. La Chiesa è l’universo che si apre all’infinito che è già dentro ciascuno di noi. Un cristiano soffre, quando è costretto a respirare aria chiusa.

Ogni cristiano deve sentirsi un profeta. La Chiesa è una comunità di profeti che camminano, aprendo gli orizzonti infiniti dell’universo.

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