Omelie 2020 di don Giorgio: PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA

16 febbraio 2020: PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA
Bar 1,15a; 2,9-15a; Rm 7,1-6a; Gv 8,1-11
Undici versetti contestati
Prima di spiegare il terzo brano della Messa, che narra l’incontro tra Gesù e una donna sorpresa in adulterio, occorre premettere che, pur essendo un testo che la Chiesa ha sempre ritenuto Vangelo autentico, dunque appartenente al canone dei libri biblici ispirati, ciononostante il racconto ha conosciuto una storia strana e paradossale.
Il brano è stato ignorato dai padri della chiesa greca fino al XII secolo e ancora nel 1546, in occasione del Concilio di Trento, vi erano alcuni che avrebbero voluto toglierlo dai Vangeli. Nei più antichi manoscritti questo testo manca, poi lungo i secoli vaga come un masso erratico della tradizione evangelica: lo troviamo ora all’interno del vangelo secondo Luca, ora in quello di Giovanni.
Dopo un lungo e travagliato migrare il testo è stato inserito nel quarto vangelo, il vangelo secondo Giovanni, dopo il capitolo 7 e prima del v. 15 del capitolo 8, in cui è attestata una parola di Gesù che sembra giustificare questa collocazione: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno».
Tra parentesi. «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno». Parole, comunque, che meriterebbero, da sole, anche al di fuori del loro contesto, una particolare riflessione. Noi, è vero, giudichiamo cose, eventi e persone secondo la carne, nella loro esteriorità, pretendendo nello stesso tempo di giudicare la loro coscienza. Abbiamo il dovere di giudicare le persone nel loro comportamento, soprattutto se hanno un ruolo istituzionale, ma senza entrare nella loro coscienza, che spetta a Dio giudicare. Chiusa parentesi.
Secondo gli esegeti il brano dell’incontro di Gesù con l’adultera, per lo stile, la tematica, la grammatica, appartiene al vangelo di Luca, che è anche l’evangelista più attento all’insegnamento di Gesù sulla misericordia.
E l’uomo dov’è?
Fatta questa doverosa premessa, vediamo di fare alcune riflessioni. Partiamo da alcune osservazioni che potrebbero sembrare le più marginali, ma non lo sono.
Pensiamo, anzitutto, all’assenza dell’uomo che insieme alla donna ha commesso adulterio. Eppure la legge era chiara. Nel libro del Levitico (20,10) c’è scritto: «Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte». Così c’è scritto anche nel libro del Deuteronomio (22,22).
E, inoltre, che dire di coloro che conducono quella donna sorpresa in adulterio? L’autore sacro parla di scribi e farisei, che alla fine del racconto sono chiamati “anziani”, un termine che indica non un’età anagrafica, ma coloro che facevano parte del Sinedrio, supremo organo giuridico di Israele, composto, notatelo, di soli maschi.
Per metterlo alla prova
Ma c’è di più. Tutti sapevano dello stato d’adulterio di quella donna e del suo amante, ma li hanno sorpresi di proposito per mettere Gesù alla prova. Giovanni, o Luca, scrive: «Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo». Ed è qui il punto centrale del racconto: voler mettere in difficoltà Gesù, un Gesù che predicava misericordia, ma di fronte alla legge come si sarebbe comportato?
E perché scribi e farisei volevano screditare la figura di Gesù, creandogli un tranello? Lo dice chiaramente l’autore del testo: «Il Signore Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino (sul far dell’alba) si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro». Tutto il popolo andava da lui: questo ha scatenato l’odio e la vendetta dei caporioni ebrei.
“Tutto il popolo andava da lui”.
Certo, non andava da lui, perché Gesù faceva il populista, tanto è vero che a un certo punto il popolo lo ha tradito, quando Gesù ha fatto chiaramente capire che parlava di un pane che non era tanto quello materiale, ma di ben altra sostanza, ovvero spirituale. Ancora oggi, il popolo tra uno che promette pane materiale che nutre la pancia e chi parla di un pane interiore che nutre lo spirito, ascolta le esigenze della pancia. Provate a parlare di Mistica, e per Mistica intendo quella medievale, e la gente vi guarderà male, ma non è poi del tutto vero osservando la gente che viene a questa Messa per sentir dire continuamente che la Mistica è il segreto della vera beatitudine, quella interiore.
Si inchina e scrive per terra
C’è un’altra osservazione, che potrebbe sembrare ancor più marginale, ma non lo è. Per ben due volte, l’autore sacro fa osservare che Gesù si china e si mette a scrivere col dito per terra. Notiamo alcuni termini: anzitutto, il verbo chinarsi. Certo, per scrivere per terra bisogna chinarsi, ma mi piace moltissimo questo commento che ho letto: “Gesù si inchina di fronte alla donna che è in piedi davanti a lui! Si pensi all’eloquenza di questa immagine: la donna che era stata presa e fatta stare in piedi davanti a Gesù seduto come un maestro e un giudice, la donna che ha alle spalle i suoi accusatori con le pietre già pronte in mano, vede Gesù chinato a terra di fronte a lei”.
Adulterio come tradimento dell’Alleanza
Al di là dell’episodio, in cui si parla di adulterio di una donna, forse si dimentica il vero contesto, ed è quanto dicevano, anche attirandosi le ire e le persecuzioni, i profeti dell’Antico Testamento a proposito della infedeltà del popolo eletto nei riguardi dell’Alleanza con il Signore: tradimento che era chiamato adulterio. Il popolo tradiva per unirsi agli idoli, per alleanze politiche di convenienza, dimenticando il Bene Sommo.
Il tempo a mia disposizione per questa omelia è già trascorso, ma credo che sarà doveroso soffermarci, in altre occasioni, sulla parola “adulterio”, allargando il significato ai vari aspetti della vita sociale, politica e soprattutto religiosa.
Con quale facilità tradiamo i nostri ideali, soprattutto da parte di una Chiesa che già i Padri della Chiesa accusavano di essere una “meretrix” pur aggiungendo l’aggettivo “casta”, quasi una giustificazione su cui mettere tanti dubbi, se la consideriamo come quell’organismo carnale, che si è prostituito ad ogni potere umano.

2 Commenti

  1. Da sempre la lingua ha ucciso piu’ della spada,perchè la spada uccide il corpo,ma la lingua uccide l’esere umano nella sua essenzialita’. Il tuo articolo è un capolavoro:GRAZIE SIMONE.

  2. simone ha detto:

    Una delle omelie che ho sentito in questo weekend accennava alla storia di questo brano nelle diverse trascrizioni; al tentativo di ometterlo o dimenticarlo dai testi sacri.
    E’ proprio vero che rappresenta una visione opposta al buon senso della gente. Leggere questo brano ci lascia in un certo senso basiti. A differenza di altri perdoni compiuti da Gesù, vedi la donna che buttatasi ai suoi piedi le lavava i piedi con le lacrime, questa rimane inerme, non fa niente. Spesso al perdono associamo una penitenza, un castigo che ci permette di estirpare la nostra colpa. In assenza di questo castigo sembra quasi che il nostro perdono non valga. Qui è tutto opposto. Il perdono arriva senza castigo; Gesù non vuole giustificare la colpa che riconosce e condanna, vuole salvare il peccatore. E lo fa con grande intelligenza. Davanti al tranello legato alla legge risponde ribaltando la questione. Più che la domenica della “divina clemenza”, il centro mi sembra l’inclinazione sbagliata della gente al giudizio o meglio ancora, alla condanna. Gesù prima evidenzia come il nostro peccato venga prima della condanna verso gli altri. Sembra quasi che per condannare serva essere giusti. Poi quando lui stesso, il Giusto, si astiene dal farlo e ci comunica che a nessuno è concesso il potere di condannare gli altri. Il vero insegnamento mi sembra proprio questo: da una parte la capacità di “lasciarsi amare da Dio” accettando il suo perdono anche quando non è “guadagnato”. Dall’altra parte la capacità di non condannare il fratello anche davanti alle colpe più gravi. Non si vuole eliminare il giudizio che è essenziale per discernere il giusto dallo sbagliato, ma evitare la condanna verso il fratello. Purtroppo oggi si uccide più con la lingua che con la spada.

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