Quelle intercettazioni sono un regalo: ho chiesto solo la verità

da L’Unità.tv
Matteo Renzi
16 maggio 2017

Quelle intercettazioni sono un regalo:

ho chiesto solo la verità

Matteo Renzi su Facebook risponde così relativamente all’inchiesta Consip e alle intercettazioni pubblicate: “Nel merito queste intercettazioni ribadiscono la mia serietà”
Questa mattina il Fatto Quotidiano pubblica con grande enfasi delle intercettazioni tra me e mio padre. Risalgono a qualche settimana fa e sono già in un libro, a firma di un giornalista che si chiama Marco Lillo.
Nel merito queste intercettazioni ribadiscono la mia serietà visto che quando scoppia lo scandalo Consip chiamo mio padre per dirgli: “Babbo, questo non è un gioco, devi dire la verità, solo la verità.”
Mio padre non ha mai visto un tribunale fintantoché suo figlio è diventato premier. Fino a quel momento ha vissuto tranquillamente la sua vita, esuberante e bella: ha 66 anni e proprio sabato scorso ha festeggiato i 45 anni di matrimonio. Quattro figli, nove nipoti, gli scout, il coro della chiesa, il suo lavoro e naturalmente la passione civica per Rignano: è un uomo felice. Ha conosciuto la giustizia solo dopo che io sono arrivato a Palazzo Chigi. Non è abituato a questa pressione che deriva dal suo cognome più che dai suoi comportamenti. Gli ricordo che se sa qualcosa è bene che la dica, all’avvocato e al magistrato. La verità prima o poi emerge: è giusto dirla subito.
Politicamente parlando le intercettazioni pubblicate mi fanno un regalo. La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l’ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni. Ma non ho alcun titolo per lamentarmi: non sono il primo a passare da questa gogna mediatica. Anzi: ad altri è andata peggio. Qualcuno si è tolto la vita per le intercettazioni, qualcuno ci ha rimesso il lavoro.
Ma umanamente mi feriscono perché in quella telefonata sono molto duro con mio padre. E rileggendole mi dispiace, da figlio, da uomo. Da uomo delle istituzioni, però, non potevo fare diversamente.
Vi racconto i fatti. È il 2 marzo. Il giorno prima, mercoledì delle ceneri, vado nella Locride dai meravigliosi ragazzi della cooperativa Goel, una delle visite più belle del mio “Trolley tour”. Percorro la Salerno-Reggio Calabria, poi mi fermo a Catanzaro. Quindi arrivo a Taranto. Arrivo in albergo stanco, non ceno e alle 22 sono già a letto. Al mattino incontro gli operai dell’ILVA con la splendida Teresa Bellanova: non li ho mai lasciati soli in tre anni, voglio parlare con loro anche adesso che non sono più premier. Prendo un caffè con la direttrice del Museo di Taranto, perché per me Taranto riparte solo se riparte anche la vita in città, non solo l’acciaio. Di tutto lascio traccia su instagram, sul blog, sui social. Poi finalmente trovo il tempo di chiamare mio padre.
Sono circa le 9.30 del mattino. Mi metto sulla terrazza della sala da pranzo delle colazioni, avendo cura di essere solo. E affronto mio padre. Per me è una telefonata umanamente difficile. Repubblica ha pubblicato una clamorosa intervista a un testimone che riferisce di una cena riservata in una bettola segreta tra mio padre e l’imprenditore Romeo, lo stesso che secondo una ricostruzione dei magistrati di Napoli gli avrebbe dato 30 mila euro in nero al mese. Conosco mio padre e conosco la sua onestà: alla storia dello stipendio in nero da 30 mila euro non crede nemmeno un bambino di tre anni. Ma dubito di lui, esperienza che vi auguro di non provare mai verso vostro padre, e sulla cena mi arrabbio. “Ma come? Vai a fare le cene riservate in una bettola segreta a Roma? Con imprenditori che hanno rapporti con la pubblica amministrazione?” Mi sembra allucinante. E tuttavia, ingenuo come sono, credo a Repubblica perché mi sembra impossibile che pubblichino un pezzo senza alcuna verifica: se lo scrivono, sarà vero. Dunque incalzo mio padre.
Lo tratto male, dicendogli: “non dirmi balle, la cena c’è stata per forza altrimenti non lo scriverebbero”. “Quante volte hai visto Romeo”. Lo interrogo, lo tratto male. Ma sono un figlio. E se tuo padre bluffa lo senti. Mio padre mi ribadisce: non c’è stata nessuna cena, devi credermi. Matteo, è una notizia falsa, devi credermi. Con l’aggiunta di qualche espressione colorita toscana.
Alla fine della telefonata, durissima, salgo in auto verso Castellaneta e poi Matera e sussurro a un caro amico che mi accompagna: “Mio padre non c’entra niente, mio padre non ha fatto niente. Questa storia puzza.”
I fatti li conoscete. Nelle settimane successive un’altra procura, quella di Roma, indagherà su un capitano dei carabinieri che aveva fatto le indagini su mio padre accusando il militare di falso. La storia diventa torbida con presunti interventi dei servizi segreti, che vengono vergognosamente citati da persone prive di alcuna serietà istituzionale. La vicenda assume contorni inquietanti e l’intrigo si carica ogni giorno di nuovi particolari.
Io mi limito a osservare, registrare tutto quello che sta accadendo che è impressionante e attendere che una sentenza certifichi la verità. Non ho fretta. Osservo anche i dettagli. Sono umanamente provato, ovvio, e si vede quando vado in TV dalla Gruber, ma ribadisco sempre la stessa cosa: vogliamo che sia fatta piena luce su questa vicenda. Gli avvocati hanno materiali per un risarcimento danni copioso (del resto lo stesso Marco Lillo mi conosce visto che già in un caso ha preteso di mettere una clausola di riservatezza così da non dire fuori se e quanto ha dovuto pagare: fanno sempre così i teorici della trasparenza, altrui). Spero che bastino per pagare i mutui della mia famiglia: perché noi come tutti gli italiani abbiamo i mutui, non le tangenti.
Ma umanamente mi dispiace per mio padre. È entrato in una storia più grande di lui e solo per il cognome che porta. Ieri, per la seconda volta, in tre mesi mio padre era all’ospedale di Careggi per un altro piccolo intervento al cuore. E alla fine mi viene da pensare che sia tutto per colpa mia, solo per il mio impegno in politica. Delle volte mi domando se tutto questo dolore abbia un senso. Se sia giusto far pagare a chi ti sta vicino il fatto che ci sia gente che farebbe di tutto per vedermi politicamente morto. E mi dico che forse alla fine per cercare di migliorare la vita degli altri si finisce col peggiorare quella di chi ti sta accanto: penso soltanto a quanto ha sofferto Agnese per le vergognose cose che le hanno detto sulla buona scuola, dopo anni di precariato come tutte le sue colleghe.
Poi mi ripeto che possono inventarsi di tutto, ma noi non molleremo.
Chi ha sbagliato pagherà fino all’ultimo centesimo, comunque si chiami. Spero che valga anche per chi – tra i giornalisti – ha scambiato la ricerca della verità con una caccia all’uomo che lascia senza parole. Intendiamoci: la stragrande maggioranza dei giornalisti fa bene il proprio lavoro. Ma anche molti giornalisti in queste ore mi stanno scrivendo per domandarsi se non si sia superato il limite. Questo naturalmente non toglie che chi ha potere, o ha avuto potere, deve rispondere a tutte le domande: cosa che farò anche alle 16 oggi pomeriggio direttamente con i cittadini con il Matteo Risponde.
Possono costruire scandali o pubblicare prove false quanto vogliono. Noi crediamo nella giustizia. Ci fidiamo delle istituzioni italiane. E abbiamo un grande alleato: perché il tempo non cancella la verità. La fa emergere. Tutte le volte che risaliamo nei sondaggi arriva un presunto scandalo a buttarci giù. Forse butterà giù i sondaggi, forse. Ma di sicuro non butterà giù il nostro morale. Perché non ci fermeranno nemmeno stavolta. Avanti, insieme
*Post tratto dalla pagina Facebook di Matteo Renzi

 

3 Commenti

  1. Patrizia ha detto:

    Sallusti non è che mi stia molto simpatico, però devo ammettere che anche a me era passato per la mente che chi ha fatto certe telefonate sapeva di essere intercettato.
    Quando si tratta di chiarezza non vanno fatti sconti anche se si tratta di un padre.
    Attendiamo fiduciosi.

  2. GIANNI ha detto:

    Mi pare che le riflesioni di Renzi possano suggerire altre considerazioni oltre quella relativa alla cultura del sospetto.
    Intanto, credo sia evidente che, a differenza di molti casi in cui il politico di turno è stato messo nei guai da una qualche intercettazione, invece Renzi figlio esca a testa alta, quale politico ch non guarda in faccia a nessuno, neppure al proprio padre.
    Ma in questo caso, anzi, l’unico reato che emerge è quello legato al tipico reato di violazione del segreto istruttorio, che convolge lc cosiddette talpe delle procure.
    Perchè neppure a carico del padre emerge nulla.
    A differenza di tutti quei casi in cui i legali, invece, devono cercare di dimostrare che certe intercettazioni nulla dimostrano, perchè pare emergere qualche ipotesi di reato.
    Peraltro già un carabiniere è stato indagato per aver cercato di costruire prove false e comunque anche un incontro con chi non abbia la fedina penale pulita, ammesso che ci sia stato, cosa vorrebbe significare?
    Intanto, quando si incontra qualcuno, questo non significa che si conoscano i suoi trascorsi, e poi, anche fosse, non è vietato.
    Francamente, ci suole altro per accusare qualcuno.
    A mio avviso, sopratutto comportamenti come questo, sarebbe giusto che portassero semmai più voti allo stesso Renzi.
    Di quanti politici possiamo dire che non guardano in faccia a nessuno, neppure al proprio padre?
    Aggiungo, anche se mi pare scontato, che qui se c’è qualcuno che fa veramente schifo, è il giornale ed il giornalista che hanno pubblicato l’intertecettazione, oltre naturalmente all’inevitabile talpa della procura.

  3. Giuseppe ha detto:

    Non posso che confermare e dare seguito al commento precedente. Qui da noi la cultura del sospetto è diventata un’arte, che però non viene espressa dal tocco magico di pittori come Giotto e Raffaello o scultori come Michelangelo e Canova, ma piuttosto riecheggia l’aria “la calunnia” del Barbiere di Siviglia di Rossini. E i nuovi artisti sono i professionisti, nella loro accezione più volgare e meschina, della cronaca e della politica, che influenzano in modo determinante il formarsi dell’opinione pubblica.
    La calunnia, infatti, una volta passata da pensiero a parola dà vita a un effetto farfalla, quel modo di dire cioè per cui se una farfalla batte le ali in Amazzonia, può provocare un uragano in Cina o in un’altra parte del mondo situata agli antipodi…

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