Omelie 2017 di don Giorgio: SESTA DOPO PENTECOSTE

16 luglio 2017: SESTA DOPO PENTECOSTE
Es 33,18-34,10; 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31
Difficoltà esegetiche e non solo
Siamo sempre al solito punto. I brani proposti dalla liturgia festiva come vanno interpretati o, meglio, come commentarli in quei pochi minuti che noi preti abbiamo a disposizione? Se dovessi tenere una conferenza, avrei senz’altro più tempo, e ci sarebbe anche il vantaggio di un confronto.
La tentazione c’è di prendere o, meglio, di estrapolare dal testo una frase o anche solo una parola, e di ricamarci sopra un bel commento, edificante o addirittura teologico/mistico. E qualche volta non sarebbe sbagliato, se le parole o la parola scelta aiutassero ad allargare il discorso su temi essenziali.
Cosa, dunque, dire ad esempio del primo brano della Messa di oggi?
Certamente, ha un suo fascino, come del resto tutti i miti che, proprio perché miti, possono aiutare ad andare oltre un fatto di cronaca, che, se preso come tale, cioè alla lettera, potrebbe risultare magari ridicolo. Ed è facile cadere nella banalità di fronte al mistero divino, col rischio di mettere in ridicolo anche la nostra fede e la stessa religione, che, però, purtroppo, sfrutta le credenze popolari per ottenere più consenso.
Il brano dell’Esodo racconta l’incontro di Mosè con Jahvè, sul monte Sinai. È chiaro che non va preso alla lettera: immaginate Dio che non fa vedere il suo volto, ma il suo di dietro, come letteralmente significa l’espressione “vedrai le mie spalle”? Certo, nessuno potrebbe sopportare la vista dello splendore di Dio, ma che Dio faccia vedere il suo di dietro, beh, qui siamo in un simbolismo che va oltre la serietà.
Ma non fermiamoci a questi particolari, anche se la teofania divina, ovvero la sua manifestazione visibile è ricca di questi particolari. Andiamo oltre, e soffermiamoci sul decalogo, che Dio, anche qui con quale antropomorfismo, avrebbe inciso su due tavole di pietra.
I dieci comandamenti
Sui dieci comandamenti sono stati scritti volumi e volumi, testi e musiche: chi non ricorda “Il testamento di Tito”, che fa parte della raccolta “La buona novella” di Fabrizio de Andrè?
Vorrei precisare subito una cosa, per me di estrema importanza: i dieci comandamenti non sono stati introdotti da Dio, dopo secoli e secoli dalla creazione dell’uomo. Diciamo così: casomai, Dio, a un certo punto, visto che più nessuno li osservava, li ha come rispolverati, tolti dall’oblio, rimessi come a nuovo.
In altre parole, se Dio avesse introdotto i comandanti solo al tempo di Mosè, avrebbe dovuto cambiare la stessa natura umana. Ha voluto, invece, fissarli ben chiari su tavole di pietra, e consegnarli a Mosè; come a dire: adesso, non dimenticateli più.
Ma perché Dio ha fatto questo, solo con il popolo ebraico, come se volesse quasi consegnare un documento costituzionale della nascita di Israele come popolo di Dio?
C’è qualcosa che non convince, tanto più che la consegna dei dieci comandamenti è inserito in un contesto che gli storici moderni sempre più concordano nel definire mitico.
In altre parole, non solo la storia di Abramo, ma anche la storia di Mosè non sarebbe altro che un mito. Del resto, ogni popolo antico aveva i suoi miti per giustificare le loro origini. E così è stato anche per  il popolo ebraico.
E allora, come rileggere il decalogo che deve pur avere i suoi valori, aldilà delle incrostazioni mosaiche?
I doveri dell’essere umano 
Non possiamo non partire dal nostro essere, se è vero che Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, ovvero sul modello divino. Ed è perciò nel nostro essere che troviamo le vere esigenze o obblighi, da cui poi nascono le leggi per il nostro comportamento etico e sociale, oltre che religioso. Esiste, perciò, un solo comandamento, quello del nostro essere interiore, che consiste nel conformarci all’immagine divina: un comandamento che non è un obbligo che proviene dall’esterno, e che perciò può essere codificato.
Noi siamo ciò che siamo, e non possiamo non essere ciò che siamo. Questo è il nostro dovere. Ogni esternazione di questo dovere in un codice è pericolosa, in quanto può tradire il nostro essere. E solitamente ogni codice è al servizio di una struttura. E il potere anche religioso è portato a dare rilievo a questo o a quell’aspetto di un articolo del codice: un esempio, è stato ed è ancora il sesto comandamento che ha determinato e determina i comportamenti morali dei credenti, a tal punto da aver creato tabù su sesso di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze.
Ma nel nostro essere interiore non c’è neppure il sesso in quanto tale, se è vero che siamo tutti uguali, donne e uomini, in quanto esseri umani. E se il sesso fa parte del corpo, non può essere demonizzato secondo visioni del corpo da parte di una religione manichea.
Qualcuno dirà: i comandamenti ci aiutano a rispettare la legge di Dio. Chiariamo. Non è che noi dobbiamo rispettare i doveri insiti nell’essere umano per far piacere a Dio, ma casomai perché questi doveri ci aiutano a riscoprire noi stessi, e, riscoprendo noi stessi, riscopriremo quell’immagine divina, dentro di noi, che costituzionalmente fa parte del nostro essere.
I doveri del nostro essere interiore
Leggiamo allora misticamente l’incisione dei comandamenti sulle due pietre che Dio avrebbe consegnato a Mosè. Noi portiamo dentro incisa da Dio la legge del nostro essere, che è l’immagine divina. Una immagine che, rubando qualche concetto dagli antichi filosofi greci, ognuno di noi ha dentro fin dalla nascita, ma che è quasi nascosta, dimenticata, offuscata, e che perciò è nostro dovere riscoprire.
Non si tratta di aggiungere altre leggi, altri codici, altre incisioni: il nostro è un impegno di risveglio, come dicono alcuni mistici, o un impegno di ricordare, come invita fare Platonhttps://youtu.be/y1y3qfT9hwIe. Occorre, perciò, risvegliare il nostro vero sé, che è il Sé divino, o ricordare ciò che il nostro spirito porta dentro da sempre e che abbiamo dimenticato.

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