Omelie 2014 di don Giorgio: Prima Domenica di Avvento

16 novembre 2014: Prima Domenica di Avvento
Is 24,16b-23; 1Cor 15,22-28; Mc 13,1-27
So di ripetermi, ma anche quest’anno vorrei soffermarmi sul significato di tre parole che ricorrono frequentemente nel periodo d’Avvento.
Anzitutto, il termine evento. Che cos’è? Evento è un fatto che è già venuto, si è già verificato. Ogni evento è chiuso entro un determinato spazio e in un determinato tempo. Per indicare un evento diamo le coordinate spaziali (diciamo che quel fatto è avvenuto ad esempio nel nostro paese, oppure a Roma, oppure a Berlino ecc.) e diamo le coordinate temporali (indichiamo l’anno, il mese e il giorno, magari anche l’ora e il minuto). E di un evento indichiamo anche le circostanze, le cause e gli effetti.
C’è un altro termine: avvento. L’avvento si differenzia dall’evento per la particella iniziale, che risalge al latino. E-vento inizia con e- o ex, avvento inizia con av- o ad. Ex indica che qualcosa è scaturito da, ad è una preposizione latina che significa movimento. In altre parole, mentre evento indica qualcosa che si è già realizzato, avvento indica qualcosa che deve ancora realizzarsi.
Terza parola: attesa. Anche attesa deriva dal latino ad tendere, ovvero tendere verso. Anche l’attesa perciò indica un movimento.
Perché vi ho spiegato ancora una volta il significato di queste parole? Per farvi capire che il periodo liturgico dell’Avvento non è e non deve essere qualcosa di statico, di ripetitivo, non comporta la ripetizione delle stesse cose, degli stessi gesti, degli stessi riti, come se si trattasse di commemorare un evento che è capitato in un determinato anno (più di duemila anni fa) e in un determinato territorio (in Palestina, in un piccolissimo paese, chiamato Betlemme). Quante volte sentiamo dire che la nascita di Gesù è il più grande Evento della storia. Certo, è un fatto avvenuto, ma non basta dire che è un evento storico. C’è qualcosa di più, che va oltre l’aspetto puramente storico.
L’incarnazione di Cristo è un evento, ma è anche un ad-vento. Cristo si è incarnato in quel tal momento storico e in quel particolare luogo geografico, ma la sua incarnazione continua, non è mai finita: è Avvento. Commemorare dunque la nascita di Cristo non può diventare solo un insieme di riti, pur suggestivi, ma coinvolge continuamente la storia: quella in generale e  la nostra piccola storia in particolare.
Anche la nostra vita non è da intendere come un insieme di eventi che capitano, ma è un continuo avvento: in ogni evento o in ogni fatto c’è qualcosa di sorprendente, da cogliere per il nostro domani. Il domani, dunque, non è il giorno dopo l’oggi come se l’oggi si chiude a mezzanotte. Nell’oggi c’è già il domani, se però vivo l’oggi come un avvento.
Detto questo, passiamo ai brani della Messa di questa prima domenica di Avvento.
Il primo e il terzo brano non sono di facile interpretazione, perciò esigono una spiegazione anzitutto esegetica. Nel testo di Isaia (primo brano) e nel Vangelo di Marco (terzo brano) ci troviamo di fronte a un linguaggio cosiddetto apocalittico. Che significa? Anche qui chiariamo subito la parola “apocalisse”. Apocalisse deriva dal greco e significa “gettar via ciò che copre, togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione”. In seguito ha assunto il significato di catastrofico, ed è il senso che ancora oggi diamo alla parola apocalisse. Ma nell’Antico Testamento i profeti non intendevano qualcosa di catastrofico, quando descrivevano anche con toni paurosi gli interventi divini.
Il loro intento era un altro: far capire che, più il mondo si complica la vita facendosi del male, più l’uomo ne combina di tutti i colori, tramite i potenti che pensano di essere onnipotenti, e più Dio si rivela nella sua capacità di trasformare il male in bene. Sarebbe troppo facile per il Signore guidare una storia fatta da persone tutte sagge e tutte perfette. Se ne starebbe a dormire tutti i giorni. Ma Dio è l’Onnipotente, quando sa trasformare ogni evento, tragico o demoniaco, in un bene che alla fine esce sempre vittorioso.
Non c’era bisogno che ce lo dicesse il profeta Isaia o lo stesso Gesù Cristo: tutti lo constatiamo, anche nel nostro piccolo presente, senza dover tornare indietro nella storia. Gesù ha parlato di guerre e di rumori di guerre, di carestie, di terremoti, possiamo aggiungere le parole di Isaia “cateratte dal cielo si sono aperte” che significa “piovere a dirotto”. Secondo la cosmologia biblica, il cielo era immaginato come un insieme di saracinesche che si aprivano e si chiudevano.
Anche recentemente abbiamo avuto una prova. Genova e altre città sono state inondate di acqua e di fango. Tutti i giorni nel mondo ci sono guerre e si sentono rumori di guerre. Luca alle guerre e ai terremoti, aggiunge “pestilenze”. Che cos’è l’ebola? E il mondo trema. Tutti temiamo.
La descrizione del profeta Isaia è molto più drammatica. «A pezzi andrà la terra, in frantumi si ridurrà la terra, rovinosamente crollerà la terra. La terra barcollerà come un ubriaco, vacillerà come una tenda; peserà su di essa la sua iniquità, cadrà e non si rialzerà». Ecco il motivo di tutto questo: l’”iniquità” dell’essere umano. L’iniquità è una parola che è di casa nel testo biblico. Sembra quasi che prevalga sulla parola salvezza. L’iniquità è come un grosso peso che schiaccia, che manda in frantumi ogni vivente. Il termine “iniquo” deriva dal latino “in”, che vuol dire “non”, e “aequus”, che vuol dire ragionevole, giusto. L’iniquità è l’anti-ragione, l’anti-giustizia. La terra vacilla nella sua consistenza di fronte all’iniquità che è perversione dell’ordine divino. Anche la natura ne risente, e la natura poi si ribella all’essere umano. Ma la causa è la perversione, l’iniquità dell’uomo.
Non sopporto quando capitano le alluvioni e leggo certi titoli sui giornali: l’acqua uccide ancora. L’acqua uccide? Ma chi fa sì che l’acqua possa uccidere? E anche qui, quante ipocrisie! Subito si cerca un capro espiatorio. E si dimentica che le responsabilità sono di tutti: di chi amministra il bene comune e dei cittadini che se ne fregano del bene comune, pretendendo sempre e in ogni caso i propri interessi, anche a danno del bene comune. E poi, quando succedono i guai, gli stessi cittadini che hanno fatto pressioni sugli enti pubblici per ottenere permessi vietati, se la prendono con le istituzioni. Queste cose non le sopporto!
L’iniquità sta in noi, e non nella natura. L’iniquità è quel modo perverso di valutare le cose, secondo i nostri interessi personali o familiari o di clan. La terra sente il peso di questa nostra iniquità. E non è necessario aspettare una guerra o una pestilenza o un terremoto per aprire gli occhi, supposto che li apriamo. Ogni giorno costruiamo la guerra, ogni giorno costruiamo il nostro danno, con atti o con pensieri che, come onde, si ingrossano e diventano alluvioni o terremoti o pestilenze.
Smettiamola di dare sempre la colpa agli altri. Il governo siamo noi. La Chiesa siamo noi. Noi siamo il bene o il male di questa società.
Infine, Cristo ce l’ha detto chiaramente: non correte dietro ai falsi profeti, che si insinuano dappertutto, con tale scaltrezza che talora supera la lucidità dei giusti. Due avvertimenti.
Primo. Cristo parla di inganno. L’inganno trova ogni mezzo per illudere le speranze della gente. L’inganno non usa il metodo del contro: io mi metto contro di te, ti combatto. No. L’inganno è di chi fa finta di stare dalla nostra parte. L’inganno non abbatte le porte per entrare. L’inganno è già in casa.
Secondo. L’inganno ricorre ai miracoli, dal momento che, secondo noi, Dio agisce con gesti strepitosi. Noi pensiamo che là dove c’è qualcosa di straordinario, là ci sia la presenza di Dio. Oppure pensiamo che i miracoli siano la prova   che quell’essere umano sia un santo. È tutto un inganno. La fede non si regge sui miracoli, perché il demonio è capace di fare miracoli tali da ingannare perfino il papa.

1 Commento

  1. zorro scrive:

    Purtroppo l’uomo non e’ solo ragione ma in lui vivono anche pulsioni istinti che danno irriquietezza.Il mondo agisce come amplificatore della precarieta’ umana la malattia il disagio sociale della poverta’ e vedere contemporaneamente un paradiso sulla terra x i ricchi.La consapevolezza del dubbio sul credere in un DIO misericordioso la solitudine del genere umano nel cosmo composto da miliardi di galassie che al suo interno hanno miliardi di pianeti e stelle.E tutto cio’ x quale fine?

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