I 14enni e l’alcol che brucia il cervello: «Non solo sbandati, anche figli (insospettabili) della Milano bene»

dal Corriere della Sera
L’ALLARME

I 14enni e l’alcol che brucia il cervello:

«Non solo sbandati, anche figli (insospettabili)

della Milano bene»

Raddoppiato l’abuso di alcol tra gli adolescenti: il 118, dal 2019, ha soccorso il 92 per cento di adolescenti in più. «Bevono per sfogo e perdono la testa». Cascone: coinvolti anche ragazzini della Milano bene, insospettabili e magari integratissimi a scuola
di Elisabetta Andreis
Marciapiede di via Zamagna, cuore del quartiere San Siro, tra fatiscenti caseggiati Aler dove le relazioni sociali si coltivano solo per strada: non ci sono campi sportivi nè centri di aggregazione giovanile con educatori e progetti. Sono le tre del pomeriggio. Frotte di adolescenti con il cappuccio della felpa tirato su quasi a coprirsi, la sciarpa sul resto del volto, stanno semplicemente lì. «Lui l’avevano chiamato per un provino al Monza, è bravissimo a giocare a pallone», esclama d’un tratto uno. Indica un ragazzino sottile che potrebbe inorgoglirsi e invece guarda a terra: «Non ci vado. È lontano da qui». L’isolato con gli amici, in assenza di responsabilità, fa da coperta di Linus. Il difetto di autostima e la mancanza di qualcuno che incoraggi e accompagni fanno il resto. Occasioni di riscatto lasciate andare, forse perse per sempre. Per Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione «Minotauro» e docente universitario alla Bicocca e in Cattolica, il problema è sociale, non di pura criminalità: «Non si insegna più la cultura del no. E la figura del padre è in crisi totale.
Dal Bangladesh al Corvetto
Dall’altra parte della città, al Corvetto, un ragazzo di 14 anni è tornato lo scorso febbraio dal Bangladesh. La prima volta è atterrato a Milano nel 2017, ha frequentato l’ultimo anno di scuola elementare ma poi è tornato al Paese natale per curare la nonna ed è rimasto lì bloccato là due anni, per il Covid, senza genitori. È ritornato a Milano a febbraio ma, nonostante l’impegno delle istituzioni, non ha ancora trovato una scuola media che lo accolga. Non avendo un istituto in cui andare, girovaga per strada. «Di fronte alle notizie di cronaca sui gruppi di ragazzi che si aggregano e vanno a delinquere nei luoghi della movida è facile presumere una netta suddivisione di responsabilità tra adolescenti delle periferie difficili da una parte e, dall’altra, giovani che abitano in contesti più fortunati, nell’immaginario immuni da sbagli. Si tende a identificare, insomma, i primi come gli autori di reato e i secondi come vittime di soprusi e violenze.
I ragazzini terribili «insospettabili»
Ma impostare il discorso su questa logica binaria è sempre più sbagliato», avverte Ciro Cascone, procuratore capo della Procura per i minorenni di Milano. A scompaginare il quadro, nel minorile, entra sempre più spesso l’alcol, che toglie i freni inibitori: «Troviamo tra gli autori di piccoli reati anche ragazzini della Milano bene, insospettabili e magari integratissimi a scuola che agiscono sotto effetto di superalcolici». Dati dell’Areu (Azienda regionale emergenza e urgenza) alla mano, emerge il fenomeno. A settembre e ottobre l’impennata di interventi del 118 per intossicazione etilica nella fascia d’età tra i 13 e i 15 anni è del 92 per cento rispetto al 2019 (raddoppiati i soccorsi tra i 14enni) e si spalma su tutta la settimana, con picchi nel weekend. Conferma Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze all’Asst Santi Paolo e Carlo: «Il consumo è diventato abituale, trasversale e sempre più precoce, catalizzatore di espressioni di aggressività che non trovano spazio in altro luogo», afferma. Sottolinea Filippo Salvini, responsabile del pronto soccorso pediatrico a Niguarda: «I ragazzi non hanno la percezione del danno da accumulo. Se non superano la soglia, pensano sia tutto ok». Emilio Fossali, già responsabile del pronto soccorso pediatrico in De Marchi, organizza nelle scuole lezioni sui danni causati dall’alcol al cervello: «Tutti noi adulti dobbiamo sensibilizzaci. Famiglie, educatori, gestori di market e baristi, che non devono venderlo ai minori».
***
dal Corriere della Sera
LO PSICOLOGO

Movida violenta,

lo psicologo Matteo Lancini:

«Non si insegna più la cultura del no.

E la figura del padre è in crisi totale»

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione «Minotauro» e docente universitario alla Bicocca e in Cattolica: i ragazzi, condizionati dall’apparire sui social, svelano le contraddizioni di noi adulti
di Andrea Galli
Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione «Minotauro», docente universitario alla Bicocca e in Cattolica, esperto di adolescenti: è un problema sociale e non di criminalità «pura» quello delle bande nel Varesotto che abbiamo raccontato una settimana fa, e ugualmente non lo è quello della violenza notturna in riva alla Darsena su queste pagine. Dunque, dobbiamo cominciare dall’analisi dei primi classici agenti della socializzazione di un individuo, ovvero i genitori, ovvero l’ambiente famigliare? «Per favore, usciamo dalla concezione del modello delle nostre mamme e dei nostri papà: l’obbedienza e la punizione, l’interiorizzazione di un codice di comportamento mutuato sui genitori… Oggi i modelli di riferimento sono numerosi, infiniti, e peraltro assistiamo alla grande crisi di figure come lo stesso padre, una crisi ormai conclamata. In ogni modo, è erroneo individuare responsabili come mi sembra erroneo colpevolizzare ragazzini e giovani. Se qualcuno deve fare un esame di coscienza, siamo noi adulti».
Da dove si inizia?
«Dalla cultura dei “no”. Che non esiste più. Vogliamo bimbi liberi, creativi, fantasiosi, responsabilizzati, a briglie sciolte, impegnati in molteplici attività, sempre attivi, sempre di corsa, d’accordo, d’accordo… ma poi quando diventano adolescenti pretendiamo, all’improvviso e con una certa nettezza, di affidarci al sistema dei “no”, un sistema che consideriamo sicuro, pratico ed efficace, che siamo convinti darà risultati e ci farà dormire meno angosciati. Grazie mille, non funziona così, i nostri ragazzi lo sanno e non ci ascoltano».
Quindi, professore, siamo già perdenti in partenza?
«Vent’anni fa, la dottoressa Vegetti Finzi profetizzava uno scenario, che banale non è, al contrario: avremo bimbi, diceva, che manco più si sbucceranno le ginocchia, che non cadranno, che non rimedieranno punti di sutura. Del resto, siamo terrorizzati dal mondo esterno, siamo angosciati, siamo convinti che là fuori ci sia il male in ogni manifestazione, in ogni momento, in ogni volto, che ci teniamo i figli in casa, protetti, al caldo, al rifugio dai presunti mostri esterni, dalle tentazioni della quotidianità. Peccato che trascorrano intere giornate nella loro realtà virtuale. Che, attenzione, non è uno sconfinamento, una fuga, ma è semplicemente una parte della contemporaneità. O quantomeno: dai vent’anni in su appena ci alziamo ci attacchiamo ai cellulari che spegniamo solo nel dormiveglia… E ci scandalizziamo se, dai vent’anni in giù, restano a loro volta incollati al telefonino. Un po’ di coerenza, di responsabilità. Pensi a quanto spazio i mass media dedicano alle risse in televisione, agli scontri, ai duelli urlati, con gli insulti, con uno che non lascia parlare l’interlocutore, con l’interlocutore che se ne va… A sera, a tavola, chiediamo ai nostri ragazzi come è andata la scuola, al massimo come sono andati gli allenamenti. Punto, stop. Non ci informiamo sulla loro esistenza virtuale, chi hanno incontrato, cosa hanno visitato, cosa hanno scoperto di nuovo, se hanno sviluppato dei timori o delle preoccupazioni… Niente, facciamo finta che non esista altro al di fuori dell’esistenza “classica”».
Quali elementi ci forniscono le scene di violenza degli adolescenti?
«C’è sovente la ricerca di un pubblico. Quando si organizzano le mega risse, si organizza anche la diretta col cellulare affinché le azioni siano viste, commentate, diffuse; affinché insomma la violenza, la sopraffazione, i movimenti del gruppo, divengano immagini cristallizzate, a perenne disposizione di tutti… Non si tratta di controllare in modo maniacale i dispositivi dei nostri figli: qui si tratta della gestione del tempo, della necessità del confronto, della priorità di un dialogo che sia vero, proficuo, e non fatto mentre intanto stiamo chattando e abbiamo la testa altrove».

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