Omelie 2015 di don Giorgio: Domenica dopo l’Ascensione

17 maggio 2015: Dopo l’Ascensione
At 1,15-26; 1Tm 3,14-16; Gv 17,11-19
La sostituzione di Giuda
Nel primo brano della Messa, si narra come è avvenuta la sostituzione di Giuda Iscariota che, dopo aver tradito il Maestro, si era impiccato. La descrizione del suicidio negli “Atti degli Apostoli” è molto più realistica di quella che troviamo nei Vangeli. Matteo si limita a scrivere: «E allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi» (Mt 27,5). Probabilmente Luca ha calcato la mano («precipitando, si squarciò e si sparsero le sue viscere»), anche tenendo conto della diceria popolare, la quale solitamente ingigantisce i fatti, ma anche soprattutto perché ha interpretato la tragica fine di Giuda quasi un monito per i futuri credenti. Ma servirà poco, visto che la Chiesa, lungo i secoli, vedrà ben altri tradimenti, ancora peggiori di quelli di Giuda. Almeno Giuda si era pentito!
Il sorteggio
Dunque, occorreva trovare un altro apostolo per completare il numero di Dodici. Ma, ecco la condizione: bisognava scegliere tra coloro che erano stati testimoni di Gesù dal battesimo di Giovanni fino alla sua ascensione in cielo. Ne vengono proposti due: Giuseppe, detto Barsabba, soprannominato il Giusto, e Mattia. Dopo aver pregato il Signore, tirano a sorte e la sorte cade su Mattia, che entra così nel Gruppo apostolico.
A noi moderni potrebbe risultare un po’ strana questa usanza di unire la preghiera con il tirare a sorte. Ma per gli antichi non era così strana. Sulle sorti veniva scritto il nome dei due candidati. Essi venivano poi poste in un contenitore oppure in una tasca del vestito; si scuotevano e la prima che usciva indicava il candidato prescelto. Era un modo per affidare la scelta alla volontà di Dio. Si legge, infatti, nel libro dei Proverbi (17,33): «Nel cavo della veste si getta la sorte, ma la decisione dipende tutta dal Signore». Nell’Antico Testamento con questo sistema era stata divisa la terra fra le tribù. Si legge, infatti, nel libro dei Numeri (26,55-56): «La terra sarà divisa per sorteggio… La ripartizione delle proprietà sarà gettata a sorte, per tutte le tribù, grandi o piccole». Così pure Saul, il primo re d’Israele, è stato sorteggiato (1 Sam 10,20-21).
Una semplice domanda: forse non sarebbe meglio tornare ancora al sistema del gettare le sorti quando si tratta di dividersi i beni o di dividersi responsabilità e incarichi, anche nel caso della nomina del papa, visto che l’esperienza quotidiana da una parte e la storia della società civile e della Chiesa dall’altra ci dicono che a prevalere sono sempre interessi, raccomandazioni e giochi di potere?
Chiesa del Dio vivente
Il secondo brano riporta alcuni versetti della Prima lettera che San Paolo ha scritto a Timoteo, suo fidato collaboratore, che l’Apostolo aveva posto a capo della comunità cristiana di Efeso.
Le due lettere a Timoteo e la lettera a Tito, responsabile della comunità di Creta, sono importanti per capire come si stavano organizzando le prime comunità cristiane: emergono in particolare le figure degli “episcopi” (non del tutto identificabili con gli attuali “vescovi”), i presbiteri, i diaconi e le vedove. C’è già l’avvio di quella che sarà la struttura della Chiesa futura. Quindi, troviamo già una Chiesa organizzata, affidata a responsabili ufficiali e articolata in varie funzioni ben definite.
Ma nello stesso tempo San Paolo era anche preoccupato di scegliere persone “giuste”, timorate di Dio, equilibrate, sagge e mature, da mettere a capo delle varie comunità che stavano nascendo.
In queste lettere ai pastori (Timoteo e Tito) l’Apostolo dà delle indicazioni molto concrete, senza però dimenticare di toccare temi anche elevati. Parlando dei diaconi, scrive: «Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell’uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura». Mi colpiscono soprattutto le parole: «conservino il mistero della fede in una coscienza pura». Così nel brano di oggi, San Paolo rivolgendosi a Timoteo, raccomanda: «Voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità». E subito dopo: «… grande è il mistero della vera religiosità».
La parola “Mistero” torna frequentemente negli scritti del Nuovo Testamento. Mistero non vuole dire qualcosa che non conosciamo, ma qualcosa che va rispettato, perché è talmente profondo, talmente fuori di ogni nostra logica umana, che non possiamo imporre la nostra.
Pensate poi alle parole: “La Chiesa del Dio vivente”. Non si ha l’impressione che la nostra fede sia qualcosa di statico, di morto, di talmente strutturato da lasciare poco spazio alla creatività di Dio? Noi credenti abbiamo catturato Dio (così almeno ci illudiamo!), e lo abbiamo reso una statua d’oro. Le statue non sono qualcosa di vivo. Dio, più lo afferri, più ti sfugge di mano. Dio non è il passato, che in quanto passato è già morto. Dio è il Presente. Neppure è il futuro, nel senso che verrà chissà quando. È il Presente, e basta. Se è il Presente, vuol dire che Dio occupa già il futuro.
Gesù prega per i suoi discepoli
Il terzo brano della Messa riporta alcuni versetti di una preghiera che Gesù ha indirizzato al Padre, al termine dei Discorsi cosiddetti di Addio, rivolti da Gesù ai suoi discepoli, al termine dell’ultima Cena, quindi poco prima di affrontare i giorni della grande passione che lo avrebbe portato a morire sulla croce.
Gesù, dunque, si rivolge al Padre. È la preghiera più lunga e la più sublime che troviamo nei Vangeli. Uno studioso l’ha definita «il canto del cigno, pieno di dolcezza e di amore, ed altamente ispirata». Più nota come “Preghiera sacerdotale”, titolo coniato da un teologo protestante del 1600: in essa Gesù appare come il mediatore tra la Chiesa di tutti i tempi e il Padre. Possiamo dividere la preghiera in tre parti: Gesù prega per la propria glorificazione, poi prega per i discepoli che il Padre gli ha affidato, e infine prega per tutti coloro che crederanno in lui.
Il brano della Messa rientra nella seconda parte, quando cioè Gesù prega per i suoi discepoli. Non mi soffermo sulla parola “mondo”, che ho già spiegato nell’omelia di qualche domenica fa.
Custodire e consacrare nella verità
Ci sono due verbi interessanti da evidenziare. Gesù ripete più volte il verbo “custodire” e il verbo “consacrare”. Anzitutto, che significa “custodire”? Può voler dire “proteggere”, ma anche “preservare”. Nell’Antico Testamento,  torna frequentemente il tema della custodia divina. Soprattutto nei Salmi, Dio è presentato come “il custode d’Israele”. Bellissima poi l’immagine delle ali di Dio: «All’ombra delle tue ali mi rifugio finché l’insidia sia passata» (Salmo 57,2). Gesù, quando si lamenta per la città di Gerusalemme, dice: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e làpidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!» (Lc 13,34).
Fa però pensare il fatto che: «Io li ho custoditi, nessuno è andato perduto, tranne il figlio della perdizione perché si adempisse la Scrittura». “Figlio della perdizione” è un ebraismo per dire che Giuda si è consegnato al Maligno. Quanti sono questi figli della perdizione? Che cosa li porta alla perdizione? È l’inganno: gli idoli del mondo, le maschere vuote, che illudono e disumanizzano. L’inganno del potere! L’inganno della religione! L’inganno della menzogna!
Ed ecco la seconda richiesta di Gesù al Padre: “Consacrali nella verità”. Ho già spiegato più volte la differenza tra sacro e religioso. Sacro è il divino che c’è nell’essere umano, religioso è ciò che fa parte della religione. Sacro è qualcosa di profondamente interiore, mentre religioso è qualcosa di esteriore. La verità non va scoperta nelle nozioni o nei dogmi della religione, ma nella realtà del nostro essere divino. L’inganno sta nel confondere ciò che è sacro e ciò che è religioso. La verità sta nel sacro di noi stessi. Qui, nel profondo del nostro essere, c’è quella unità divina di cui parla Gesù. «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10,30). Solo dentro di noi siamo una cosa sola con Dio. Tutto ciò che è esterno a noi divide, separa, inganna.

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